Author Archives: Andrea Riscassi

Una madre per sempre

Conosco Giuliana Gambuzza da qualche anno, essendo stato il suo tutor televisivo alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. E ho letto il suo primo romanzo con la curiosità della scoperta di un Lato B che al Master mi era rimasto ignoto. Della capacità di scrittura di Giuliana ero già edotto. Ciò che non potevo immaginare che fosse in grado di immaginare e raccontare una vicenda narrativa tanto dura come quella di “Una madre per sempre“. È la storia di una giovane donna che ha vissuto con sofferenza la separazione dei suoi genitori, e soprattutto l’assenza del padre, co-protagonista della narrazione. Che viene raccontata dalla Gambuzza seguendo parallelamente i pensieri di lui e di lei. Amari entrambi soprattutto sul peso dei vincoli famigliari: «Alla fine anche tu verrai contaminato dallo squallore della tua famiglia, zittito dai suoi silenzi. L’hai imparato da piccolo e ai tuoi piccoli lo insegnerai. Provaci a spezzare il cerchio se hai la forza, provaci».Il padre, che tradito dalla madre, deve lasciare la casa e la figlia (salvo ricostruirsi, come spesso accade, una vita di riserva) indossa le vesti del perdente: «Ogni tanto ho dei ricordi, quelli sì. Con il loro bel corredo di nostalgia, rimpianti, pentimenti, avrei potuto e non l’ho fatto, avrei potuto evitare ma l’ho fatto lo stesso, stringimenti di cuore e cose del genere. Ricordi, insomma. Poi, niente: a che serve lottare contro i ricordi? Perderei comunque. Non che mi dispiaccia perdere, sia chiaro, anzi: sono uno specialista in questo. Falliti, ci chiamano. Falliti che però continuano a stare a galla».

La figlia,non meno condizionata dall’inizio azzoppato della propria esistenza, rinuncia a diventare madre a sua volta e attraversa anche una pesante anoressia: «Non è vero che è la vita a guarirti, non è vero che solo tu puoi decidere di salvarti. Non è vero neanche che dall’anoressia si guarisce. Si può uscirne sì, e io ho avuto questa fortuna. Però è sempre lì, un fantasma che diventa di carne quando stai male per qualche motivo. E anche se hai smesso di contare le calorie, ci sono sapori che dimenticherai e il valore di te come persona sarà espresso in chili più di quanto non lo sia per gli altri».

Giuliana a Gambuzza ha, vestendo i panni della protagonista, un giudizio molto severo sulla genitorialità, molto cambiata in questi anni (spesso molto forzata ed esibita) e proprio sulle tante tipologie di (distruttivi) padri e madri scrive la pagina più bella del libro: «I genitori per caso, i genitori per scelta, i genitori per sbaglio, i genitori costretti dal partner, i genitori costretti dai loro genitori, i genitori cloni perfetti di chi vive in questa società, i genitori del desiderio, i genitori biologici, i genitori che si trovano in casa figli di qualcun altro, i genitori che non sanno di esserlo, i genitori affidatari e quelli adottivi, i genitori che fanno solo i genitori, i genitori che lavorano, i genitori che si ritrovano in casa i loro marmocchi come estranei, i genitori pieni d’amore, i genitori dai negli ideali, i genitori che si sentono diversi dai loro genitori e i genitori che sperano di fare anche solo una parte del bel lavoro di mamma e papà, i genitori che non vedono l’ora di insegnare ai figli a calciare un pallone o a mettersi il rossetto, i genitori che vorrebbero ma non possono esserlo, i genitori che ogni volta che ricordano l’odore dei loro figli quando erano neonati piangono, i genitori che sono scappati, i genitori che hanno fatto finta di rimanere, i genitori con i piedi in tante famiglie. Sogno un mondo in cui a questi genitori, a tutti loro, venga chiesto di recitare il principio della medicina che porta il nome di Ippocrate. Me li immagino in fila, con la mano sul petto in un gesto solenne, a ripetere uno dopo l’altro: “Primum non nocere”. Prima di tutto non fate male ai vostri figli, a fare loro del bene ci penserete poi, se vi resteranno le forze, se mai ne sarete capaci».

