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Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

Le indomabili, Davide Steccanella

Le indomabili di Steccanella

Un libro che offre una serie di interessanti spunti sulle donne rivoluzionarie di ieri e di oggi. “Le indomabili” il nuovo volume di Davide Steccanella è una lettura interessante per chi voglia ricercare la parte femminile della nostra storia. Spesso, troppo spesso, declinata al maschile. Davide, che nella vita fa l’avvocato, da anni si occupa di lotta armata. E in questo libro si trovano tante donne che hanno combattuto regimi e ingiustizie. Dalla rivoluzione messicana a quella d’ottobre, dalla guerra civile spagnola al terrorismo. Steccanella è bravo a raccontare, seppure in pillole, storie più o meno dimenticate. Come questa: «Petra Herrera è una delle prime “soldadere”, le combattenti donne in forza nelle truppe degli insorti della Rivoluzione messicana. Per anni conosciuta come Pedro Herrera, Petra sceglie di cambiare il proprio nome in Pedro e di travestirsi da uomo per partecipare militarmente alla guerriglia del generale Francisco (Pancho) Villa, senza limitare la propria azione alle tipiche funzioni femminili di supporto ai soldati uomini, cui sono relegate le donne messicane. Grazie a mille sotterfugi, Petra custodisce il proprio segreto, arrivando persino a fingere di radersi la barba ogni mattina. In guerra dà prova di grande coraggio e lì, certo, nessuno può arrivare a nutrire dei sospetti riguardo alla sua mascolinità, in particolar modo nel vederla alle prese con la sua abilità nel far saltare i ponti. Quando il travestimento viene scoperto, Pancho Villa, nonostante alcune vittorie importanti riportate da Petra, alias Pedro, rifiuta di promuovere una donna al grado di generale. A fronte di questa delusione, Petra abbandona la compagine di Pancho Villa per formare una brigata di soldaderas di sole donne». Ecco un semplice esempio di come nemmeno radersi e fingersi uomo, consenta di arrivare alla parità tra donne e uomini!
Eppure nel libro si trovano personaggi che hanno inciso i loro nomi nei cuori dei loro connazionali. Come Dolores Ibàrruri e il suo No Pasaran! o Rosa Parks, prima donna a essere sepolta nella rotonda del Campidoglio americano. Di lei, del suo coraggio rivoluzionario e radicale, mi sono segnato questa frase che meriterebbe di essere imparata a memoria: «Trovo che se sto pensando ai miei problemi, e al fatto che a volte le cose non sono come io desidero che siano, non faccio alcun progresso. Ma se mi guardo attorno e vedo cosa posso fare, e lo faccio, io progredisco».
Nel volume di Steccanella – grazie all’interesse che l’autore ha verso la lotta armata – figurano molte terroriste, italiane e straniere. Come la tedesca Ulrike Meinhof fondatrice della Raf, che così teorizzava: «Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati 1000 sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco una macchina, il fatto costituisce reato, se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più».
La maggior parte delle storie (che terminano con un invito all’approfondimento e segnalando volumi specifici su ogni indomabile) che ho letto mi era nota. A volte per conoscenza diretta, come per le combattenti del Pkk curde. Qualche singola ribelle mi ha invece sorpreso. Come la tennista Monica Giorgi, finita in carcere per il suo impegno anarchico e femminista. Proprio lei – che aveva fondato l’associazione “Niente più sbarre” – dalla cella scrive queste bellissime parole:«Non sono né fuggita né mi sono nascosta, ho continuato il mio lavoro-studio-sport. Pertanto ribadisco la mia totale estraneità alle imputazioni rivoltemi. Non ho partecipato a nessuna banda armata. Ho partecipato invece a dibattiti, discussioni politiche, problemi sociali del nostro tempo, sempre pubblicamente. Ho insegnato quanto nocivi siano lo sfruttamento e l’oppressione usando la ragione, con critica accesa e polemica rivoluzionaria, che non sono strumenti illegali. Non ho mai terrorizzato nessuno, sono stata io, invece, minacciata in continui e svariati modi, sono stata io terrorizzata anche recentemente, con l’attentato rivolto contro la mia persona i miei familiari. Non ho architettato né concepito nessun sequestro. Sono stata invece io sequestrata per più di un anno in base a inique misure di carcerazione preventiva. Sono stata io rinchiusa in un buco di pochi metri quadrati di spazio di aria, davvero ristretto rispetto alle mie sei ore di sport agonistico che svolgevo quotidianamente. Sono stata io rinchiusa in una gabbia, come un animale feroce, che feroce non è, come la gabbia vorrebbe far credere. Non ho ferito nessuno, né con armi, né con atti, né con parole. Sono stata invece ferita nel mio più intimo, nella mia dignità, attraverso ignobili mistificazione sulla mia persona, umiliata dalle calunnie, dai sospetti, dalle criminalizzazioni preventive. Non ho mai rapinato nessuno e di niente. Sono stata io invece rapinata di tutto, cioè dei miei affetti, dei miei sentimenti, dei miei rapporti umani, della mia esperienza e della mia esistenza. Sono stata io derubata del diritto la vita. Rivoglio la mia libertà».
Rivoglio la mia libertà, una frase che davvero unisce molte di queste ribelli.
Ad maiora
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Davide Steccanella
Le indomabili, storie di donne rivoluzionarie
paginauno
Vedano al Lambro, 2016
Pagg. 219, euro 15

