Esecuzione

La parola esecuzione, divenuta nel linguaggio dei nostri media espressione normale per indicare “assassinio a sangue freddo, commesso colpendo la vittima a distanza ravvicinata”.

È un fatto grave, non per ragioni di bon ton stilistico ma per ragioni di etica dell’informazione, ragioni a cui i giornalisti italiani appaiono sempre meno sensibili.

La difesa del professionista del settore che usa il verbo giustiziare, il sostantivo esecuzione e tante altre espressioni simili è: “ma io li uso tra virgolette”. Dunque con un distanziamento (forse) ironico, che permetterebbe di considerare questo un semplice espediente di stile, uno di quelli che servono ad “animare” e “vivacizzare”.

Si osservi però che ormai, nel testo della notizia a stampa, le virgolette intorno a giustiziare, esecuzione, ecc., se mai vi sono state, sono da tempo scomparse. Senza contare il fatto che, nelle notizie del tg le virgolette – se pure vi fossero nel testo – non potrebbero comunque essere trasmesse, così che l’ascoltatore le percepisce.

Quel che il lettore-ascoltare delle notizie italiani oggi percepisce è presto detto: la notizia ha assunto, in questo caso, il linguaggio della delinquenza. Dal gergo dei terroristi i giornali italiani hanno assunti usi linguistici oggi diventati normali. Con questi usi linguistici si ottiene un effetto di punto di vista inevitabile.

La notizia sul delinquente (e sui suoi delitti) viene detta (almeno in parte) con le parole del delinquente, ovvero, assumendo (almeno in parte) il suo punto di vista.

Michele Loporcaro, Cattive notizie, Feltrinelli

Le parole sono importanti, diceva qualcuno in “Palombella rossa”…

Ad maiora

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