Insomma un romanzo d’esordio davvero ben fatto, capace di farvi immedesimare con questa storia. Pensando: la mia esperienza è differente… Anche se a volte è solo una pia illusione.

Ad maiora 

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Giuliana Gambuzza 

Una madre per sempre 

Robin Edizioni

Torino, 2017

Pagg. 150

Euro 10

Il caso Pantani

«Cala mestamente il sipario sulla vicenda del Pirata. Se giustizia mai ci sarà, non potrà venire dall’aula di un tribunale. La storia splendida e feroce del campione di Cesenatico va mestamente ad arricchire quella lunga lista di misteri irrisolti della quale il nostro benedetto paese non può fare a meno.»
Sono velate di tristezza e con la classica amarezza italiana le parole con cui Luca Steffenoni chiude il suo “Il caso Pantani”. Il libro da poco uscito per Chiarelettere racconta non le gesta del campione di Cesenatico ma il triste epilogo di una vicenda intorno alla quale due processi (a distanza di anni) non hanno chiarito i dubbi. La morte di Pantani nel giorno di San Valentino del 2004 sarà ufficialmente catalogata come suicidio, anche se molti tasselli non sembrano fare parte di quel puzzle. “(Pantani) doveva morire” è non a caso il sottotitolo del volume di Steffenoni nel quale vengono elencati i motivi per i quali la fine del ciclista assume le vesti del caso irrisolto. Non a caso la Procura di Forlì nel 2014 ha riaperto -e poi richiuso- il caso sulla fine di Pantani anche a seguito delle dichiarazioni di Vallanzasca (non propriamente un collaboratore di giustizia…) sulle scommesse clandestine gestite dalla Camorra sul Giro d’Italia del 1999, quello che Pantani stava per vincere trionfalmente prima di essere fermato dall’antidoping a Madonna di Campiglio (con controlli tutt’altro che rigorosi , come viene rilevato da Steffenoni). Per la mafia campana quel Giro avrebbe fruttato un giro d’affari di 200 miliardi di vecchie lire.
Anche per questi motivi Luca Steffenoni chiede che sulla fine del Pirata indaghi la Commissione Parlamentare Antimafia. Che sullo sport e i suoi interessi anche recentemente ha acceso i propri riflettori.
Il volume si divide in tre parti: la salita, la discesa e la caduta. Proprio quando si arriva a questo ultimo capitolo i dubbi dell’autore del libro divengono anche i nostri.
Ad maiora
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Luca Steffenoni
Il caso Pantani
Chiarelettere
Milano, 2017
Pagg. 153
Euro 12

