Lettera a un giovane calciatore

Una lettera per chi ancora coltiva il sogno del calcio come un gioco e non come un business. Il libro di Darwin Pastorin Lettera a un giovane calciatore è una specie di sogno di una notte di fine estate, quando tutto intorno tira un forte vento di scirocco. Pastorin parla a un giovane giocatore immaginario (che in realtà esiste fisicamente, come si scopre alla fine del volume, ma che rappresenta una sorta di ologramma ideale cui rivolgersi) e gli racconta il calcio che fu (quello del Mundial 82, ad esempio). Strano leggere queste pagine (stampate da Chiarelettere) nell’estate del trasferimento milionario di Neymar e a pochi giorni dall’asta dei diritti televisivi, sui quali campano gran parte del football professionistico. Ne è ben conscio anche l’autore del libro che scrive: «Esiste un problema, adesso: il denaro scorre a fiumi. Diventa una sirena difficile da non ascoltare. E si sono aperte nuove frontiere per i possibili paperoni in pantaloncini corti e scarpe bullonate».

Il giornalista (italia-brasiliano) ha il suo solito stile coinvolgente nel raccontare (al giovane calciatore e ovviamente a chi sta leggendo il volume) le storie del Grande Torino o del grande Maradona (per il quale Pastorin ha un amore sconfinato). Ma anche di personaggi passati alla storia per errori, come Niccolai per gli autogol o Roberto Baggio per il rigore – sbagliato – di Pasadena. Lo scrittore giustamente ricorda il principio degregoriano che non si può giudicare un giocatore solo da questi particolari. E qui pausa per ricordare quella che Darwin segnala come la più bella canzone calcistica italiana:

https://youtu.be/lETVilXSfNY

Autogol, rigori sbagliati, sconfitte. Ed è proprio da questi principi che Pastorin segna il punto per cercare di invertire un trend poco decubertiano del fatto che l’importante sia vincere, non partecipare. Anche tra i più giovani: «Non riuscire nel pallone non deve significare una sconfitta. Così come un fallimento a scuola o nel lavoro non vuol dire essere perdenti. Perdere ti aiuta a crescere, a guardare il mondo in un modo nuovo, a verificare come sai reagire alle difficoltà».

Il libro si chiude con liste sentimentali per amanti del calcio. Difficilmente ci si troverà d’accordo con quelle di Darwin Pastorin, perché ognuno ha le sue. Ma leggerle, stimola a pensare a delle nostre personalissime liste.

Ad maiora

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Darwin Pastorin

Lettera a un giovane calciatore

Chiarelettere

Milano, 2017

Pagg. 132

Euro 13

Andare al cinema o vedere Netflix?

Approfittando delle arene cinematografiche estive stiamo andando al cinema più spesso. Rimanendo però – parecchio – delusi. Nell'arco di una settimana abbiamo visto prima Elle (non comodissime le cuffie dell'Arianteo e non tanto coinvolgente questo modo di fruire i film) e Barriere.
Elle, che pure ha vinto parecchi premi e che vede recitare Isabelle Huppert, ha una trama interessante ma uno svolgimento deludente. Troppo forzato. E troppo caricaturali tanti personaggi che affiancano alla protagonista. Si finisce la pellicola con un senso di incompiutezza, malgrado l'eccessiva durata (più di due ore) del film.
Ancora più lungo (138 minuti!) è ancora più deludente Barriere di e con Denzel Washington, anche questo pluripremiato. Viene mediaticamente annunciato come adattamento di uno spettacolo teatrale, ma non è così. È uno spettacolo teatrale ripreso cinematograficamente: nelle prime due ore le scene di svolgono quasi esclusivamente nel cortile di casa del protagonista. Con un Washington verboso (e palloso) come non mai. Si salva solo Viola Davis, la moglie del protagonista, davvero brava ma relegata fin troppo al ruolo, femminile, di "non protagonista".
Per entrambe le pellicole abbiamo retto fino alla fine, anche se siamo stati tentati più volte di lasciare l'arena dove venivano proiettate.
La domanda è: con l'arrivo delle serie televisive (e di Netflix soprattutto) è cambiato il nostro modo di approcciare anche i film al cinema? E il cinema (e i critici e chi distribuisce premi) se ne accorge o prosegue per la sua strada?
Ad maiora

25 cose che mi sono piaciute dell’Australia

Dopo la vacanza a Sydney e nel Queensland (l'itinerario, con l'aggiunta del Northern Territory lo trovate qui), l'Australia si pone in testa alla mia personale classifica dei paesi che ha visitato (ad oggi 53). E il merito non è tanto della meravigliosa natura che circonda e si trova su questa gigantesca isola (come la foto di apertura, scattata alla Withsunday Island).
No, ciò che mi ha lasciato sbalordito sono tante piccole cose capaci di migliorare la vita di chi ci abita (e di chi ci passa, magari, solo pochi giorni, come abbiamo fatto noi).
Non ne faccio un discorso politico e quindi è inutile che mi si ricordi (come successo su Twitter) le terribili discriminazioni verso gli aborigeni (popolazione che tuttora domanda un ruolo codificato nella costituzione australiana e che ha conquistato il diritto di voto solo 50 anni fa). O le campagne elettorali basate sul principio, vagamente xenofobo, di Putting Australia First.
Quelle le lascio ai grandi scienziati della politica. Io mi occupo di piccole cose che potrebbero migliorare la vita pure alle nostre latitudini. Pensieri positivi insomma, come diceva il buon professor Furia.
E dunque partiamo con l'elenco. Proprio dal basso.

