Uomo principale

Mail con tentativo di phishing di oggi. Vera donna per mani forti di uomo principale (non unico) della sua vita…

 

Ad maiora

 

SALUTE…… Voglio parlare un po di me. Il mio nome Lyudmila. La mia eta di 35 anni. Sono di Ucraina. Sono una ragazza giovane e allegro, mi piace tutto cio che mi circonda, e cerco di vivere in uno stato d’animo positivo. Io amo i film, la musica e lo sport. Mi piace trascorrere del tempo con gli amici, questo e quando mi sento bene. Deva dire che ho tanti interessi nella mia vita. Io devono essere completamente felici di trovare un uomo che puo essere l’uomo principale della mia vita. Credo che siamo in grado di raggiungere la completa felicita solo con qualcuno che ami. Mi piacerebbe vedere il mio uomo era intelligente, gentile, educato e premuroso. Sono molta tranquilla e credo che con lo stesso uomo posso essere felice ogni giorno. Ho bisogno di un tipo affettuoso e attento uomo nella mia vita. Voglio essere una vera donna in sue mani forti. Inoltre ho bisogno di un uomo che mi sosterra. Se avete bisogno di passione donna e vuole avere la vita brillante con sentimenti caldi e le emozioni positive io vi aspetta! bacio. Ho intenzione di aspettare per voi lettera nel mio indirizzo e-mail…………..

Piazza Gobetti a Milano

Strade europee e americane

In questi giorni mi è tornato alla mente questo bel pezzo del libro di Steiner sul futuro (se futuro ci sarà) della vecchia Europa. Che non ha gli strumenti per capire gli UsaE mi è tornato alla mente dopo che i miei (lontani) parenti americani mi chiedevano come avessi accolto il voto a Trump. Al mio tono disgustato, hanno replicato dicendo che avrebbero chiesto anche la cittadinanza italiana. E d’altronde seguendo il filo di questa analisi di Steiner sono gli stessi parenti che più volte mi hanno chiesto informazioni sulla famiglia Riscassi nel piacentino (dove abbiamo antiche radici).

Buona lettura.

Ad maiora 

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Le strade, le piazze dove camminano gli uomini, le donne, i bambini europei hanno preso il nome da statisti, generali, poeti, artisti, compositori, scienziati e filosofi. Nella mia infanzia parigina ho imboccato, in un’infinità di occasioni, Rue Lafontaine, Place Victor Hugo, il Pont Henri IV, Rue Théophile Gauthier. Le strade che circondano la Sorbonne hanno preso il nome dai grandi maestri della scolastica medievale. Celebrano Descartes e Auguste Comte. Se Racine ha la sua Rue, ce l’hanno anche Corneille, Molière e Boileau. Lo stesso accade nei paesi di lingua tedesca: basti pensare alle miriade di Goetheplätze e Schillerstrassen, o alle piazze che prendono il nome di Beethoven o Mozart. Lo scolaro europeo, e tutti quelli che vivono nelle grandi città, abitano quelle che sono – alla lettera – delle camere di risonanza di grandi imprese storiche e intellettuali, artistiche e scientifiche. Molto spesso il cartello stradale non porta solo un nome, illustre o meno noto, ma anche le date principali e qualche altra indicazione. Città come Parigi, Milano, Firenze, Francoforte, Weimar, Vienna, Praga e San Pietroburgo sono cronache viventi. Leggere i nomi delle strade significa sfogliare il nostro passato prossimo. Questa pietas non si è estinta. Place Saint-Germain è diventata Place Sartre-Beauvoir. Di recente Francoforte ha battezzato una Adornoplatz. A Londra uno sperpero di placche blu segnala non solo le case in cui si pensa che abbiano vissuto scrittori, artisti o scienziati del Medioevo, del Rinascimento o dell’Età vittoriana, ma anche edifici associati a Bloomsbury e ai moderni. 

È una differenza enorme e va sottolineata. Negli Stati Uniti i memoranda di questo genere sono rari. Vie e strade si chiamano all’infinito “Pino”, “Acero”, “Quercia” o “Salice”. I viali hanno diritto al tramonto: “Sunset Boulevard”. L’arteria principale di Boston è Beacon Street, la via del faro. E persino queste sono concessioni all’umano. Le Streets e le Avenues in America sono semplicemente numerate; nei casi migliori come a Washington hanno anche un orientamento visto che il numero è seguito da un North o un West. Le automobili non hanno tempo di meditare su una Rue Nerval o su un Largo Copernico.