Le indomabili, Davide Steccanella

Le indomabili di Steccanella

Un libro che offre una serie di interessanti spunti sulle donne rivoluzionarie di ieri e di oggi. “Le indomabili” il nuovo volume di Davide Steccanella è una lettura interessante per chi voglia ricercare la parte femminile della nostra storia. Spesso, troppo spesso, declinata al maschile. Davide, che nella vita fa l’avvocato, da anni si occupa di lotta armata. E in questo libro si trovano tante donne che hanno combattuto regimi e ingiustizie. Dalla rivoluzione messicana a quella d’ottobre, dalla guerra civile spagnola al terrorismo. Steccanella è bravo a raccontare, seppure in pillole, storie più o meno dimenticate. Come questa: «Petra Herrera è una delle prime “soldadere”, le combattenti donne in forza nelle truppe degli insorti della Rivoluzione messicana. Per anni conosciuta come Pedro Herrera, Petra sceglie di cambiare il proprio nome in Pedro e di travestirsi da uomo per partecipare militarmente alla guerriglia del generale Francisco (Pancho) Villa, senza limitare la propria azione alle tipiche funzioni femminili di supporto ai soldati uomini, cui sono relegate le donne messicane. Grazie a mille sotterfugi, Petra custodisce il proprio segreto, arrivando persino a fingere di radersi la barba ogni mattina. In guerra dà prova di grande coraggio e lì, certo, nessuno può arrivare a nutrire dei sospetti riguardo alla sua mascolinità, in particolar modo nel vederla alle prese con la sua abilità nel far saltare i ponti. Quando il travestimento viene scoperto, Pancho Villa, nonostante alcune vittorie importanti riportate da Petra, alias Pedro, rifiuta di promuovere una donna al grado di generale. A fronte di questa delusione, Petra abbandona la compagine di Pancho Villa per formare una brigata di soldaderas di sole donne». Ecco un semplice esempio di come nemmeno radersi e fingersi uomo, consenta di arrivare alla parità tra donne e uomini!
Eppure nel libro si trovano personaggi che hanno inciso i loro nomi nei cuori dei loro connazionali. Come Dolores Ibàrruri e il suo No Pasaran! o Rosa Parks, prima donna a essere sepolta nella rotonda del Campidoglio americano. Di lei, del suo coraggio rivoluzionario e radicale, mi sono segnato questa frase che meriterebbe di essere imparata a memoria: «Trovo che se sto pensando ai miei problemi, e al fatto che a volte le cose non sono come io desidero che siano, non faccio alcun progresso. Ma se mi guardo attorno e vedo cosa posso fare, e lo faccio, io progredisco».
Nel volume di Steccanella – grazie all’interesse che l’autore ha verso la lotta armata – figurano molte terroriste, italiane e straniere. Come la tedesca Ulrike Meinhof fondatrice della Raf, che così teorizzava: «Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati 1000 sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco una macchina, il fatto costituisce reato, se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più».
La maggior parte delle storie (che terminano con un invito all’approfondimento e segnalando volumi specifici su ogni indomabile) che ho letto mi era nota. A volte per conoscenza diretta, come per le combattenti del Pkk curde. Qualche singola ribelle mi ha invece sorpreso. Come la tennista Monica Giorgi, finita in carcere per il suo impegno anarchico e femminista. Proprio lei – che aveva fondato l’associazione “Niente più sbarre” – dalla cella scrive queste bellissime parole:«Non sono né fuggita né mi sono nascosta, ho continuato il mio lavoro-studio-sport. Pertanto ribadisco la mia totale estraneità alle imputazioni rivoltemi. Non ho partecipato a nessuna banda armata. Ho partecipato invece a dibattiti, discussioni politiche, problemi sociali del nostro tempo, sempre pubblicamente. Ho insegnato quanto nocivi siano lo sfruttamento e l’oppressione usando la ragione, con critica accesa e polemica rivoluzionaria, che non sono strumenti illegali. Non ho mai terrorizzato nessuno, sono stata io, invece, minacciata in continui e svariati modi, sono stata io terrorizzata anche recentemente, con l’attentato rivolto contro la mia persona i miei familiari. Non ho architettato né concepito nessun sequestro. Sono stata invece io sequestrata per più di un anno in base a inique misure di carcerazione preventiva. Sono stata io rinchiusa in un buco di pochi metri quadrati di spazio di aria, davvero ristretto rispetto alle mie sei ore di sport agonistico che svolgevo quotidianamente. Sono stata io rinchiusa in una gabbia, come un animale feroce, che feroce non è, come la gabbia vorrebbe far credere. Non ho ferito nessuno, né con armi, né con atti, né con parole. Sono stata invece ferita nel mio più intimo, nella mia dignità, attraverso ignobili mistificazione sulla mia persona, umiliata dalle calunnie, dai sospetti, dalle criminalizzazioni preventive. Non ho mai rapinato nessuno e di niente. Sono stata io invece rapinata di tutto, cioè dei miei affetti, dei miei sentimenti, dei miei rapporti umani, della mia esperienza e della mia esistenza. Sono stata io derubata del diritto la vita. Rivoglio la mia libertà».
Rivoglio la mia libertà, una frase che davvero unisce molte di queste ribelli.
Ad maiora
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Davide Steccanella
Le indomabili, storie di donne rivoluzionarie
paginauno
Vedano al Lambro, 2016
Pagg. 219, euro 15