1. Bagni pubblici


Ecco, se c'è una cosa che mi ha davvero fatto pensare è l'infinità di cessi a disposizione del pubblico. Tutti puliti, con carta igienica e sapone e spesso anche l'asciugatrice per le mani. Li trovate al limitare dei parchi, lungo le strade, intorno alle piscine pubbliche, ai capolinea di treni e bus, vicino ai posti per le grigliate (ne parlo dopo), dove partono i sentieri per le camminate. Insomma, ovunque. E non sono quei cessi chimici che puzzano a distanza di cento metri e che ti fanno venire i conati di vomito quando entrate. No, no. Sono bagni con tutti i crismi. Come quelli dei nostri autogrill, ma più nuovi, più puliti. E raggiungibili senza prendere il biglietto al casello… Non abbiamo mai dovuto, in sostanza, entrare in un bar e bere un caffè per potere fare la pipì, o pagare per entrare in un bagno automatico (è claustrofobico). Insomma, un piccolo segno di grande civiltà.

2. Zone Barbecue


La cucina australiana non è particolarmente rinomata (guardate MasterChef Australia e ve ne renderete conto anche voi). Nel paese si trovano per questo per lo più ristoranti etnici, con una particolare abbondanza di locali asiatici, anche per la vicinanza geografica a quel continente. I locali tipicamente australiani sembrano quelli americani, basati su carne e sandwich (o al più a Fish & Cips). Ma gli australiani hanno sopratutto un modo per gustarsi il momento del pranzo (nei giorni non lavorativi) o di cena: il barbecue. E per poter condividere con gli amici questa possibilità non occorre che abbiate una casa con giardino (o terrazzo): in ogni parco australiano trovate sempre aree con barbecue e posti per sedersi (come quella che vedete nella foto qui sopra, scattata a Kangaroo Point, Brisbane). E tutti questi barbecue sono ovviamente gratuiti. E puliti visto che ci li utilizza poi si impegna a lavarli a fondo. A naso, è una tradizione che gli australiani hanno ereditato dagli aborigeni. Ma, qualunque sia la genesi, è una cosa bella è socializzante. Ah, in queste aree a volte è vietato l'alcol, anche per evitare quelle risse che a volte si accendono, nei parchi italiani, intorno ai barbecue.

3. Natura imperante


Questo non è solo merito degli australiani. O meglio, hanno un sistema di vita che consente a molte altre specie animali di condividere lo stesso territorio. Incontrerete tanti animalistrani in Australia. Strani e liberi. Canguri e casuari lungo le strade. Echidna sotto l'albergo. Opossum nei parchi (vengono a mangiare la frutta, se gliela portate), goanna nelle spiagge, dingo e koala (ma noi non li abbiamo visti in libertà). Balene e delfini in mare. Sterne e tantissime altre specie di uccelli che qui vivono o solo passano per qualche settimana (senza finire nel mirino dei bracconieri). Io ho scelto, tra le tante, la foto di una bellissima rana verde che una sera è venuta a farci compagnia in terrazzo. Meraviglia.

4. Giardini botanici


Questo punto (quarto, ma questa non è una classifica, solo un elenco di punti, spesso causale), questo quarto punto dicevo, è invece merito degli australiani e del loro modo di concepire il territorio nel quale vivono. Nella maggior parte delle città australiane trovate dei GiardiniBotanici. Enormi, curati, gratuiti. Solo in quello (reale) di Sydney chiedono una registrazione – gratuita – all'ingresso. In questi fazzoletti verdi potete passeggiare, leggere un libro e osservare i numerosi animali, per lo più volatili, ma non solo che vi abitano. In quello della cittadina di Hervey Bay (nella quale è stata scattata la foto di sopra) c'era una zona asiatica e un'altra umida, con tanto di stagno per le piante acquatiche. In questi Giardini trovate alberi secolari, con tanto di cartellino che spiega nome e origine.

5. Sono tutti gentili e sorridenti


Altro punto a favore delle vacanze (o di un trasferimento quaggiù) è il carattere degli australiani. Sarà la vicinanza all'Asia, ma qui la cortesia è davvero diffusa. Quando entrate in un negozio ci chiedono "come state?" e non lo fanno tanto per dire. Se riproponete la stessa domanda, vi raccontano a volte fatti che riguardano la loro vita. È una popolazione giovane, frutto di tante immigrazioni. E quindi spesso vi chiederanno da dove venite. A volte troverete persone con lontane parentele italiane (come un ministro costretto a dimettersi dopo che la madre ha chiesto, a sua insaputa la cittadinanza italiana: che siamo capaci di offrire a chi aveva un trisavolo di qui e non a chi è nato in Italia…). Sono sorridenti e cordiali gli australiani. E si fidano del prossimo. In una delle nostre escursioni in barca, abbiamo chiacchierato un po' con una guidaventiduenne. Alla fine della giornata ci ha chiesto se avevamo impegni per la domenica successiva e alla nostra risposta negativa ci ha offerto di accompagnarci a te(lo stato australiano che si affaccia sulla Grande Barriera Corallina). Abbiamo accettato e domenica alle 9 in punto era sotto il nostro albergo e ci ha scarrozzato in giro tutto il giorno. Lo abbiamo, al ritorno, anche invitato fuori a cena e quindi abbiamo trascorso praticamente una intera giornata insieme. Ora fate mente locale e immaginate un qualunque ragazzo europeo che farebbe la stessa cosa con tre perfetti sconosciuti. A me, pur sforzandomi, non mi è venuto in mente nessuno.
Nella foto, a fare da testimonial per gli australiani sorridenti, tre ragazzi che vendono succhi di frutta naturali su un camper. Ad Airlie Beach.

6. Acqua gratis nei ristoranti


Sesta cosa che mi ha stupito positivamente è che, appena vi sedete in un ristorante (di qualunque livello) vi portano una brocca con l'acqua. Se, come me, non bevete alcolici, in Australia non dovrete pagare l'obolo a qualche multinazionale che ha infilato in una bottiglia dell'acqua facendo pagare una cifra ben superiore a quella che spende per comprare il diritto di sfruttamento (di un bene pubblico, peraltro). Insomma, anche questa cosa l'ho trovata molto civile e democratica. E non credo che sia un grande costo per i ristoratori.