La sovranità del ricordo, questa auto-definizione dell’Europa come lieu de la mémoire, come luogo della memoria, ha però un suo lato oscuro. Le targhe affisse su tante case europee non parlano solo dell’eminenza artistica, letteraria, filosofica o politica. Commemorano anche secoli di massacri e sofferenze, di odio e di sacrifici umani. In una città francese la lapide che celebra Lamartine, il più idilliaco dei poeti, fronteggia un’iscrizione, dall’altro lato della strada, che ricorda le torture e il sacrificio di alcuni membri della resistenza nel 1944. L’Europa è il luogo in cui io giardino di Goethe quasi confina con Buchenwald, in cui la casa di Corneille sulla piazza del mercato dove Giovanna d’Arco venne orribilmente messa a morte. Troviamo ovunque memoriali dell’omicidio individuale o collettivo. Da questo censimento marmoreo, sembra che il numero dei morti superi quello dei vivi. (…)

Certo, il problema è ancora più profondo. In Europa anche i bambini si piegano sotto il peso del passato, così come si piegano sotto il fardello di zaini scolastici troppo pesanti. Quante volte, passeggiando in Rue Descartes o attraversando il Ponte Vecchio, o passando davanti alla casa di Rembrandt ad Amsterdam, sono stato travolto da una sensazione addirittura fisica, dalla domanda: “Ma a che serve? Che cosa può aggiungere chiunque di noi alle immensità del passato europeo?”. Quando Paul Celan si è gettato nella Senna per suicidarsi, ha scelto il punto esatto cantato dalla grande ballata di Apollinaire, e questo punto si trova sotto la finestra della stanza in cui Marina Cvetaeva ha passato l’ultima notte prima di tornare alla desolazione di alla morte in Unione Sovietica. Un europeo colto si trova intrappolato nella ragnatela di un in memoria luminoso e insieme soffocante.

L’America del Nord rifiuta proprio questa rete. La sua ideologia è quella dell’alba e del futuro. Quando Henry Ford ha dichiarato: “La storia è una sciocchezza”, lanciava la parola d’ordine dell’amnesia creativa, inneggiando a quel potere di dimenticare che è necessario all’inseguimento pragmatico dell’utopia. Gli edifici più moderni hanno un fattore di obsolescenza che si aggira intorno ai quarant’anni. La guerra del Vietnam ha quasi gettato sugli Stati Uniti un’ombra da Vecchio Mondo e l’11 settembre ha instillato un tremore, un memento mori, nella psiche americana. Ma si tratta di circostanze eccezionali e quasi certamente transitorie. Le memorie più incisive della sensibilità e della lingua americane sono quella della promessa: è il contratto degli sconfinamenti orizzontali che hanno innescato la marcia verso il West e, nel prossimo futuro, ispireranno il viaggio dell’intero pianeta verso un nuovo Eden. (…)

Gli uomini e le donne del Nuovo Mondo sono più fedeli al detto di Gesù: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.

George Steiner, Una certa idea di Europa, Garzanti, 2006.

