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Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

Gli imprendibili 

Il libro è rimasto nella mia libreria a lungo. Un saggio di quasi 500 pagine va letto solo a casa e spesso in questo periodo sono in giro. E poi solo dopo averlo comprato mi sono accorto che questa “storia della colonna simbolo della Brigate rosse” è stato scritta da un giornalista. E da giornalista (laureato con una tesi sulle Br) diffido spesso dei colleghi.E invece questo “Gli imprendibili” (DeriveApprodi) di Andrea Casazza (cronista del Secolo XIX) sui brigatisti genovesi è proprio un testo interessante e documentato.

Anche se l’inizio è davvero respingente. Parla per decine e decine di pagine del blitz fatto nel 1979 dagli uomini del generale Dalla Chiesa contro l’Autonomia genovese. Una sorta di 7 aprile, ma meno conosciuto. Al termine di ogni pagina mi chiedevo quando sarebbe cominciata l’analisi delle terribili gesta dei brigatisti (quelli che qui uccisero l’operaio, delegato della Cgil, Guido Rossa).

Dopo un centinaio di pagine Casazza stringe il bersaglio sulle attività di quella che fu una delle colonne più attive e sanguinarie della (irregimentata) struttura delle Br: rapimento Sossi (molto simile a quello D’Urso, cui ho dedicato la tesi), omicidio del giudice Coco e della sua scorta, il sanguinoso blitz in via Fracchia

Tutto ben scritto e ben documentato. Senza perdersi in commenti o in analisi sentimentali (anche se fino troppo spietato verso il Pci).

Nel finale (dopo aver raccontato la fine della colonna, azzoppata dai pentiti) Casazza torna a occuparsi dell’operazione dei carabinieri contro quell’area politica dell’estrema sinistra che non entrò nelle Br ma che venne criminalizzata e spenta proprio dall’attività giudiziaria e investigativa. Non riuscendo a trovare i veri assassini (da cui gli Imprendibili del titolo) le autorità iniziarono una pesca a strascico che portò in galera tante teste calde che però non avevano mai preso in mano una pistola.

E così l’ultimo capitolo è dedicato alla storia di quanti finirono, innocenti, in carcere è una volta scontata la loro pena, chiesero la revisione del processo, per far sapere a tutti (o meglio ai loro cari perché il resto del Paese ormai era distratto) che non c’entravano nulla con quella scia di sangue e anche per ottenere un risarcimento per l’ingiusta detenzione.

Casazza racconta in particolare la battaglia intrapresa da Giorgio Moroni che, tra il giorno dell’arresto alla revoca della sentenza di condanna, lotta 13 anni per ottenere giustizia, per farsi cancellare la condanna. Il carabiniere che lo arrestò (Michele Riccio, condannato poi per detenzione e spaccio di droga) è andato in pensione. Col grado di generale.

E le ultime righe del libro spiegano il perché il giornalista genovese abbia voluto, nel raccontare la storia dei brigatisti che hanno insanguinato la sua città, insistere sulla persecuzione di quanti, chiamiamoli Autonomi, con le Br non hanno avuto a che fare: «Il “metodo Riccio” non ha solo aperto le porte del carcere a persone innocenti, ha contribuito a sedare, con la benedizione di tutti i partiti allora presenti in Parlamento, la partecipazione all’elaborazione di nuovi progetti politici. In questa prospettiva il blitz del ’79 non solo ha tagliato fuori dalla vita politica una intera generazione, ha anche spento gli ultimi fuochi di rivolta giovanile, l’idea che sia possibile costruire un mondo migliore. Negli anni a seguire e sino a oggi, depennati gli inutili e pericolosi anarco-brigatisti, ai giovani è rimasta l’imbottitura dei piumini da paninaro e il ruggito sdentato di timide pantere. Oltre a una generale, sovrana indifferenza verso il destino comune. E per tutto questo non esiste risarcimento possibile».

Un po’ quel che successe nel luglio del 2001, sempre a Genova.