7. Zone fumatori separate da quelle non fumatori, anche all'aperto


In Australia (come in altre nazioni asiatiche, mi viene in mente la Corea ) mi pare che abbiano preso sul serio l'obiettivo di ridurre il più possibile il fumo, attivo e soprattutto passivo. Le zone fumatori, anche all'aperto sono delimitate, e soprattutto distanti da quelle dove si mangia. Anche nei ristoranti dove si pranza e cena fuori dal locale, le zone fumatori e non fumatori sono distinte. E spesso se il ristorante ha poco spazio esterno, i fumatori devono allontanarsi di qualche metro per potersi avvelenare in santa pace. Anche quando fate escursioni in barca (che durano pure una giornata) non potrete fumare né sull'imbarcazione e spesso nemmeno sulle piccole isole (che spesso sono parchi naturali). Tenetene conto (se siete dediti al vizio.

8. Giocare a Trivial Pursuit in autostrada


Le strade australiane sono come quelle americane. Lunghissime e spesso dritte per centinaia di chilometri. Per evitare che la mente di chi guida l'auto cominci a viaggiare per conto proprio (con rischi di incidenti, magari proprio contro un canguro come quello della foto che accompagna questo ottavo punto) le autorità australiane hanno escogitato uno stratagemma. Ogni tot chilometri c'è una domanda di quelle che trovate sul Trivial Pursuit. Chessò: quale è stata la prima capitale del Queensland, o qual è (come si legge in questo cartello) il simbolo floreale dello stato? Mentre guidate, leggete il quesito, pensate a una possibile risposta e dopo qualche chilometro…eccola che compare su un altro cartello stradale! Costo dell'operazione zero al cubo. Ma tanto fosforo! Altro che i patetici annunci sulle nostre autostrade…

9. Piste ciclabili ovunque


Rimaniamo in tema mobilità, ma questa volta sostenibile. In Australia ci sono piste ciclabili ovunque. Di fianco a ogni grande arteria che unisce le città, lungo le strade di ogni cittadina, in ogni parco (con una chiara divisione dai pedoni, come da foto).
Qui evidentemente, quando costruiscono una strada, realizzano – sempre!- al suo fianco una ciclabile (da noi invece buttiamo soldi in autostrade inutili e mangia territorio). E che ciclabili potete trovate in Australia!!! Quella che vedete qui sotto aveva un asfalto che sembrava quello di Monza, dell'autodromo però.

Sempre a margine di questa vera a propria autostrada per le bici (siamo a Brisbane) comparivano cartelli stradali dedicati con le distanze chilometriche per raggiungere i comuni dell'hinterland.

In Australia, la campagna #salvaiciclisti la fa lo Stato, non chi pedala a proprio rischio e pericolo.

10. Allo stadio 50mila persone senza un poliziotto, uno steward


Nei giorni in cui eravamo a Brisbane si è disputata la partita di rugby (a 13) tra una rappresentativa del Queensland e una del Nuovo Galles del Sud. È una sfida, al meglio delle tre gare, che si chiama State of Origin, perché gli atleti che vi partecipano sono originari di uno dei due stati. Sono match sentitissimi, con biglietti esauriti da mesi e migliaia di persone con indosso le maglie granata del Queensland o blu di Sydney (la capitale del Galles del sud). Ebbene, lo vedete anche nella foto che campeggia sulla copertina di un giornale australiano, il tutto si è svolto non solo senza incidenti, ma anche senza nessuna divisa per calmare gli animali. Nemmeno nell'infinito dopo partita, quando i giocatori hanno fatto selfie con chiunque lo chiedesse. Terminato il match però si è tornati alla normalità. All'aeroporto di Brisbane il giorno dopo i giocatori sconfitti tornavano a Sydney su un volo di linea.

Nello scalo (li vedete seduti a destra) hanno mangiato nella Food Court senza che nessuno sia andato nemmeno a chiedere un autografo, uno scatto.

11. Aeroporti bellissimi e con zone bagagli aperte al pubblico


Rimaniamo in aeroporto anche per questa undicesima cosa che mi è piaciuta dell'Australia: gli scali. Sono spaziosi, luminosi, rilassanti e non ansiogeni. Ti fanno venire voglia di prendere un aereo e non la sensazione di preoccupazione che campeggia nei nostri. Una volta superati i controlli di sicurezza all'arrivo a Sydney, nei voli interni siete totalmente liberi. Anche di portarvi a bordo la bottiglietta d'acqua che avete comprato fuori dallo scalo.
Ma la cosa che mi ha lasciato più basito (e che mi ha fatto capire come ci si relaziona col prossimo in Australia) è che le zone per il ritiro bagagli sono aperte al pubblico. Andate a prendere vostro figlio, vostra madre, il vostro amore in aeroporto? Non dovete aspettarlo dietro una porta oscurata che ogni tanto vomita passeggeri. Lì potete andare direttamente ad attendere i bagagli con loro. D'altronde sono valigie già ampiamente controllate.

Fa riflettere che, evidentemente, non ci sono furbacchioni che arrivano in aeroporto a prendere valige non loro…

12. Camminare a piedi nudi


Quando ho raccontato al mio amico Nicola che in Australia tantissimi camminano per strada a piedi nudi, mi ha detto che andrebbe lì solo per fare lo stesso. In effetti, dopo qualche giorno che vedi persone che attraversano la strada senza scarpe o ciabatte ti viene la tentazione di provare. Tornare indietro, rinchiudere di nuovo i piedi risulterà poi difficile. Gli australiani girano scalzi o, al massimo, con le infradito. È il segno di un modo di affrontare la vita rilassata, all'insegna del "anche se sto andando a lavorare, qui è come essere in vacanza". Anche noi (Marta per prima), dopo qualche giorno di ambientamento, alla fine abbiamo camminato a piedi nudi. Esperienza che in Italia risulta impossibile. Nelle strade australiane non ci sono cicche di sigaretta, cartacce, bottiglie rotte e nemmeno cacche di cane.Né auto sui marciapiedi o sulle strisce pedonali o in seconda/terza fila. Ecco perché lì si può scegliere di far sentire ai piedi la nuda terra (o il nudo asfalto) e qui da noi proprio no. Ma proprio, proprio no.