Ernesto Pellegrini, Una vita, un'impresa

Le imprese di Ernesto Pellegrini

È una vera e propria autobiografia che ripercorre 76 anni di vita e e i 51 dell’azienda che porta il suo nome (anzi, il suo cognome). Sto parlando di Ernesto Pellegrini e del libro “Una vita, un’impresa” che viene presentato questa mattina a Milano.
L’elemento interessante (lo sottolinea anche Ferruccio De Bortoli nella bella introduzione) è che non è un libro scritto da un giornalista e firmato da Pellegrini. Ma è proprio una sua produzione. Cosa rara.
Un grande volume (330 pagine di grandi dimensioni) che contiene tantissime foto e nel quale Pellegrini non nasconde nulla della sua vita: né la sua iscrizione al Partito Monarchico (c’è pure la foto della tessera) né le tensioni con suo fratello per la gestione dell’azienda che l’Ernesto ha inventato dal nulla.
La parte sull’Inter è quella finale, ma su quella si è già letto è scritto tanto e quindi non riserva grandi novità (anche se ribadisce lo stile di una persona davvero d’altri tempi). Salvo il sottotitolo che spiega come grazie alla squadra nerazzurra Pellegrini abbia “trovato il senso vero della fede“.
La prima parte è quella sulla nascita della catena di mense e rivela le capacità imprenditoriali di un uomo figlio di ortolani che ha costruito un vero e proprio impero della ristorazione. Senza mai dimenticarsi delle sue origini. E quindi aprendo un ristorante (Ruben, nome di una persona morta di freddo cui Pellegrini era particolarmente legato) con pasti a un euro per chi vuole uscire a mangiare con la sua famiglia ma non ha i soldi per farlo. L’ultimo capitolo del libro è dedicato alla fede, alla religione cattolica cui Pellegrini è particolarmente devoto (con ripetuti viaggi a Lourdes).
Pellegrini è insomma figlio di quella Lombardia contadina e produttiva (e bianca) che ha coronato il suo sogno di presiedere la squadra del cuore e di fare del bene. La foto finale – di lui con Thohir – ricorda , plasticamente, come i tempi siano davvero cambiati. E non in meglio.
Ad maiora

Anna Politkovskaja lapide a Milano

Sabato 15 a Milano ricordiamo Anna Politkovskaja

Per non dimenticare Anna Politkovskaja

Sono passati dieci anni dall’assassinio della giornalista russa, ammazzata con quattro colpi di pistola nell’ascensore di casa. Per la sua morte sono stati condannati gli esecutori materiali. Non però i mandanti, che forse non sono stati nemmeno cercati.
Anna Politkovskaja aveva raccontato la guerra in Cecenia, un “brutto affare” che non doveva essere svelato al mondo. L’ha raccontata con ostinazione, mentre molti suoi colleghi volgevano lo sguardo altrove, fino ad essere uccisa. Non è stata l’ultimo reporter ammazzato purtroppo, ma in questi anni è diventata il simbolo del giornalismo indipendente. E coraggioso.
Per questo vogliamo continuare a tenere accesi i riflettori su questa vicenda, perché non venga dimenticata. Per questo continuiamo a chiedere giustizia. E per questo Articolo21 e l’associazione Annaviva invitano tutti a partecipare al presidio organizzato sabato 15 ottobre alle ore 11 ai Giardini Politkovskaja di Milano (corso Como, angolo Garibaldi).
L’attrice Ottavia Piccolo farà rivivere con noi alcune delle parole più significative di Anna Politkovskaja.

“Chi non ha visto con i suoi occhi un attentato non ne parli, perché non ne sa niente. Chi pensa che il sangue a terra sia rosso non ne parli, perché non sa che è marrone, quasi nero. Chi pensa che un cadavere faccia impressione, non parli, perché non sa di chi striscia a terra vivo coi suoi pezzi…”
[Anna Politkovskaja]
Con noi interverranno:
Anna Del Freo, Segretaria generale FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana)
Gabriele Dossena, Presidente Ordine Giornalisti Lombardia
Paolo Perrucchini, Presidente Associazione Lombarda Giornalisti
Danilo De Biasio, Direttore Festival dei Diritti Umani
Andrea Riscassi, Portavoce di Articolo21 Milano e AnnaViva

Stefania Battistini leggerà l’appello delle giornaliste turche di Hayatin Sesi TV, oggetto della repressione del governo della Turchia

Vi aspettiamo

Il Poetto di Cagliari visto da Marina Piccola

Bei posti dove correre: il Poetto di Cagliari

Complici due partite sarde nel week end, grazie all’indicazione di amici che vivono sia qui che (a malincuore) a Milano, questa mattina sono andato ad allenarmi al Poetto di Cagliari. È il lungomare a pochi chilometri dal centro cittadino ed è un posto davvero bello.

Si corre su un percorso di circa quattro chilometri tra la Marina Piccola e l’Ospedale Marino. Fino a quel punto la strada è divisa tra una corsia per le auto (soprattuto autobus), due per le bici, una per il Running è il resto per chi passeggia.