Ad maiora

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Andrea Casazza

Gli imprendibili

DeriveApprodi

Roma, 2013

Pagg. 491

Euro 25

Non avrete il suo odio (e nemmeno il mio)

“Se vi odiasse vi farei un regalo. È quello che cercate, ma rispondere all’odio con la collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che abbia paura, che guardi i miei concittadini con occhi diffidenti, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Partita persa. Il giocatore continua a giocare”. Antoine Leiris – poche ore dopo la strage – aveva diretto queste righe ai terroristi del Bataclan, quelli che le avevano portato via sua moglie Helene, lasciando lui e suo figlio Melvin da soli.

Ma soli non sono rimasti come dimostra la gara di solidarietà scattata tra le madri dell’asilo frequentate dal piccolo. È una delle parti più toccanti di “Non avrete il mio odio“, il libro di Leiris che da oggi è in vendita in abbinamento al Corriere della sera.

“Pochi comprendono perché sorvolo velocemente sulla situazione in cui Helene è stata uccisa. Mi domandano se ho dimenticato o perdonato. Io non perdono niente, non dimentico niente, non sorvolo sue niente e soprattutto non velocemente. Quando gli altri saranno tornati alla loro vita, noi continueremo a convivere con tutto questo per sempre”. 

Frasi dure e lucide che ti lasciano a bocca aperta sopratutto perché scritte nei giorni successivi al Bataclan. Ma d’altronde c’è chi usa il mitra. E chi le parole per difendersi. Anche dai luoghi comuni: “Si ha sempre l’impressione, quando si guarda qualcosa da lontano, che chi sopravvive al peggio sia un eroe. Io so di non esserlo. La fatalità ha colpito me, ecco tutto. Non ha chiesto il mio parere. Non ha cercato di sapere se ero pronto. È venuta a prendere Helene, e mi ha obbligato a svegliarmi senza di lei”.

Su Antoine Leiris, rimasto a fare da padre e da madre per il piccolo Melvil, pesa anche la paura del futuro: “Paura di non essere all’altezza di quello che ci si aspetta da me. Avrò ancora il diritto di non essere coraggioso? Il diritto di essere in collera. Di essere sopraffatto. Il diritto di essere stanco. Il diritto di bere troppo e di continuare a fumare. Il diritto di vedere un’altra donna, di non uscire più con nessun altra donna. Il diritto di non amare, mai più”.

Un libro davvero bello questo “Non avrete il mio odio“. Prendetelo e leggetelo. Per non dimenticare. Ma anche per guardare avanti, malgrado tutto.

Ad maiora 

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Antoine Leiris

Non avrete il mio odio

Pagg.120

Euro 8.50 (in vendita col Corriere della sera)

Fuggire dai campi di prigionia della Nord Corea

Il suo comportamento (di Shin Dong-hyuk,, Ndr) corrispondeva a un modello comune tra i sopravvissuti ai campi di concentramento di tutto il mondo, che spesso convivono con quella che la psichiatra di Harvard Judith Lewis Herman chiama “identità contaminata”: «Soffrono non solo della classica sindrome post-traumatica ma anche di profonde alterazioni nelle loro relazioni con Dio, gli altri e se stessi» scrive Herman nel suo libro Guarire al trauma, un’indagine delle conseguenze della violenza del terrorismo politico. La maggior parte dei sopravvissuti può soffrire «per la vergogna, per il disgusto di sé e per un senso di fallimento».

Così Blaine Harden nel terribile Fuga dal campo 14 (Codice edizioni) inquadra il carattere di  Shin Dong-hyuk, giovane nordcoreano fuggito da un campo di prigionia per figli di “dissidenti”. Un caso, quello dei campi nordcoreani, a lungo ignorati dal mondo occidentale e che solo alcuni testimoni diretti hanno riaperto. Persino l’Onu ora si sta occupando di queste strutture, gigantesche e visibili persino su Google Maps.

Il campo 14, da cui è fuggito Shin, lo ha ospitato fin dalla nascita. La sua unica colpa, essere figlio di un padre e una madre non completamente asserviti al regime. Lei insieme al fratello cercherà la fuga, ma verranno entrambi uccisi sotto gli occhi di Shin. Sarebbe stato proprio il ragazzo a denunciare il pericolo di fuga dei suoi parenti. Ma l’unica regola che funziona in questi campi è che il carceriere ha sempre ragione.