Un mondo senza ebrei, l’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio

Alla vigilia della mia partenza per Cracovia (sperando di poter tornare anche a visitare Auschwitz e Birkenau) ho finito di leggere “Un mondo senza ebrei” di Alon Confino. Non è facile rimanere sorpresi,u dopo averne letti tanti, da libri che parlino di Shoah. Questo saggio del professore di Storia alla Ben-Gurion ci è riuscito. Il volume offre una sua particolare teoria dell’accanimento dei nazisti (anche mentre stavano perdendo il conflitto, da loro scatenato) contro gli ebrei e la Torah. Confino analizza e offre una sua teoria del perché la Germania nazista cercò di eliminare gli ebrei dall’Europa, per creare appunto un mondo senza ebrei. La domanda da cui parte il docente è questa: «Come mai i nazisti presero di mira gli ebrei quale unica categoria sistematicamente perseguitata del continente, come una sorta di nemico interno e assoluto, laddove altre vittime di genocidio del medesimo periodo, come per esempio i malati di mente o certi gruppi sociali, non furono considerate minaccia esistenziale che imponevano la deportazione ad Auschwitz anche da Atene o da Roma? (…) Perché i nazisti consideravano sterminio degli ebrei così urgente e così decisivo per la loro sopravvivenza?».
Un quesito affatto peregrino visto che spesso in questi anni si è rinchiusa tutta l’azione nazista in una follia senza senso. Un senso, purtroppo, invece l’aveva: «La volontà di raggiungere, durante il terzo Reich, l’obiettivo di una Germania degiudaizzata». Il tutto ovviamente approfittando della amplissima zona grigia, dei tedeschi che se non appoggiarono, non si opposero allo sterminio: «Alcuni avallavano l’idea, altri erano contrari, altri ancora si mostravano indifferenti, ma ciò fu e rimase un obiettivo del Terzo Reich sin dall’inizio». Un tema questo della connivenza generale che Confino riprende in più punti del saggio: «Molti tedeschi non gradirono le violenze della Kristallnacht, ma tuttavia le accettarono e non fecero nulla per fermarle».
La violenza infatti non fu solo dettata dall’alto, ma spesso realizzata dal basso, anche senza specifici ordini: «I casi di animalesca, istintiva violenza la luce del giorno contro vittime ebrei divennero un fatto comune negli anni successivi all’avvento del nazismo. Ricorrenti erano le aggressioni tra vicini, in cui gli assalitori conoscevano le proprie vittime. La semplice presenza di ebrei stimolava sputi e percosse. I nazisti tagliavano la barba agli ebrei ortodossi e li rapavano a zero. E, organizzavano sommosse davanti alle aziende di proprietà israelita; scopo di tutte queste iniziative era umiliare gli ebrei sotto gli occhi di tutti. Sarebbe un errore liquidare tali violenze come le manifestazioni incontrollate di una plebaglia rozza indisciplinata, come gli effetti di direttive dall’alto. Anche se gli orientamenti generali potevano dirsi frutto di pressioni esercitate dal regime, i margini per la scelta e l’iniziativa individuale erano assai ampi, le violenze erano anche frutto di sentimenti popolari ed erano perpetrate da tedeschi di ogni estrazione. Nel terzo Reich nessuno fu mai punito per aver dato prova di brutalità nei confronti di un suo vicino».
Alla domanda del perché si cercò di eliminare gli ebrei dalla faccia della terra, Confino risponde così: «Per i nazisti gli ebrei erano ipostasi del tempo quale simbolo di una nefasta origine storica che andava estirpata per consentire l’avvento della civiltà nazista. I nazisti scelsero come loro principale nemico un antico popolo della lunga storia e con un ruolo fondamentale nella società cristiana, europea e tedesca, nonché fonte primigenia di una plurisecolare tradizione di simboli morali, religiosi e storici di segno positivo e negativo. Gli ebrei si attestavano l’origine della Bibbia, del cristianesimo e per molti in Germania in Europa, i frutti ideologici dell’età moderna come liberalismo, comunismo e capitalismo. Perseguitando e sterminando gli ebrei, I nazisti puntavano eliminare i lacci di un’antica tradizione e del suo sistema morale, aprendosi così la possibilità di affrancare la propria immaginazione e di aprire nuovi orizzonti emotivi, storici e morali che consentissero loro di immaginare e di creare il proprio impero di morte».