Corre al Poetto di Cagliari

Io ci sono andato sul presto, ma già quando stavo per finire l’allenamento la pista si stava riempiendo. I ciclisti correttissimi rispettavano i loro spazi. I pedoni (vestiti di tutto punto, con scarpe costose e materiale tecnico) passeggiavano invece sulla pista dove si dovrebbe correre. Ma lo zig-zag alla fine fa parte dell’allenamento…

Non mi stupisce comunque che con un posto così bello a Cagliari il running sia di gran moda (ieri sera ho incrociato i milleduecento che correvano la Cagliari Urban Trail per le vie del centro storico). Anche perché qui la bella stagione non finisce – per fortuna dei sardi – quando se ne vanno i turisti.

Correre sul lungomare è davvero bellissimo. Peccato che, lungo il percorso, il panorama sia spesso difficile da vedere, nascosto spesso da enormi stabilimenti balneari, molti dei quali gestiti dalle varie Forze dell’ordine.

Finita la pista del Poetto (dove sono indicate, ogni cento metri, anche le distanze, per potere fa le ripetute) si continua a correre lungo la spiaggia di Quartu Sant’Elena. Non è più una pista segnalata, ma è comunque una zona vietata ad auto e moto. Fantastico.

Come fantastico è fermarsi a scattare qualche foto del panorama. Che a Milano mi mancherà non poco.

ad maiora

Poetto di Cagliari

Myrtos Beach a Cefalonia

Visitare Cefalonia: Myrtos Beach

Sembra esserci più sole di ieri anche se il vento non accenna a diminuire.
Dopo essere andati ieri verso sud (verso Poros) oggi puntiamo a nord, con l’obiettivo di raggiungere Fiskardo.
In realtà ci fermiamo prima.
Sulla strada lungo il mare ci sono i lavori in corso che ci permettono di osservare dall’alto la spiaggia di Myrtos, considerata una delle più belle del Mediterraneo.

Myrtos Beach
Decidiamo di scendere subito da lei!
Giù c’è bandiera rossa e tanto vento. I cavalloni del mare sono divertenti ma fa abbastanza freddo. Ci mettiamo come lucertole al sole…

Spiaggia di Myrtos
Niente ombrellone oggi. Qui a differenza di ieri la spiaggia è di sabbia e c’è una parte libera. Ogni volta che esce il sole proviamo a giocare con le onde. A pranzo panini e gelati nel baretto sulla spiaggia. Super attrezzato e affollato.
Giochiamo un po’ con le onde finché ci stufiamo del tanto vento e, pur tristi di lasciare questa meravigliosa spiaggia, torniamo al nostro studios.

Io vado a correre e in fondo a Sami trovo una bellissima Taverna, circondata da un bel laghetto.

Il laghetto di Karavamilos

Alla Karavomilos mangiamo a un metro dal mare sotto alberi giganti e circondati da gatti affamati. Il cibo non è all’altezza della bellezza del posto ed è anche la prima volta che arriviamo a spendere 30 euro in due.

Ad maiora

Tramonto a Poros, con vista sulla terra ferma

Visitare Cefalonia: dalla spiaggia di Antisamos a Poros

Secondo giorno per me e Marta a Cefalonia, Grecia.

Il tempo, pur ventoso, sembra volgere al meglio e quindi andiamo alla spiaggia di Antisamos, a pochi chilometri da Sami. È di acciottolato e ha un mare proprio trasparente e pulito. Con la maschera si possono vedere anche parecchi pesci.

Antisamos Beach, Cefalonia

L’ombrellone costa 9 euro per due e la spiaggia è forse troppo affollata. Mi consolo bevendo un Freddo Cappuccino.

Freddo cappuccino in spiaggia

Freddo cappuccino in spiaggia

Anche il pranzo nel bar del bagno Mojito non è dei più economici (9 euro a testa per un solo piatto) ma sia la mozzarella in carrozza che la feta impanata e fritta sono eccellenti.

Saganaki, Cefalonia, Grecia

Finito il pranzo e tornati al nostro ombrellone comincia però a piovere e fuggiamo negli Studios di Sami a ripararci.

Pomeriggio casalingo. Di sera ci spostiamo invece a Poros. Qualche chilometro a sud di Sami. È un centro abitato piccolo ma accogliente. Dalla spiaggia si vede la terraferma. Mangiamo, osserviamo il tramonto, insieme a un manipolo di gatti affamati, e poi torniamo a casa.

