La legge del taglione

Ieri i funerali di Carla Molinari, la donna di Cocquio Trevisago cui il suo assassino ha anche tagliato le mani. Forse perché, avendolo graffiato, voleva far sparire delle prove. Qualche giorno fa l’omicidio in un’armeria di Como. Alla vittima e’ stata tagliata la testa, nel tentativo di occultare i riscontri balistici: gli avevano infatti sparato alla testa. Qualche anno fa ho seguito il caso di un nipote che uccise gli zii, ne fece a pezzi i corpi e li sparpaglio’ per la provincia bresciana: parte e’ ancora irreperibile.
Sono tentativi di occultamento (rectius, soppressione) di cadavere frutto dei serial televisivi americani che hanno al centro le indagini della scientifica. Dalle nostre parti, come ha dimostrato plasticamente la vicenda di Garlasco (con l’orario della morte spostato nel corso del processo), le indagini non vertono sempre sulle nuove tecnologie. Da noi impatta ancora la conoscenza del territorio da parte degli investigatori e magari forme di interrogatorio nel quale far scattare i sentimenti di colpa. Delitto e castigo, insomma. Dove i carabinieri di zona toppano (a Cogne ad esempio) diventa tutto più difficile. La cultura cattolica di cui siamo intrisi punta alla confessione, al pentimento del colpevole. Solo dalle nostre parti d’altronde la legge sulla dissociazione (dal terrorismo come dalle mafie) e’ chiamata “sul pentimento”. Elemento che invece e’ secondario rispetto alla chiamata in correo. E se il pentito non si pente all’opinione pubblica sembra meno credibile.
Chi uccide oggigiorno comunque, anziché guardarsi Csi farebbe meglio a continuare a leggere i classici russi. O il Manzoni. Magari non riuscirà a farla franca. Ma almeno avrà imparato qualcosa sul rapporto vittima-carnefice e soprattutto quello tra il carnefice e il suo giustiziere.

 

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