Un impero di morte che aveva bisogno di una vittima sacrificale. Di qui il demenziale accanimento contro tutto ciò che afferisse all’ebraismo: «I rotoli furono afferrati portati via, srotolati, calpestati con i piedi, con le ruote della bicicletta, legato alla schiena degli ebrei, gettati nei fiumi, strappati e bruciati. La distruzione faceva appello a tutti i cinque sensi contemporaneamente. Era un gesto tattile di contatto palpabile, pieno della sensualità e dell’eccitazione che procura la distruzione di oggetti pericolosi: pericolosi in quanto, bruciando la torah, veniva riconosciuta la potenza dell’oggetto, così come incendiare 1400 sinagoghe implicava il riconoscimento della potenza del giudaismo. I tedeschi non distrusse la Bibbia timorosamente, di nascosto, ma in un’eccitante performance teatrale con tanto di attore di spettatori, sia che applaudissero, urlassero, restassero in silenzio. Bruciando la Bibbia in pubblico, i nazisti resero tutti complici di questo atto di profanazione, in tal senso anche la Kristallnacht si accostava rituali carnevaleschi di umiliazione pubblica degli anni precedenti. Bruciare la Bibbia costituiva una solenne ostentazione di superiorità sugli ebrei, così potente, brutale oltraggiosa che era come se i nazisti stessero dicendo non solo ai giudei, ma a tutti gli abitanti di Europa, che adesso erano loro il popolo eletto. L’atto di distruzione costituiva anche un atto di appropriazione dell’autorità della Bibbia ebraica: è un modo di venire a capo di una sorta di peccato originale delle origini, vale a dire l’ebraicità delle radici del cristianesimo e dunque anche di quello tedesco. Nelle loro azioni i nazisti stavano comunicando che la nuova razza padrona aveva preso il posto dell’antico popolo eletto».
Per fortuna il popolo eletto è rimasto quello ebraico. E una riflessione interessante è quella – con cui chiudiamo – sul ruolo attrattivo è centrale svolto dai libri – Bibbia e Torah ma non solo – anche nei confronti di coloro che organizzarono falò di piazza dei volumi non graditi al nuovo regime. Oltre a ciò, Confino sottolinea come il tentativo di musealizzare la storia degli ebrei, preparandosi per un futuro senza loro, salvò involontariamente tanti volumi: «Di qui l’alto valore da essi riconosciuta la forza di libri, nel bene e nel male. Fino al punto di vietarne tout court il possesso agli ebrei. Il 18 febbraio 1942 l’ufficio del’ERR di Kaunas annunciò la messa al bando dei libri entro i confini del ghetto. Nell’arco di 10 giorni, ordinò un rappresentante dell’ufficio di nome Benker, qualunque volume doveva essere consegnato alle autorità. Chiunque, dopo quella data, fosse stato trovato in possesso di libri sarebbe stato passato per le armi. Essendo a conoscenza della ricca biblioteca conservata nel ghetto, Benker ordinò al locale consiglio ebraico di apporvi i sigilli per impedire che i volumi di pregio della collezione andassero perduti. Il 28 febbraio gli ebrei consegnarono decine di migliaia di volumi ai nazisti; altre migliaia furono nascosti o sepolti da qualche parte. I nazisti inviarono quelli più pregiati all’Istituto di Francoforte e spedirono il resto al macero. Non per questo, naturalmente, gli ebrei smisero di leggere: continuarono a farlo di nascosto, passandosi libri l’un l’altro in segreto. Ma i nazisti trasformarlo effettivamente i ghetti in una società priva di libri. Ciò calzava perfettamente con la loro concezione degli ebrei e la politica antisemita: questo popolo senza tempo, la cui vita nel febbraio 1942 presentava un’imminente data di scadenza, non sapeva che farsene dei libri, di quell’arte di raccontare che ci rende umani, ci fa sognare e colloca le nostre esperienze in una narrazione. Ma le storie godono di vita propria, e neppure i nazisti potevano essere padroni della loro. Essi non previdero un’involontaria conseguenza della loro sistematica opera di saccheggio su scala continentale. L’Istituto di Francoforte conservò le enormi quantità di materiali in vari depositi della città e dei paesi vicini, di fatto salvandolo dalla distruzione dell’infuriare della guerra. Negli ultimi mesi del 1943, quando i bombardamenti alleati sulle città tedesche minacciarono la collezione, gran parte di essa fu trasferita nel castello di Hungen, un luogo isolato una cinquantina di chilometri da Francoforte. Fu così che molti tesori ebraici scamparmi al conflitto».
Ad maiora