13. Ospedale, vista mare


Salto di palo in frasca e come tredicesimo punto metto qualcosa che mi ha lasciato esterrefatto: a Cairns hanno costruito l'ospedale vista mare! Provo a spiegarmi meglio. In questa bella cittadina nel nord del Queensland si va per passare un periodo di vacanza. Il clima è mite tutto l'anno e di qui partono le escursioni per la Grande Barriera Corallina. Ci sono quindi in città decine di ristoranti (aperti fino a tardi…cioè almeno alle 21.30, perché spesso in Australia le cucine chiudono alle 20) e c'è una lunghissima Esplanade dove si affacciano gran parte degli alberghi i cui clienti, possono godersi la vista del Mar dei Coralli. Ebbene, tra un albergo e l'altro ecco spuntare l'ospedale pubblico di Cairns, un grosso edificio che si affaccia sulla spiaggia. Per di più davanti c'è un parco e quindi i malati (e parenti e amici) possono godere del panorama anche dalle loro stanze di sofferenza. Non so in quanti altri posti, il piano regolatore abbia previsto una cosa del genere. Bellissima.

14. Campi da Beach Volley gratuiti


In Australia ci sono molte occasioni per socializzare. La più semplice è forse quella di mettersi di fianco a uno dei campi dove si gioca a pallavolo e offrirsi di far parte di una delle due squadre. I campi sono bellissimi e illuminati a giorno almeno fino alle 22. È bello anche solo stare lì a guardarsi queste sfide infinite.

15. Skate Park ovunque

Discorso simile a quello dei campi per Beach Volley riguarda gli Skate Park. Aggregante sicuramente per i più giovani. Ne trovate ovunque in Australia (quella in foto è appena sopra la meravigliosa spiaggia di Bondi Beach, a Sydney). Ben tenuti e con percorsi che (visti da fuori) sembrano molto divertenti. Mi pare che in Australia ci sia una volontà di rendere offrire il più possibile spazi "sociali". Da noi, no. Tornato dall'Australia sono passato per la prima volta dietro Casa Milan (bel palazzo, luogo aggregante per i tifosi rossoneri) e ho scoperto una gigantesca spianata di cemento chiamata, surrealmente, piazza. Non un albero, non una panchina, figuriamoci uno Skate Park. Ed è una zona nuova (lo scatto è da una mia esterrefatta Instragram Story).

Ma è così difficile per gli urbanisti delle nostre parti immaginare spazi per i cittadini?

16. Palestre all'aperto


Resto nell'ambito dell'attività fisica gratuita per segnalare che ho visto più di una palestra all'aria aperta. Con attrezzi nuovi e con le indicazioni di come usarli correttamente (con codice da scannerizzare per scaricare i video con i programmi). Se non bastasse, a Cairns (cui si riferisce la foto di questo sedicesimo punto) ci sono corsi pubblici di utilizzo di questi attrezzi. Con orari e istruttori. Tutto, sempre ovviamente gratis. Sia per chi vive qui, sia per chi è solo di passaggio.

17. In surf, dopo il lavoro


Se non vi piace correre, andare in bici, giocare a pallavolo sulla spiaggia, andare in skate, fare palestra vista mare, magari finito di lavorare o di studiare potete imbracciare una tavola da surf e provare a cavalcare le onde! La foto qui sopra è scattata a Bondi Beach, meravigliosa spiaggia di Sydney. L'unico rischio: gli squali. Ma per questo, preparatevi al punto 18!

18. Gigantesche piscine pubbliche


Il mare che circonda l'Australia non è tra i più sicuri del mondo. Spesso vi troverete in spiaggia davanti a cartelli di questo tipo:

E oltre ai coccodrilli ci sono gli squali. E d'estate temibili meduse. E dunque cosa si sono inventate le autorità australiane? Gigantesche piscine pubbliche (qui chiamate Lagoon) dove fare il bagno in tutta sicurezza. Piscine con tanto di sabbia e bagnini. Ovviamente gratis! E pure con giochi d'acqua per i bimbi.

Anche a Bondi Beach, la spiaggia del surfer di Sydney, dove il mare è spesso mosso, trovate una bella piscina dove nuotare senza rischi. Meraviglia.

19. Niente tag, solo murales


In Australia non ho visto un solo tag su un muro. Me ne sono reso conto l'ultimo giorno di vacanza, mente stavo camminando per Sydney. Ho intravisto queste scritte per terra che mi hanno ricordato quelle che compaiono sui nostri muri.

E invece erano solamente dei segnali per lavori in corso… Ho osservato invece, in Australia, tanti, bellissimi murales. Spesso accompagnati dall'account Instragram di chi li ha disegnati. Come il murales che decora questo diciannovesimo punto. Fotografato a Sydney.

20. Serpenti, ma dolci


Questo è un punto che forse non tutti potranno apprezzare (ma so che gli australiani che vivono all'estero chiedono a chi nel loro paese di portargliene una confezione). Nei supermercati australiani potrete trovare delle caramelle (buonissime) fatte a (lungo) serpente. Sono di mille colori e potrebbe forse essere un modo australiano per esorcizzare la paura di questi animali che qui sono presenti e numerosi (e a volte letali).