Il libro è a tratti duro e, spesso, critico anche verso il suo protagonista che, ovviamente, non si fida nemmeno dell’intervistatore, essendo stato allevato in questo modo.

Shin ha anche cambiato più volte la versione di ciò che successe nel Campo 14. Alcune versioni sono riportate nel volume, altre sono invece successive.

Potete valutare direttamente il suo racconto, guardando questo video:

Il libro comunque ve lo consiglio, perché svela realtà che si pensavano seppellite con la fine dei gulag.

Ad maiora

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Blaine Harden

Fuga dal campo 14

Codice edizioni

Pagg. 290

euro: 16,90

Ex, la seconda vita di allenatori e giocatori dopo il calcio

Ho comprato e letto “Ex, storie di uomini dopo il calcio” per prepararmi a una intervista a Osvaldo Bagnoli. Che è uno dei 10 protagonisti di questo libro davvero molto bello di Matteo Cruccu (edito da Baldini e Castoldi).

Allenatori e giocatori, quasi tutti ex

Le storie sono raccontate in modo commuovente e possono piacere anche a chi non mastica pane e calcio tutti i giorni. Oltre all’ex allenatore di Verona e Genoa (e Inter, ma quel ricordo l’Osvaldo preferisce rimuoverlo) c’è la storia di un altro “mister” come Alberto Malesani, ora impegnato a coltivare vigne. Poi una serie infinita di giocatori che hanno qualcosa da raccontare, che sono esempi delle difficoltà di dire basta a stare sull’altare della religione calcistica: Marco Ballotta (che ancora gioca!), Pasquale Bruno, Giovanni Comandini, Fernando De Napoli, Francesco Flachi, Diego Fuser, Moreno Torricelli e Riccardo Zampagna.

Le pagine su cui ho fatto delle orecchie e chi mi hanno più commosso sono state quelle su Torricelli e Flachi.

TORRICELLI, FARE TACKLE AI DESTINI DELLA VITA

Per Torricelli si parla del suo rapporto con la moglie Barbara: «L’amore della tua vita è rimasto lo stesso anche alla Juventus. Te la sei sposata, Barbara, poco prima di questa memorabile finale (Champions vinta, ai rigori, dalla Juve a Roma contro l’Ayax, Ndr) e avete avuto avuto anche una figlia. La favola era giusto viverla in due. Ché lei c’era quando eri piegato sulla catena di montaggio, nella nebbia di Carate, ad aspettarti nel parcheggio quando ti avevano rubato la macchina. E hai giurato che non l’avresti tradita mai». Ma il destino si accanisce contro Barbara lasciando Moreno, appesi gli scarpini al chiodo, a trascorrere la sua seconda vita da solo, coi figli: «Moreno è venuto a cercare pace e refrigerio qui in Valle d’Aosta, a mettere un punto dopo che una vita tutta in discesa, spianata, è stata travolta da una frana, una valanga rovinosa e implacabile. (…) Sono quattro anni che lei non c’è più. Se ne è andata via e lo ha lasciato solo con i loro tre figli. Un male l’ha attaccata senza pietà e nessun tackle è bastato a sconfiggerlo».

FLACHI, RIPARTIRE DA DIETRO UN BANCONE

Anche il capitolo finale su Flachi è molto bello. Ricorda le difficoltà di un giocatore di essere un predestinato e il peso di un talento che finisce con una squalifica per uso di cocaina.

Flachi ora ha aperto un bar a Firenze, dove espone qualche poster di quando  ha vestito le maglie di Fiorentina e Samp (e, per una partita soltanto, della Nazionale):  «Fa bene ogni tanto riguardare chi si è stati. E Francesco, nel bar che ha aperto per segnare un prima e un dopo nel suo rocambolesco romanzo, lo fa quatto o cinque volte al giorno».