Un mondo senza ebrei, l’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio

Alla vigilia della mia partenza per Cracovia (sperando di poter tornare anche a visitare Auschwitz e Birkenau) ho finito di leggere “Un mondo senza ebrei” di Alon Confino. Non è facile rimanere sorpresi,u dopo averne letti tanti, da libri che parlino di Shoah. Questo saggio del professore di Storia alla Ben-Gurion ci è riuscito. Il volume offre una sua particolare teoria dell’accanimento dei nazisti (anche mentre stavano perdendo il conflitto, da loro scatenato) contro gli ebrei e la Torah. Confino analizza e offre una sua teoria del perché la Germania nazista cercò di eliminare gli ebrei dall’Europa, per creare appunto un mondo senza ebrei. La domanda da cui parte il docente è questa: «Come mai i nazisti presero di mira gli ebrei quale unica categoria sistematicamente perseguitata del continente, come una sorta di nemico interno e assoluto, laddove altre vittime di genocidio del medesimo periodo, come per esempio i malati di mente o certi gruppi sociali, non furono considerate minaccia esistenziale che imponevano la deportazione ad Auschwitz anche da Atene o da Roma? (…) Perché i nazisti consideravano sterminio degli ebrei così urgente e così decisivo per la loro sopravvivenza?».
Un quesito affatto peregrino visto che spesso in questi anni si è rinchiusa tutta l’azione nazista in una follia senza senso. Un senso, purtroppo, invece l’aveva: «La volontà di raggiungere, durante il terzo Reich, l’obiettivo di una Germania degiudaizzata». Il tutto ovviamente approfittando della amplissima zona grigia, dei tedeschi che se non appoggiarono, non si opposero allo sterminio: «Alcuni avallavano l’idea, altri erano contrari, altri ancora si mostravano indifferenti, ma ciò fu e rimase un obiettivo del Terzo Reich sin dall’inizio». Un tema questo della connivenza generale che Confino riprende in più punti del saggio: «Molti tedeschi non gradirono le violenze della Kristallnacht, ma tuttavia le accettarono e non fecero nulla per fermarle».
La violenza infatti non fu solo dettata dall’alto, ma spesso realizzata dal basso, anche senza specifici ordini: «I casi di animalesca, istintiva violenza la luce del giorno contro vittime ebrei divennero un fatto comune negli anni successivi all’avvento del nazismo. Ricorrenti erano le aggressioni tra vicini, in cui gli assalitori conoscevano le proprie vittime. La semplice presenza di ebrei stimolava sputi e percosse. I nazisti tagliavano la barba agli ebrei ortodossi e li rapavano a zero. E, organizzavano sommosse davanti alle aziende di proprietà israelita; scopo di tutte queste iniziative era umiliare gli ebrei sotto gli occhi di tutti. Sarebbe un errore liquidare tali violenze come le manifestazioni incontrollate di una plebaglia rozza indisciplinata, come gli effetti di direttive dall’alto. Anche se gli orientamenti generali potevano dirsi frutto di pressioni esercitate dal regime, i margini per la scelta e l’iniziativa individuale erano assai ampi, le violenze erano anche frutto di sentimenti popolari ed erano perpetrate da tedeschi di ogni estrazione. Nel terzo Reich nessuno fu mai punito per aver dato prova di brutalità nei confronti di un suo vicino».
Alla domanda del perché si cercò di eliminare gli ebrei dalla faccia della terra, Confino risponde così: «Per i nazisti gli ebrei erano ipostasi del tempo quale simbolo di una nefasta origine storica che andava estirpata per consentire l’avvento della civiltà nazista. I nazisti scelsero come loro principale nemico un antico popolo della lunga storia e con un ruolo fondamentale nella società cristiana, europea e tedesca, nonché fonte primigenia di una plurisecolare tradizione di simboli morali, religiosi e storici di segno positivo e negativo. Gli ebrei si attestavano l’origine della Bibbia, del cristianesimo e per molti in Germania in Europa, i frutti ideologici dell’età moderna come liberalismo, comunismo e capitalismo. Perseguitando e sterminando gli ebrei, I nazisti puntavano eliminare i lacci di un’antica tradizione e del suo sistema morale, aprendosi così la possibilità di affrancare la propria immaginazione e di aprire nuovi orizzonti emotivi, storici e morali che consentissero loro di immaginare e di creare il proprio impero di morte».