21. Sorridete, siete inquadrati


Per fare capire l'approccio che hanno verso il prossimo gli australiani, basta questo cartello (il cui contenuto è visibile in ogni locale italiano). Vi avvisano che siete ripresi dalle telecamere di sorveglianza ma lo fanno ironizzando, invitandovi a sorridere verso la camera. 🙂

22. Fuori servizio


È lo stesso principio, di gentilezza e ironia insieme, che accompagna le scritte sugli autobus che vanno in deposito. Siscusano perché vi sfrecciano davanti senza fermarsi. È lo stesso messaggio che compare sui bus italiani, ma messo in positivo. E fa cambiare prospettiva alle cose.

23. Ho lavato le banconote coi jeans. Non è successo niente…


Perché i dollari australiani sono di plastica. O meglio, di propilene. Quindi si possono bagnare, e accartocciare, e tornano nella medesima forma (e valore) di prima. Segno di un paese che si è sviluppato quasi solo nelle zone costiere, sempre a contatto con l'acqua. Indicazione, una volta di più, di un luogo dove pensano a come risolvere i problemi pratici dei cittadini.

24. Fontanelle pubbliche (anche per i cani)


A proposito di venire incontro a chi abita qui, in Australia troverete a ogni angolo delle fontanelle pubbliche dell'acqua. Spesso sono di due livelli per favorire i bambini. O per dissetare i cani, come quella che vedete fotografata qui sopra. La vaschetta dove beve il cane si può svuotare con una semplice rotazione. Cosa c'è di più facile?

25. Ironia australiana


Chiudo questa carrellata
– confusa ma sincera – di cose che mi hanno colpito in Australia, con l'ironia, il buonumore. Qui tutti ridono e fanno battute. Che spesso trovate anche sui muri, anche fuori dai pub…

Con questo sorriso si chiude l'elenco delle cose che mi hanno positivamente colpito.
Spero che tutto ciò vi spinga a visitare l'Australia, se non l'avete ancora fatto. O, se ci siete stati, magari ad aggiornare le mie "cose belle" aggiungendovi delle vostre.

Ad maiora

Una madre per sempre

Conosco Giuliana Gambuzza da qualche anno, essendo stato il suo tutor televisivo alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. E ho letto il suo primo romanzo con la curiosità della scoperta di un Lato B che al Master mi era rimasto ignoto. Della capacità di scrittura di Giuliana ero già edotto. Ciò che non potevo immaginare che fosse in grado di immaginare e raccontare una vicenda narrativa tanto dura come quella di “Una madre per sempre“. È la storia di una giovane donna che ha vissuto con sofferenza la separazione dei suoi genitori, e soprattutto l’assenza del padre, co-protagonista della narrazione. Che viene raccontata dalla Gambuzza seguendo parallelamente i pensieri di lui e di lei. Amari entrambi soprattutto sul peso dei vincoli famigliari: «Alla fine anche tu verrai contaminato dallo squallore della tua famiglia, zittito dai suoi silenzi. L’hai imparato da piccolo e ai tuoi piccoli lo insegnerai. Provaci a spezzare il cerchio se hai la forza, provaci».Il padre, che tradito dalla madre, deve lasciare la casa e la figlia (salvo ricostruirsi, come spesso accade, una vita di riserva) indossa le vesti del perdente: «Ogni tanto ho dei ricordi, quelli sì. Con il loro bel corredo di nostalgia, rimpianti, pentimenti, avrei potuto e non l’ho fatto, avrei potuto evitare ma l’ho fatto lo stesso, stringimenti di cuore e cose del genere. Ricordi, insomma. Poi, niente: a che serve lottare contro i ricordi? Perderei comunque. Non che mi dispiaccia perdere, sia chiaro, anzi: sono uno specialista in questo. Falliti, ci chiamano. Falliti che però continuano a stare a galla».

La figlia,non meno condizionata dall’inizio azzoppato della propria esistenza, rinuncia a diventare madre a sua volta e attraversa anche una pesante anoressia: «Non è vero che è la vita a guarirti, non è vero che solo tu puoi decidere di salvarti. Non è vero neanche che dall’anoressia si guarisce. Si può uscirne sì, e io ho avuto questa fortuna. Però è sempre lì, un fantasma che diventa di carne quando stai male per qualche motivo. E anche se hai smesso di contare le calorie, ci sono sapori che dimenticherai e il valore di te come persona sarà espresso in chili più di quanto non lo sia per gli altri».

Giuliana a Gambuzza ha, vestendo i panni della protagonista, un giudizio molto severo sulla genitorialità, molto cambiata in questi anni (spesso molto forzata ed esibita) e proprio sulle tante tipologie di (distruttivi) padri e madri scrive la pagina più bella del libro: «I genitori per caso, i genitori per scelta, i genitori per sbaglio, i genitori costretti dal partner, i genitori costretti dai loro genitori, i genitori cloni perfetti di chi vive in questa società, i genitori del desiderio, i genitori biologici, i genitori che si trovano in casa figli di qualcun altro, i genitori che non sanno di esserlo, i genitori affidatari e quelli adottivi, i genitori che fanno solo i genitori, i genitori che lavorano, i genitori che si ritrovano in casa i loro marmocchi come estranei, i genitori pieni d’amore, i genitori dai negli ideali, i genitori che si sentono diversi dai loro genitori e i genitori che sperano di fare anche solo una parte del bel lavoro di mamma e papà, i genitori che non vedono l’ora di insegnare ai figli a calciare un pallone o a mettersi il rossetto, i genitori che vorrebbero ma non possono esserlo, i genitori che ogni volta che ricordano l’odore dei loro figli quando erano neonati piangono, i genitori che sono scappati, i genitori che hanno fatto finta di rimanere, i genitori con i piedi in tante famiglie. Sogno un mondo in cui a questi genitori, a tutti loro, venga chiesto di recitare il principio della medicina che porta il nome di Ippocrate. Me li immagino in fila, con la mano sul petto in un gesto solenne, a ripetere uno dopo l’altro: “Primum non nocere”. Prima di tutto non fate male ai vostri figli, a fare loro del bene ci penserete poi, se vi resteranno le forze, se mai ne sarete capaci».