Flachi non è comunque solo. A segnalare quella passione, unica e per certi versi inspiegabile, che (s)muove il calcio: «I tifosi del popolo che ha amato (e lo ha amato) di più, il popolo sampdoriano, vengono apposta da Genova. Si è sparsa la voce, a Ponente e nei carruggi, che il campione degli anni bui e della rinascita, l’uomo che, prima di cadere a terra, ha sostituito Vialli e Mancini nel cuore della gente, ha aperto una paninoteca in questo angolo di Firenze che conoscono solo i fiorentini. Prendono l’auto, fanno la litoranea, poi la Fi-Pi-Li, e giungono a frotte. Per farsi una foto, un selfie come s’usa oggi, con l’idolo un tempo irraggiungibile e oggi a tiro di bancone. Ogni volta che un doriano (ma capita anche coi viola, pure se è più difficile, perché questa città, nei secoli, è sempre stata più generosa coi figli degli altri che coi propri) oltrepassa quella soglia per Francesco è un balsamo. La devozione sincera tiene vivo il ricordo pulito, bello, del campione che ha riportato il calcio a Marassi, dopo anni di tremenda carestia. E allontana l’abuso di tutto il contorno, delle serate senza fine, dei rifugi artificiosi per combattere l’ansia, la paura di non essere all’altezza: la devozione sincera dà un senso a questa vita rinnovata, a questo bagno di umiltà che Francesco si è riservato».

OGGI LA PRESENTAZIONE A PARMA

Il libro, già alla seconda edizione, viene presentato oggi, giovedì 14 aprile, alle 18.30 al Tardini di Parma, con alcuni giocatori le cui seconde vite sono raccontate nel volume e alcuni protagonisti della rinascita della squadra ducale (ora Società sportiva dilettantistica Parma Calcio 1913). Una storia da romanzo anche questa.

 

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Matteo Cruccu

Ex, storie di uomini dopo il calcio

Baldini e Castoldi

Milano, 2016

Pagg. 143

Euro 15

 

 

Essere senza destino di Imre Kertész

Addio a Emre Kertész, autore di Essere senza destino

Ho letto Essere senza destino proprio in questi giorni, nei lunghi trasferimenti al seguito dell’Under 21. E ho subito capito perché a Imre Kertész sia stato dato, nel 2002, il Premio Nobel per la letteratura. Purtroppo lo,scrittore ungherese è morto ieri, dopo aver a lungo combattuto contro il Parkinson. Aveva 86 anni.
Essere senza destino è davvero un capolavoro. Davvero un modo inedito di raccontare la Shoah. Kertész narra la sua esperienza nei campi di sterminio di Auschwitz e Buchenwald mantenendo lo sguardo dell’adolescente che ha varcato quei cancelli sull’inferno. Non ci aggiunge le sovrastrutture del tempo e dell’esperienza. Rimane per tutto  il libro più stupito che rabbioso.
Per questo Essere senza destino è decisamente uno dei più stupefacenti racconti dei sopravvissuti alla Shoah che abbia mai letto. E per questo credo sia stato accolto a fatica dal regime comunista ungherese. Kertész infatti non trovo editori ungheresi per il suo racconto e la fama (Nobel compreso) è arrivata solo con la caduta del Muro.
Il libro di Kertész non ha infatti nulla di epico. Persino il racconto del suo ritorno a Budapest (dove è deceduto ieri) è minimalista. Così descrive l’incontro coi suoi ex vicini di casa (ex perché la sua casa era stata ormai occupata da qualche ariano, ora magari diventato comunista). Lui sopravvissuto ai campi, loro sopravvissuti per aver girato la testa dall’altra parte quando gli ebrei venivano deportati: «”E in generale,” ho aggiunto, “io non mi sono accorto degli orrori”, e allora li ho visti tutti piuttosto sbalorditi. Cosa significava che “non mi ero accorto”? Ma a questo punto ho domandato cosa avessero fatto loro in questi “tempi difficili”. “Be’…abbiamo vissuto”, ha risposto il primo con aria pensierosa. “Abbiamo cercato di sopravvivere” ha aggiunto l’altro».
Se non avete ancora letto il libro di Kertész, fatelo in questi giorni. Essere senza destino (Feltrinelli) è davvero un testo imperdibile.
Ad maiora