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Alon Confino
Un mondo senza ebrei
Mondadori, Milano 2017
Pagg. 334, euro 22

 

Un mondo senza ebrei

 

 

 

Leggere

Estensione di memoria

Di tutti gli strumenti dell’uomo il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensione del suo corpo. Il microscopio… l’aratro e la spada… Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione. Che altro è, difatti, il nostro passato se non un insieme di sogni? Che differenza può esserci tra ricordare i sogniE ricordare il passato? Questa è la funzione cui assolve un libro.
Jorge Luis Borges, El libro, 1979

Murales milanese

Libri

Bisognerebbe leggere, credo, solo i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato in noi. Questo credo.

Franz Kafka, Lettere, Mondadori, 1988

 

Domani 50 anni.

E tanti libri che mi hanno morso, punto. E stimolato.

ad maiora

Italia Under 17 femminelle

Domani, a Dribbling, protagonista la nazionale Under 17 femminile

Domani, sabato 15 aprile, andrà in onda a Dribbling su Rai2, alle 13.30, lo speciale che ho realizzato in Inghilterra con la nazionale Under 17 femminile.

È stata una delle esperienze che mi ha più coinvolto in questi ultimi anni e spero che ciò si percepisca nel lavoro finale .
Spero soprattutto che sia un altra picconata all’italico pensiero unico che il calcio può essere solo uno sport “da maschi”.

Un grazie alle protagoniste e ai protagonisti della trasferta inglese.
L’allenatrice Rita Guarino in grado di motivare anche la porta dello spogliatoio… Il suo vice Massimo Migliorini bravissimo a sostenere le ragazze. E poi lo staff, per una volta ripreso grazie al dietro le quinte: Daniela Censini, Franco Olivieri, Cristiano Viotti, Piergiorgio Drogo, Lorenzo Proietti, Daniele Frosoni, Marco Mannucci, Tiziana Calandro e Monica Tamburri, oltre al mitico Natale Dott Gentile (lo sentite invocato dalle ragazze nella clip qui sotto) e alla gentilissima Annarita Stallone.

Ma le vere star del servizio sono le grintosissime ragazze dell’Under 17: Roberta Aprile, Gloria Ciccioli, Camilla Forcinella, Elena Crespi, Maria Luisa Filangeri, Sofia Meneghini, Nadine Nischler, Vanessa Speranza Panzeri, Chiara Ripamonti, Bianca Bardin, Giada Greggi, Elena Nichele, Maddalena Porcarelli, Martina Tomaselli, Sara Baldi, Asia Bragonzi, Federica Cafferata, Angelica Soffia e la capitana (si dice così?) Elisa Polli.
Il vostro cammino (sportivo e non solo) è appena iniziato. Continuate cosi!

Ad maiora

Gabbiano che vola

Non aio gana di parlari

Arrivò a Marinella che erano squasi le sei di sira. Era un bellissimo tramonto. Montalbano sintì che la tensione nirbùsa gli s’allintava appena che s’assittò supra alla virandina.

Ristò ‘mmobili a respirari, senza aviri manco la forza di ‘nfilari ‘na mano in sacchetti e tirari fora il pacchetto di sicarette. Era accusì ‘mmobili che ‘na palumma si vinni a posari supra alla ringhiera della virandina. Passiò tanticchia avanti e narrè, po’ si fermò a tagliarlo.