Insomma un romanzo d’esordio davvero ben fatto, capace di farvi immedesimare con questa storia. Pensando: la mia esperienza è differente… Anche se a volte è solo una pia illusione.

Ad maiora 

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Giuliana Gambuzza 

Una madre per sempre 

Robin Edizioni

Torino, 2017

Pagg. 150

Euro 10

Il caso Pantani

«Cala mestamente il sipario sulla vicenda del Pirata. Se giustizia mai ci sarà, non potrà venire dall’aula di un tribunale. La storia splendida e feroce del campione di Cesenatico va mestamente ad arricchire quella lunga lista di misteri irrisolti della quale il nostro benedetto paese non può fare a meno.»
Sono velate di tristezza e con la classica amarezza italiana le parole con cui Luca Steffenoni chiude il suo “Il caso Pantani”. Il libro da poco uscito per Chiarelettere racconta non le gesta del campione di Cesenatico ma il triste epilogo di una vicenda intorno alla quale due processi (a distanza di anni) non hanno chiarito i dubbi. La morte di Pantani nel giorno di San Valentino del 2004 sarà ufficialmente catalogata come suicidio, anche se molti tasselli non sembrano fare parte di quel puzzle. “(Pantani) doveva morire” è non a caso il sottotitolo del volume di Steffenoni nel quale vengono elencati i motivi per i quali la fine del ciclista assume le vesti del caso irrisolto. Non a caso la Procura di Forlì nel 2014 ha riaperto -e poi richiuso- il caso sulla fine di Pantani anche a seguito delle dichiarazioni di Vallanzasca (non propriamente un collaboratore di giustizia…) sulle scommesse clandestine gestite dalla Camorra sul Giro d’Italia del 1999, quello che Pantani stava per vincere trionfalmente prima di essere fermato dall’antidoping a Madonna di Campiglio (con controlli tutt’altro che rigorosi , come viene rilevato da Steffenoni). Per la mafia campana quel Giro avrebbe fruttato un giro d’affari di 200 miliardi di vecchie lire.
Anche per questi motivi Luca Steffenoni chiede che sulla fine del Pirata indaghi la Commissione Parlamentare Antimafia. Che sullo sport e i suoi interessi anche recentemente ha acceso i propri riflettori.
Il volume si divide in tre parti: la salita, la discesa e la caduta. Proprio quando si arriva a questo ultimo capitolo i dubbi dell’autore del libro divengono anche i nostri.
Ad maiora
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Luca Steffenoni
Il caso Pantani
Chiarelettere
Milano, 2017
Pagg. 153
Euro 12

Le indomabili, Davide Steccanella

Le indomabili di Steccanella

Un libro che offre una serie di interessanti spunti sulle donne rivoluzionarie di ieri e di oggi. “Le indomabili” il nuovo volume di Davide Steccanella è una lettura interessante per chi voglia ricercare la parte femminile della nostra storia. Spesso, troppo spesso, declinata al maschile. Davide, che nella vita fa l’avvocato, da anni si occupa di lotta armata. E in questo libro si trovano tante donne che hanno combattuto regimi e ingiustizie. Dalla rivoluzione messicana a quella d’ottobre, dalla guerra civile spagnola al terrorismo. Steccanella è bravo a raccontare, seppure in pillole, storie più o meno dimenticate. Come questa: «Petra Herrera è una delle prime “soldadere”, le combattenti donne in forza nelle truppe degli insorti della Rivoluzione messicana. Per anni conosciuta come Pedro Herrera, Petra sceglie di cambiare il proprio nome in Pedro e di travestirsi da uomo per partecipare militarmente alla guerriglia del generale Francisco (Pancho) Villa, senza limitare la propria azione alle tipiche funzioni femminili di supporto ai soldati uomini, cui sono relegate le donne messicane. Grazie a mille sotterfugi, Petra custodisce il proprio segreto, arrivando persino a fingere di radersi la barba ogni mattina. In guerra dà prova di grande coraggio e lì, certo, nessuno può arrivare a nutrire dei sospetti riguardo alla sua mascolinità, in particolar modo nel vederla alle prese con la sua abilità nel far saltare i ponti. Quando il travestimento viene scoperto, Pancho Villa, nonostante alcune vittorie importanti riportate da Petra, alias Pedro, rifiuta di promuovere una donna al grado di generale. A fronte di questa delusione, Petra abbandona la compagine di Pancho Villa per formare una brigata di soldaderas di sole donne». Ecco un semplice esempio di come nemmeno radersi e fingersi uomo, consenta di arrivare alla parità tra donne e uomini!
Eppure nel libro si trovano personaggi che hanno inciso i loro nomi nei cuori dei loro connazionali. Come Dolores Ibàrruri e il suo No Pasaran! o Rosa Parks, prima donna a essere sepolta nella rotonda del Campidoglio americano. Di lei, del suo coraggio rivoluzionario e radicale, mi sono segnato questa frase che meriterebbe di essere imparata a memoria: «Trovo che se sto pensando ai miei problemi, e al fatto che a volte le cose non sono come io desidero che siano, non faccio alcun progresso. Ma se mi guardo attorno e vedo cosa posso fare, e lo faccio, io progredisco».
Nel volume di Steccanella – grazie all’interesse che l’autore ha verso la lotta armata – figurano molte terroriste, italiane e straniere. Come la tedesca Ulrike Meinhof fondatrice della Raf, che così teorizzava: «Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati 1000 sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco una macchina, il fatto costituisce reato, se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più».
La maggior parte delle storie (che terminano con un invito all’approfondimento e segnalando volumi specifici su ogni indomabile) che ho letto mi era nota. A volte per conoscenza diretta, come per le combattenti del Pkk curde. Qualche singola ribelle mi ha invece sorpreso. Come la tennista Monica Giorgi, finita in carcere per il suo impegno anarchico e femminista. Proprio lei – che aveva fondato l’associazione “Niente più sbarre” – dalla cella scrive queste bellissime parole:«Non sono né fuggita né mi sono nascosta, ho continuato il mio lavoro-studio-sport. Pertanto ribadisco la mia totale estraneità alle imputazioni rivoltemi. Non ho partecipato a nessuna banda armata. Ho partecipato invece a dibattiti, discussioni politiche, problemi sociali del nostro tempo, sempre pubblicamente. Ho insegnato quanto nocivi siano lo sfruttamento e l’oppressione usando la ragione, con critica accesa e polemica rivoluzionaria, che non sono strumenti illegali. Non ho mai terrorizzato nessuno, sono stata io, invece, minacciata in continui e svariati modi, sono stata io terrorizzata anche recentemente, con l’attentato rivolto contro la mia persona i miei familiari. Non ho architettato né concepito nessun sequestro. Sono stata invece io sequestrata per più di un anno in base a inique misure di carcerazione preventiva. Sono stata io rinchiusa in un buco di pochi metri quadrati di spazio di aria, davvero ristretto rispetto alle mie sei ore di sport agonistico che svolgevo quotidianamente. Sono stata io rinchiusa in una gabbia, come un animale feroce, che feroce non è, come la gabbia vorrebbe far credere. Non ho ferito nessuno, né con armi, né con atti, né con parole. Sono stata invece ferita nel mio più intimo, nella mia dignità, attraverso ignobili mistificazione sulla mia persona, umiliata dalle calunnie, dai sospetti, dalle criminalizzazioni preventive. Non ho mai rapinato nessuno e di niente. Sono stata io invece rapinata di tutto, cioè dei miei affetti, dei miei sentimenti, dei miei rapporti umani, della mia esperienza e della mia esistenza. Sono stata io derubata del diritto la vita. Rivoglio la mia libertà».
Rivoglio la mia libertà, una frase che davvero unisce molte di queste ribelli.
Ad maiora
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Davide Steccanella
Le indomabili, storie di donne rivoluzionarie
paginauno
Vedano al Lambro, 2016
Pagg. 219, euro 15