Più rabbia che vento nella Milano di Alessandro Robecchi

È il terzo episodio della saga ambientata a Milano e inventata da Alessandro Robecchi ed è riuscito e divertente come i due precedenti.Il protagonista è sempre Carlo Monterossi, autore televisivo di successo che odia la tv, e che finisce suo malgrado invischiato in storie di omicidi. I partner con cui risolve i casi sono un giornalista di nera, una governante moldava e un poliziotto che ama indagare travestendosi. Insomma il nostro protagonista è una sorta di Signora in giallo in chiave milanese. Ma Monterossi, a differenza di Jessica Fletcher, si muove per rabbia, per sete di giustizia. E non a caso, il nuovo giallo di Robecchi si intitola “Di rabbia e di vento” perché il tutto accade in una Milano stranamente ventosa (non sarebbe così inquinata, se ci fosse il vento. O forse sì, lo stesso).

Nel libro c’è il solito repertorio divertente cui ci ha abituato Robecchi. La malcelata rivalità tra Polizia e Carabinieri («Il caso l’hanno preso loro, gli abbiamo passato tutto, anche quel che ci dirà il medico e la balistica passa a voi », intende voi della Polizia, lo dice come se parlasse di un’altra religione).

L’ingiustizia della nostra società (Lei pensa, questo non va bene. Poi vuole fare giustizia, e questo è peggio. La giustizia non c’è, Monterossi, se lo vuole mettere in testa o no?).

La Milano purtroppo sempre da bere (Quando è arrivato a destinazione ha fatto un paio di giri dell’isolato perché non c’erano parcheggi, ovvio, poi si è iscritto alla maggioranza silenziosa: seconda fila e doppie frecce. Abbiamo nutrito il pianeta, siamo un modello per il paese, su, lasciateci posteggiare come cazzo ci pare).

Infine sorrisi, sempre amari (Carlo sorseggia le bollicine mentre si guarda intorno: pochi tavoli occupati, perlopiù uomini d’affari che stanno decidendo di privarsi con una stretta al cuore di qualche migliaio di dipendenti, o di acquisire qualche concorrente belga che si è reso stupidamente scalabile, o anche solo attaccare la Kamtchatka).

Insomma, il solo modo arguto che ha Alessandro Robecchi nell’affrontare questo terzo giallo milanese. Un’altro volume del buon Robecchi che come gli altri si legge velocemente, per capire chi è l’assassino, o meglio per trovare quel colpevole che è un po’ dentro ognuno di noi.

Ad maiora

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Alessandro Robecchi

Di rabbia e di vento

Sellerio

Pagg.407

Euro 15

Eagles of Death Metal in Zurich

Eagles of Death Metal a Zurigo

Dopo la tappa di Parigi (questa volta all’Olympia, dopo l’assassinio di 90 persone al Bataclan), il gruppo rock americano ha proseguito il suo tour interrotto dai terroristi, arrivando al Komplex 457 di Zurigo. Fuori controlli da paura: si è entrati a uno a uno, verificati per filo e per segno dalla sicurezza. Coda, davvero ordinata e paziente, di un’ora e mezzo.

Dentro però si è assistito a una vera e propria festa. Il gruppo, sopravvissuto all’assalto al Bataclan, ha cantato e suonato per più di due ore. Facendo ballare e pogare una sala entusiasta e divertita.

L’ingresso della band rock (lo potete vedere nel video), è stato trionfale.

A lungo il cantante e il gruppo sono rimasti a prendersi gli applausi del pubblico, quasi a dire, siamo ancora qui, siamo vivi. E vogliamo divertirci. E vogliamo farci divertire. Ci sono riusciti, in barba all’Isis e ai suoi sodali.

Nel concerto, come sempre, un saggio mix di canzoni vecchie e nuove del gruppo, con tre cover. Quella che mi è più piaciuta è stata Brown Sugar, un brano già riproposto live nel passato:

Nel finale il cantante (e chitarrista) degli EoDM, Jesse Hughes, è andato sul piano superiore del Komplex a suonare in mezzo al pubblico, sottoponendo la sicurezza a una overdose di lavoro. Ma facendo chiudere il concerto alla grande.