“Non aio gana di parlari” fici Montalbano mentre che sintiva che gli occhi accomenzavano a farigli pampineddra.

La palumma si nni volò via.

Montalbano chiuì l’occhi.

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Andrea Camilleri, L’altro capo del telefono, Sellerio, 2016

Granchio

Il grancio e l’Europa

“Chi nni pensi tu dell’Europa?” spiò al grancio che dallo scoglio allato lo stava a taliare.
Il grancio non gli arrispunnì.
“Prifirisci non compromittiriti? Allora mi compromitto io. Io penso che doppo il granni sogno di ‘st’Europa unita, avemo fatto tutto il possibili e l’impossibili per distruggirinni le fondamenta stisse. Avemo mannato a catafottirisi la storia, la politica, l’economia ‘n comuni. L’unica cosa che forse restava ‘ntatta era l’idea di paci. Pirchì doppo avirinni ammazzati per secoli l’uni contro l’autri non nni potivamo cchiù. Ma ora ce lo semu scordati, epperciò stamo attrovanno la bella scusa di ‘sti migranti per rimittiri vecchi e novi confini coi fili spinati. Dicino che tra ‘sti migranti s’ammucciano i terroristi ‘nveci di dire che ‘sti povirazzi scappano proprio dai terroristi”.
Il grancio che non voliva esprimiri la sò pinioni prifirì sciddricari nell’acqua e scompariri.

Andrea Camilleri, L’altro capo del filo, Sellerio, Palermo, 2016

Orfani bianchi

Gli “Orfani bianchi” di cui non ci accorgiamo

Un libro funziona quando finisci per pensare a ciò che hai letto anche quando stai camminando per strada. Mi è capitato qualche giorno fa leggendo “Orfani bianchi” di Antonio Manzini. A un certo punto svoltando su corso Sempione sono incappato in questa pubblicità casereccia, appiccicata con lo scotch a un palo della luce.

Affittasi posto letto

E quella stanza condivisa mi ha fatto subito tornare alla mente Mirta la protagonista di questo romanzo dell’autore che ha inventato il commissario Schiavone. In questo “Orfani bianchi” non ci sono gialli o casi di polizia, ma il racconto della vita di una delle invisibili che lasciano i figli a casa e attraversano l’Europa per venire a fare le badanti ai nostri anziani.

Mirta è una di queste. Una delle tante ragazze madre che cercano fortuna all’estero per cercare di sbarcare il lunario, per sé e per il resto della famiglia. Mirta per partire, dopo la morte dei nonni, deve lasciare il figlio in un Internat. Anni fa ne visitai alcuni, proprio in Moldova (il paese d’origine della protagonista del libro). Eredi degli orfanotrofi sovietici, questi Internat sono posti dove non è proprio il massimo crescere. In tanti paesi dell’Est vi sono ospitati ragazzi che hanno ancora i genitori, ma i cui padri sono spesso alcolizzato e spariti nel nulla, con le madri costrette a lavorare all’estero per poter guadagnare abbastanza per cercare di costruire un futuro. Bimbi che vengono definiti “orfani bianchi”, perché i genitori non possono accudirli.

Manzini racconta soprattutto la dura vita delle badanti alle prese con famiglie scorbutiche, con anziane che chiedono di morire, con una società razzista quanto basta. A un certo punto Mirta, stufa delle vessazioni, sta per cedere allo sconforto: «No, non ce la poteva fare. Anche i bersagli alla lunga si stancano di essere centrati da frecce e proiettili. Non che pretendesse un grazie, un encomio, una carezza. Ogni tanto sarebbe bastata una parola gentile. Quell’incubo doveva finire. Stare a servizio in case sconosciute, con persone sconosciute con le quali non aveva niente da dividere non era vita». Insomma, uno spaccato (nascosto) della società in cui viviamo. Un libro amaro che fa riflettere (e arrabbiare).

Ad maiora

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Antonio Manzini

Orfani bianchi

Chiarelettere 2016

Pagg. 240

Euro 16