Un mondo senza ebrei, l’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio

Alla vigilia della mia partenza per Cracovia (sperando di poter tornare anche a visitare Auschwitz e Birkenau) ho finito di leggere “Un mondo senza ebrei” di Alon Confino. Non è facile rimanere sorpresi,u dopo averne letti tanti, da libri che parlino di Shoah. Questo saggio del professore di Storia alla Ben-Gurion ci è riuscito. Il volume offre una sua particolare teoria dell’accanimento dei nazisti (anche mentre stavano perdendo il conflitto, da loro scatenato) contro gli ebrei e la Torah. Confino analizza e offre una sua teoria del perché la Germania nazista cercò di eliminare gli ebrei dall’Europa, per creare appunto un mondo senza ebrei. La domanda da cui parte il docente è questa: «Come mai i nazisti presero di mira gli ebrei quale unica categoria sistematicamente perseguitata del continente, come una sorta di nemico interno e assoluto, laddove altre vittime di genocidio del medesimo periodo, come per esempio i malati di mente o certi gruppi sociali, non furono considerate minaccia esistenziale che imponevano la deportazione ad Auschwitz anche da Atene o da Roma? (…) Perché i nazisti consideravano sterminio degli ebrei così urgente e così decisivo per la loro sopravvivenza?».
Un quesito affatto peregrino visto che spesso in questi anni si è rinchiusa tutta l’azione nazista in una follia senza senso. Un senso, purtroppo, invece l’aveva: «La volontà di raggiungere, durante il terzo Reich, l’obiettivo di una Germania degiudaizzata». Il tutto ovviamente approfittando della amplissima zona grigia, dei tedeschi che se non appoggiarono, non si opposero allo sterminio: «Alcuni avallavano l’idea, altri erano contrari, altri ancora si mostravano indifferenti, ma ciò fu e rimase un obiettivo del Terzo Reich sin dall’inizio». Un tema questo della connivenza generale che Confino riprende in più punti del saggio: «Molti tedeschi non gradirono le violenze della Kristallnacht, ma tuttavia le accettarono e non fecero nulla per fermarle».
La violenza infatti non fu solo dettata dall’alto, ma spesso realizzata dal basso, anche senza specifici ordini: «I casi di animalesca, istintiva violenza la luce del giorno contro vittime ebrei divennero un fatto comune negli anni successivi all’avvento del nazismo. Ricorrenti erano le aggressioni tra vicini, in cui gli assalitori conoscevano le proprie vittime. La semplice presenza di ebrei stimolava sputi e percosse. I nazisti tagliavano la barba agli ebrei ortodossi e li rapavano a zero. E, organizzavano sommosse davanti alle aziende di proprietà israelita; scopo di tutte queste iniziative era umiliare gli ebrei sotto gli occhi di tutti. Sarebbe un errore liquidare tali violenze come le manifestazioni incontrollate di una plebaglia rozza indisciplinata, come gli effetti di direttive dall’alto. Anche se gli orientamenti generali potevano dirsi frutto di pressioni esercitate dal regime, i margini per la scelta e l’iniziativa individuale erano assai ampi, le violenze erano anche frutto di sentimenti popolari ed erano perpetrate da tedeschi di ogni estrazione. Nel terzo Reich nessuno fu mai punito per aver dato prova di brutalità nei confronti di un suo vicino».
Alla domanda del perché si cercò di eliminare gli ebrei dalla faccia della terra, Confino risponde così: «Per i nazisti gli ebrei erano ipostasi del tempo quale simbolo di una nefasta origine storica che andava estirpata per consentire l’avvento della civiltà nazista. I nazisti scelsero come loro principale nemico un antico popolo della lunga storia e con un ruolo fondamentale nella società cristiana, europea e tedesca, nonché fonte primigenia di una plurisecolare tradizione di simboli morali, religiosi e storici di segno positivo e negativo. Gli ebrei si attestavano l’origine della Bibbia, del cristianesimo e per molti in Germania in Europa, i frutti ideologici dell’età moderna come liberalismo, comunismo e capitalismo. Perseguitando e sterminando gli ebrei, I nazisti puntavano eliminare i lacci di un’antica tradizione e del suo sistema morale, aprendosi così la possibilità di affrancare la propria immaginazione e di aprire nuovi orizzonti emotivi, storici e morali che consentissero loro di immaginare e di creare il proprio impero di morte».