Il gruppo tra poco arriva in Italia, a Treviso, Torino e Roma. Solo per questa ultima data sono rimasti biglietti.

Ad maiora

 

Ps. Apprendo solo ora che a causa di un infortunio al chitarrista, sono saltate le tappe europee e quelle italiane del tour.

Mi spiace. Spero tornino presto.

steve jobs una scena del film

Steve Jobs il film che mostra il dietro le quinte

Avendo come regista (e co-produttore) Danny Boyle era ovvio che il film su Steve Jobs non potesse essere una banale esaltazione dell’inventore del Mac. E infatti la pellicola si fa guardare durante le sue due ore, andando a cercare aspetti meno noti della vita di Jobs, come la storia della prima figlia (nata nel 1978 e riconosciuta solo nell’86). Dei rapporti tesi con i suoi collaboratori (da cui pretendeva ben più che il massimo) invece si sapeva. E’ il modo in cui il film li racconta che rendono la storia davvero interessante.

Il regista ci mostra sempre il protagonista nel momento in cui sta per andare in scena a presentare una qualche (più o meno grande) invenzione. Jobs nel film si paragona a un direttore d’orchestra. Ecco, è come se Barenboim, poco prima di prendere la bacchetta, fosse distratto da mille problemi.

Il film ha in più la capacità di non soffermarsi sui successi di Jobs, ma di farli solo intravedere.

Michael Fassbender è uno Steve Jobs che diventa sempre più credibile con il passare delle scene. Dubito però possa strappare l’Oscar a Di Caprio che col suo Revenant ha fatto qualcosa di più (anche battendosi contro un orso…).

Penso invece che un’ottima Kate Winslet possa ambire davvero a conquistare la sua seconda statuetta, come migliore attrice non protagonista.

Ad maiora

 

 

 

La Televisione che insegna a vivere

La televisione amica, cui chiedere consigli

Ho da poco smesso l’insegnamento universitario, ma  – anche per il lavoro che faccio – continuo a osservare in modo critico il mondo televisivo. E, come avete visto in questi giorni, continuo a scriverne. E pure a leggerne. E’ il caso di questo interessante volume di Nicolò Barretta e Maria Elisabetta Santon su alcuni programmi televisivi che stanno prendendo sempre più piede grazie alla moltiplicazione dei canali creatasi col Digitale Terrestre.

“La televisione che insegna a vivere” spiega in modo semplice come l’elettrodomestico più amato dagli italiani (abbiamo record di ore di tv accesa, in media) stia diventando da mero strumento di compagnia e intrattenimento a qualcosa di più: all’amico a cui chieder consiglio. I programmi factual, tutorial, coaching di cui scrivono Nicolò Barretta e Maria Elisabetta Santon sono per lo più format americani adattati ai nostri contesti sociali, ma con buoni successi di ascolto e anche con forti risparmi da parte delle emittenti tv: “In un periodo in cui la crisi economica non risparmia neppure il settore televisivo, anche per la televisione generalista diventa importante disporre di contenuti caratterizzati da una lunga seriali e dunque, potenzialmente, in grado di innescare dinamiche di fidelizzazione, ma che implichino costi decisamente più contenuti rispetto alla fiction o ai tradizionali prodotti d’intrattenimento. Lifestyle e coaching rispondono esattamente a questa esigenza. Innanzitutto essi possono sfruttare il vantaggio di cui godono tutti i people show, ossia limitare il budget altrimenti destinato ai cachet di volti celebri, rendendo protagonista la gente comune”.