Tramonto a Poros, Grecia

Ad maiora

 

Lago di Melissani

Cefalonia, giorno 1: Argostoli, Sami e Lixouri

Inizio oggi il racconto della settimana trascorsa con Marta sull’isola greca di Cefalonia.

Buona lettura e (spero) buon viaggio.

Ad maiora

 

Partenza all’alba da Orio al Serio per volo diretto sull’aeroporto di Cefalonia. Volo regolare con la solida finzione di Ryanair che vi dice che siete arrivati in anticipo (il trucco, commerciale, è annunciare una durata del volo più lunga di quella reale). I gratta e vinci (anzi i gratta e perdi) che la compagnia aerea cerca di smerciare ai suoi poveri passeggeri non credo vadano granché bene. Oggi, in volo, c’è il due per uno per chi ne acquista uno solo biglietto (a 3 euro) e addirittura il raddoppio per chi spende 10 euro (ve ne staccano 14).

Il vantaggio di avere solo bagaglio a mano è che poco dopo l’atterraggio (nel piccolo aereoporto di Argostoli, il capoluogo di Cefalonia) siamo già in coda alla Hertz per noleggiare un auto. Sull’isola non ci sono tante auto da noleggiare e quindi il consiglio è quello di prenotarla prima della partenza. Ci danno una Nissan Micra e una mappa, con la quale partiamo in direzione di Sami, cittadina che sarà la nostra base per questa settimana di vacanze greche. Seguendo le indicazioni stradali e la mappa io e Marta arriviamo, in una quarantina di minuti, alla meta. La difficoltà maggiore è stata trovare gli studios, ossia l’appartamento che avevamo affittato. Chiedendo informazioni nessuno ci sapeva indicare dove fossero. Ce la siamo cavati navigando sull’app gratuita maps.me dalla quale, prima di partire, avevamo scaricato la mappa di Cefalonia.

Il proprietario degli Antisamos Studios (individuati grazie a Booking) non è proprio sorridente o granché accogliente. Strano. Perché le altre persone con cui avremo a che fare qui sull’isola sono davvero ospitali. Scopriremo il giorno dopo che non sta tanto bene.

La camera è spartana, ma appunto ci serve proprio da base. La Wi-Fi funziona bene. Le pareti però sono sottili e quindi sono contento di aver portato i tappi per le orecchie.

 

Lasciati i bagagli andiamo a cercare un ristorante sul lungomare di Sami. Le alternative non mancano. Optiamo per una sorta di bar greco, con personale che parla italiano. Marta mangia un kebab di pollo. Io della feta e una fantastica insalata di melanzane (melitzanosalata). Per scegliere i piatti vegetariani greci mi sono affidato al sito di un’esperta che conosco bene, come Fraintesa.
Dopo esserci rifocillati (a soli 7 euro cadauno) abbiamo fatto due passi per Sami per fare lo shopping minimo per l’appartamento (colazione, carta igienica, crema solare). La cittadina non ha niente di particolare. Tre vie: la prima dà sul mare (e sul porto) la seconda più interna è piena di negozi. Sembra un posto molto tranquillo. Soprattutto nella terza dov’è stiamo noi e ci sono studios e alberghi.

Essendoci brutto tempo (vento e nuvole) decidiamo di sfruttare la macchina per conoscere l’isola.

Prima tappa le grotte di Melissani che sono poi uno dei motivi che hanno spinto Marta a scegliere queste isola. Le grotte sono grandi e belle, ma la visita di 10 minuti in barca non vale i 7 euro cadauno che si spendono:

Seconda tappa: Argostoli, il principale centro di Cefalonia. È sabato pomeriggio e la maggior parte dei negozi è chiusa. Di conseguenza in giro (anche nella bella via pedonale, lisostroto?) non c’è nessuno. Riusciamo a fare qualche acquisto e poi ci avviamo sul ponte pedonale sull’acqua chiamato Devossetos, costruito da un architetto svizzero. Lo percorriamo solo per pochi metri quando Marta scorge nell’acqua una enorme tartaruga caretta caretta. Scopriremo che ve vivono una quarantina in questa baia. Davvero un bell’incontro!