Un impero di morte che aveva bisogno di una vittima sacrificale. Di qui il demenziale accanimento contro tutto ciò che afferisse all’ebraismo: «I rotoli furono afferrati portati via, srotolati, calpestati con i piedi, con le ruote della bicicletta, legato alla schiena degli ebrei, gettati nei fiumi, strappati e bruciati. La distruzione faceva appello a tutti i cinque sensi contemporaneamente. Era un gesto tattile di contatto palpabile, pieno della sensualità e dell’eccitazione che procura la distruzione di oggetti pericolosi: pericolosi in quanto, bruciando la torah, veniva riconosciuta la potenza dell’oggetto, così come incendiare 1400 sinagoghe implicava il riconoscimento della potenza del giudaismo. I tedeschi non distrusse la Bibbia timorosamente, di nascosto, ma in un’eccitante performance teatrale con tanto di attore di spettatori, sia che applaudissero, urlassero, restassero in silenzio. Bruciando la Bibbia in pubblico, i nazisti resero tutti complici di questo atto di profanazione, in tal senso anche la Kristallnacht si accostava rituali carnevaleschi di umiliazione pubblica degli anni precedenti. Bruciare la Bibbia costituiva una solenne ostentazione di superiorità sugli ebrei, così potente, brutale oltraggiosa che era come se i nazisti stessero dicendo non solo ai giudei, ma a tutti gli abitanti di Europa, che adesso erano loro il popolo eletto. L’atto di distruzione costituiva anche un atto di appropriazione dell’autorità della Bibbia ebraica: è un modo di venire a capo di una sorta di peccato originale delle origini, vale a dire l’ebraicità delle radici del cristianesimo e dunque anche di quello tedesco. Nelle loro azioni i nazisti stavano comunicando che la nuova razza padrona aveva preso il posto dell’antico popolo eletto».
Per fortuna il popolo eletto è rimasto quello ebraico. E una riflessione interessante è quella – con cui chiudiamo – sul ruolo attrattivo è centrale svolto dai libri – Bibbia e Torah ma non solo – anche nei confronti di coloro che organizzarono falò di piazza dei volumi non graditi al nuovo regime. Oltre a ciò, Confino sottolinea come il tentativo di musealizzare la storia degli ebrei, preparandosi per un futuro senza loro, salvò involontariamente tanti volumi: «Di qui l’alto valore da essi riconosciuta la forza di libri, nel bene e nel male. Fino al punto di vietarne tout court il possesso agli ebrei. Il 18 febbraio 1942 l’ufficio del’ERR di Kaunas annunciò la messa al bando dei libri entro i confini del ghetto. Nell’arco di 10 giorni, ordinò un rappresentante dell’ufficio di nome Benker, qualunque volume doveva essere consegnato alle autorità. Chiunque, dopo quella data, fosse stato trovato in possesso di libri sarebbe stato passato per le armi. Essendo a conoscenza della ricca biblioteca conservata nel ghetto, Benker ordinò al locale consiglio ebraico di apporvi i sigilli per impedire che i volumi di pregio della collezione andassero perduti. Il 28 febbraio gli ebrei consegnarono decine di migliaia di volumi ai nazisti; altre migliaia furono nascosti o sepolti da qualche parte. I nazisti inviarono quelli più pregiati all’Istituto di Francoforte e spedirono il resto al macero. Non per questo, naturalmente, gli ebrei smisero di leggere: continuarono a farlo di nascosto, passandosi libri l’un l’altro in segreto. Ma i nazisti trasformarlo effettivamente i ghetti in una società priva di libri. Ciò calzava perfettamente con la loro concezione degli ebrei e la politica antisemita: questo popolo senza tempo, la cui vita nel febbraio 1942 presentava un’imminente data di scadenza, non sapeva che farsene dei libri, di quell’arte di raccontare che ci rende umani, ci fa sognare e colloca le nostre esperienze in una narrazione. Ma le storie godono di vita propria, e neppure i nazisti potevano essere padroni della loro. Essi non previdero un’involontaria conseguenza della loro sistematica opera di saccheggio su scala continentale. L’Istituto di Francoforte conservò le enormi quantità di materiali in vari depositi della città e dei paesi vicini, di fatto salvandolo dalla distruzione dell’infuriare della guerra. Negli ultimi mesi del 1943, quando i bombardamenti alleati sulle città tedesche minacciarono la collezione, gran parte di essa fu trasferita nel castello di Hungen, un luogo isolato una cinquantina di chilometri da Francoforte. Fu così che molti tesori ebraici scamparmi al conflitto».
Ad maiora

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Alon Confino
Un mondo senza ebrei
Mondadori, Milano 2017
Pagg. 334, euro 22

 

Un mondo senza ebrei

 

 

 

Leggere

Estensione di memoria

Di tutti gli strumenti dell’uomo il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensione del suo corpo. Il microscopio… l’aratro e la spada… Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione. Che altro è, difatti, il nostro passato se non un insieme di sogni? Che differenza può esserci tra ricordare i sogniE ricordare il passato? Questa è la funzione cui assolve un libro.
Jorge Luis Borges, El libro, 1979

Murales milanese

Libri

Bisognerebbe leggere, credo, solo i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato in noi. Questo credo.

Franz Kafka, Lettere, Mondadori, 1988

 

Domani 50 anni.

E tanti libri che mi hanno morso, punto. E stimolato.

ad maiora