Sono gli effetti della transtelevisione i cui albori sono da far risalire al Grande Fratello, trasmissione che ha influenzato non solo i palinsesti televisivi, ma anche quelli politici. Si chiacchiera ininterrottamente senza valutare quel che si sta facendo, senza sforzarsi di scavare, come sottolinea giustamente Gian Paolo Parenti nella sua prefazione: “L’insistenza sul come fare le cose, evita di riflettere sul che cosa si sta facendo. Le regole pratiche per organizzare la cerimonia di nozze o un’indimenticabile cena per gli amici esentano dal parlare del senso del matrimonio e dell’amicizia, allontanando dal nodo dei bilanci esistenziali, spostano il fuoco dell’attenzione sul piano psichico (la profondità) a quello tecnico, rinforzando l’autorevolezza della tv come dispensatrice di norme operative (“Ipse dixit!”). Dal punto di vista editoriale, insomma il coaching è un grande vantaggio, tanto più che il pubblico gradisce e sembra preferire. Certi temi, certe profondità, infatti, sarebbero spinose pure per i telespettatori, inoltre – come insegnano le terapie antipanico o antinevrosi – concentrarsi sul modo di fare una cosa, allontana dalla cosa stessa e dalla paura che essa fa”.

Il tutto sembra vero, ma in realtà fa parte di quella immensa fiction nella quale è inserito lo spettatore televisivo, una sorta di Truman Show del quale non si vedono i confini (ma se alzate gli occhi al cielo di telecamere ne vedete eccome). Scrivono ancora Barretta e Santon: “A una prima analisi, sembrerebbe di poter affermare che i programmi di coaching propongono un’esperienza nel vero senso della parola: un percorso che porta a un cambiamento. A ben vedere, tuttavia, il potenziale trasformativo viene compromesso nel momento in cui diventa scontato che il percorso terminerà con un lieto fine”.

Parecchi i programmi analizzati dai due studiosi. Le critiche che secondo me hanno colto più nel segno riguardano Sex Therapy e Sos Tata. Sul programma a tematica sessuale, l’approfondimento è azzeccato perché spiega come questa serie sfonda un tabù e perché dimostra che la tv ha ormai occupato ogni spazio di casa: “Il fatto che quelle che si rivolgono al programma siano coppie “normali”, che non soffrono di gravi patologie per le quali l’intervento di un sessuologo risulterebbe indispensabile, mette in luce quanto, nella società contemporanea, l’aiuto degli esperti venga ricercato in modo massivo. Molti individui sentono il bisogno di appoggiarvisi per poter affrontare tutte le questioni che riguardano la quotidianità; questo meccanismo non risparmia evidentemente anche gli aspetti più intimi. In fondo è proprio sulla base di queste considerazioni che si può parlare di “cultura terapeutica” come una tendenza sempre più pervasiva del nostro tempo”.

Su Sos Tata perché al di là dell’aiuto a svolgere una delle professioni più complesse del mondo (quella genitoriale) la scelta dei protagonisti ha ambizione di essere la più rappresentativa possibile: “Generalmente i genitori che si rivolgono al programma rispecchiano, per così dire, l’italiano medio: svolgono professioni comuni come l’impiegato, l’operaio, il commerciante; nel caso delle mamme, le casalinghe. Vivono in abitazioni non particolarmente lussuose, ma linde, spaziose e gradevoli; si dividono tra la cura della famiglia e le attività extradomestiche. Sono dunque persone con cui lo spettatore è tendenzialmente portato a identificarsi”.

Sono gli stessi meccanismi che stanno dietro tanta informazione radio-televisiva, dietro la spettacolarizzazione di troppi casi di cronaca nera (a scapito ad esempio delle tematiche internazionali: parliamo per giorni di un delitto e il giorno dopo ci siamo già dimenticati la strage di Giakarta). L’immedesimazione, l’identificazione di cui parlano Barretta e Santon putroppo è uscita dai programmi fiction ed è entrata in quelli giornalistici. Dove si utilizza, solo per fare un esempio, sempre più spesso il nome di battesimo delle vittime per farle sentire più vicine a noi, per far scattare quella solidarietà parentale o al più amicale senza la quale, altrimenti, si rischierebbe di far scivolare via certe notizie.

Ad maiora

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Nicolò Barretta e Maria Elisabetta Santon

La televisione che insegna a vivere

Unicopli

Milano 2014

Amicizia

L’amicizia! Quante forme diverse può avere…

Amicizia nel lavoro. Amicizia per la rivoluzione, amicizia durante un lungo viaggio, amicizia tra soldati, amicizia in una prigione in transito, dove ci si conosce e ci si lascia nel giro di un paio di giorni di cui, però, si serba il ricordo per anni. Amicizia nella gioia e nel dolore, amicizia nell’uguaglianza e nella diversità.