Prima di lasciare Argostoli andiamo a rendere omaggio al monumento ai 9000 soldati italiani fucilati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Decisero con un referendum di resistere ai nazisti, diventati nemici. L’imbarazzante Badoglio si schierò con gli Alleati ma impiegò più di un mese a dichiarare guerra alla Germania. Le belve naziste uccisero i soldati italiani, una volta disarmati, considerandoli traditori e non prigionieri di guerra:

Lasciamo il capoluogo dell’isola e ci avviamo, sempre in auto, sul promontorio che sorge di fronte ad Argostoli. Ci si potrebbe andare in traghetto ma scegliamo l’auto visto che vogliamo scoprire l’isola. Obiettivo: raggiunge Lixouri. Anche questa città, come tante qui nell’isola di Cefalonia, è stata distrutta dal terremoto del 1953, ma è stata ricostruita in un modo davvero armonico. Camminare qui è piacevole e aspettiamo, insieme a tante persone del luogo, il tramonto seduti su una banchina del porto. Davvero bello.
Poi andiamo a cenare in uno dei tanti ristoranti che si trovano nella zona pedonale: Ainos.
Qui ci sbizzarriamo. Marta rimane in zona carne. Io mi lancio su bruschette greche (Traditional Kefalonian Riganado), tzatziki e formaggio da spalmare (Tirokafteri). Quest’ultimo fantastico.
Dopo questi aperitivi (aiutato in realtà da Marta) ho preso anche una pita vegetariana.
Mi sono alzato satollo (sempre spendendo circa 10 euro a testa). Ma per fortuna prima di tornare verso il nostro appartamento abbiamo potuto assistere, in piazza a Lixouri, a uno spettacolo di balli tradizionali.

Cartolina Cisternino

Piccoli, ma resistenti

Come in un lampo, vidi un fotogramma: in un posto da nulla chiamato Cisternino, in Puglia, a mille chilometri dal Piave e dal Carso, avevo visto in piazza, su un basamento di pietra, un soldato in bronzo correre, urlando, verso il nemico con il fucile in mano. Un monumento modesto: il ragazzo in divisa sarà stato un metro e sessanta al massimo. Ma le sue proporzioni rappresentavano l’altezza media degli italiani denutriti di allora. Piccoli eravamo a quel tempo, ma resistenti, molto più di oggi, e con un senso del dovere incomparabilmente più elevato. Un popolo bastonato dagli eventi che, a fine guerra, aveva avuto ancora la forza di ricominciare, e piegare la schiena sulla terra delle nostre campagne. Sotto il monumento c’erano i nomi e il numero dei Caduti della Prima guerra mondiale era il doppio di quelli della Seconda. Non ci voleva molto a capire quale fosse stata la vera ecatombe.

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli, 2014

National Museum of Tanzania

Cosa fare a Dar es Salaam: il Museo Nazionale

Se trascorrete qualche ora a Dar es Salaam (la principale città della Tanzania, il suo cuore economico, ma non la capitale) cercate di fare un salto a vedere il Museo Nazionale. Si trova a Shaban Robert Street ed è un’oasi di pace fuori dalla caotica (e trafficatissimo) vita di Dar.

Una volta varcata la soglia e pagato l’ingresso (meno di 3 euro) vi troverete davanti a un gigantesco ficus che occupa gran parte del giardino. Sotto le sue foglie si tengono degli spettacoli teatrali.

Ficus

Una volta saliti al primo piano, le varie sale vi mostreranno la storia della Tanzania che parte da un cranio di australopiteco, visto che da queste parti (ma non ditelo ai razzisti) ha origine la razza umana.

Resti di australopiteco

Le altre sale raccontano la storia della Tanzania, dal l’occupazione coloniale (prima tedesca, poi inglese) fino all’indipendenza (del Tanganika) e all’unificazione con Zanzibar.

Le sale del museo nazionale di Dar es Salaam

Il museo è davvero piccolo e quindi la vista dura poco. Uscendo, nel giardino, non dimenticate di passare in un luogo che ricorda la recente (drammatica) storia della Tanzania: la bomba contro l’ambasciata americana del 7 agosto 1998.

Il monumento delle vittime agli attentati di Dar es Salaam

In un paese in pace come la Tanzania questi morti rappresentano un tributo di sangue, sicuramente inatteso. Le vittime degli assassini di Al Qaeda, furono dodici: tutti, ovviamente, africani.

Ad maiora

Le vittme dell'attentato all'ambasciata americana di Dar es Salaam