Che cosa rende amici? Avere lo stesso lavoro o uno stesso destino? A volte l’odio tra chi appartiene allo stesso partito e ha opinioni che si distinguono solo nelle sfumature è maggiore dell’odio verso chi del partito è nemico. A volte uomini che combattono assieme si odiano più di quanto odino un nemico comune. E a volte l’odio fra i detenuti è maggiore dell’odio verso i carcerieri.

Certo, l’amicizia nasce per lo più tra uomini accomunati da uno stesso destino, da una stessa professione, da un medesimo progetto, tuttavia sarebbe prematuro concludere che la si debba solo a tali affinità.

Perché possono essere amiche – e lo sono – anche persone unite dall’odio per il proprio mestiere. E amici non sono soltanto gli eroi di guerra e del lavoro, ma anche i disertori e gli assenteisti. Alla base dell’amicizia degli uni e degli altri, però, c’è un vincolo comune.

Due caratteri opposti possono diventare amici? Sicuro!

L’amicizia può essere un legame disinteressato. A volte l’amicizia è egoista, altre è incline all’abnegazione. Ma, per quanto suoni strano, l’egoismo dell’amicizia avvantaggia l’amico in modo disinteressato, laddove l’abnegazione ha un fondo egoistico.

L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso.

L’amicizia è uguaglianza e affinità. Ma l’amicizia è anche differenza e disparità. 

C’è un’amicizia operativa: negli affari, nell’azione, in un lavoro comune, in una comune lotta per la sopravvivenza e per un tozzo di pane.

E poi c’è l’amicizia in nome di un ideale, l’amicizia filosofica tra interlocutori che meditano, tra uomini che lavorano in modo diverso, ognuno per proprio conto, ma che insieme  parlano della vita.

Forse la forma suprema di amicizia abbraccia l’amicizia operativa, l’amicizia nel lavoro e nella lotta e l’amicizia di chi dialoga e si confronta.

Pur avendo sempre bisogno l’uno dell’altro, non sempre gli amici ricevono amicizia in egual misura. E non sempre all’amicizia chiedono la stessa cosa. Un amico può donare la propria esperienza, l’altro può arricchirsene. Ci si può scoprire forti e maturi aiutando un giovane amico debole e inesperto; costui, il debole, troverà nell’amico il proprio ideale di forza, maturità, esperienza. Dunque c’è chi dona e chi gode del dono ricevuto.

Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui.

L’amicizia della mente, contemplativa, filosofica, esige di norma identità di vedute, ma tale identità può non essere assoluta. A volte l’amicizia si manifesta in una discussione, nella mancanza di affinità. Se invece gli amici si somigliano in tutto, se si rispecchiano, chi discute con un amico discute con se stesso.

L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti.

E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi.

L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede.

Il desiderio di amicizia è innato nella natura umana, e chi non è capace di farsi amici gli esseri umani opta per gli animali: cani, cavalli, gatti, topi, ragni.

Un essere dotato di forza assoluto non necessita di amici, ma un tale essere è Dio.

L’amicizia autentica non dipende dal fatto che l’amico sieda su un trono o dal trono sia stato deposto per finire in prigione: l’amicizia autentica guarda all’anima e alle sue doti e non si cura della gloria, della forza esteriore. 

Molteplici sono le forme dell’amicizia, vario il suo contenuto, ma una sola è la sua base, incrollabile: la certezza che l’amico non ti tradisce, che tu non lo tradirai. Splendida è pertanto l’amicizia in cui è l’uomo a essere fatto per il sabato. Là dove amici e amicizia vengono sacrificati in nome di interessi superiori, l’uomo dichiarato nemico dell’ideale superiore, che ha perso tutti gli amici, è comunque sicuro di non perdere un amico vero.

Vassilij Grossman, Vita e destino, Adelphi

Ad maiora