Un impero di morte che aveva bisogno di una vittima sacrificale. Di qui il demenziale accanimento contro tutto ciò che afferisse all’ebraismo: «I rotoli furono afferrati portati via, srotolati, calpestati con i piedi, con le ruote della bicicletta, legato alla schiena degli ebrei, gettati nei fiumi, strappati e bruciati. La distruzione faceva appello a tutti i cinque sensi contemporaneamente. Era un gesto tattile di contatto palpabile, pieno della sensualità e dell’eccitazione che procura la distruzione di oggetti pericolosi: pericolosi in quanto, bruciando la torah, veniva riconosciuta la potenza dell’oggetto, così come incendiare 1400 sinagoghe implicava il riconoscimento della potenza del giudaismo. I tedeschi non distrusse la Bibbia timorosamente, di nascosto, ma in un’eccitante performance teatrale con tanto di attore di spettatori, sia che applaudissero, urlassero, restassero in silenzio. Bruciando la Bibbia in pubblico, i nazisti resero tutti complici di questo atto di profanazione, in tal senso anche la Kristallnacht si accostava rituali carnevaleschi di umiliazione pubblica degli anni precedenti. Bruciare la Bibbia costituiva una solenne ostentazione di superiorità sugli ebrei, così potente, brutale oltraggiosa che era come se i nazisti stessero dicendo non solo ai giudei, ma a tutti gli abitanti di Europa, che adesso erano loro il popolo eletto. L’atto di distruzione costituiva anche un atto di appropriazione dell’autorità della Bibbia ebraica: è un modo di venire a capo di una sorta di peccato originale delle origini, vale a dire l’ebraicità delle radici del cristianesimo e dunque anche di quello tedesco. Nelle loro azioni i nazisti stavano comunicando che la nuova razza padrona aveva preso il posto dell’antico popolo eletto».
Per fortuna il popolo eletto è rimasto quello ebraico. E una riflessione interessante è quella – con cui chiudiamo – sul ruolo attrattivo è centrale svolto dai libri – Bibbia e Torah ma non solo – anche nei confronti di coloro che organizzarono falò di piazza dei volumi non graditi al nuovo regime. Oltre a ciò, Confino sottolinea come il tentativo di musealizzare la storia degli ebrei, preparandosi per un futuro senza loro, salvò involontariamente tanti volumi: «Di qui l’alto valore da essi riconosciuta la forza di libri, nel bene e nel male. Fino al punto di vietarne tout court il possesso agli ebrei. Il 18 febbraio 1942 l’ufficio del’ERR di Kaunas annunciò la messa al bando dei libri entro i confini del ghetto. Nell’arco di 10 giorni, ordinò un rappresentante dell’ufficio di nome Benker, qualunque volume doveva essere consegnato alle autorità. Chiunque, dopo quella data, fosse stato trovato in possesso di libri sarebbe stato passato per le armi. Essendo a conoscenza della ricca biblioteca conservata nel ghetto, Benker ordinò al locale consiglio ebraico di apporvi i sigilli per impedire che i volumi di pregio della collezione andassero perduti. Il 28 febbraio gli ebrei consegnarono decine di migliaia di volumi ai nazisti; altre migliaia furono nascosti o sepolti da qualche parte. I nazisti inviarono quelli più pregiati all’Istituto di Francoforte e spedirono il resto al macero. Non per questo, naturalmente, gli ebrei smisero di leggere: continuarono a farlo di nascosto, passandosi libri l’un l’altro in segreto. Ma i nazisti trasformarlo effettivamente i ghetti in una società priva di libri. Ciò calzava perfettamente con la loro concezione degli ebrei e la politica antisemita: questo popolo senza tempo, la cui vita nel febbraio 1942 presentava un’imminente data di scadenza, non sapeva che farsene dei libri, di quell’arte di raccontare che ci rende umani, ci fa sognare e colloca le nostre esperienze in una narrazione. Ma le storie godono di vita propria, e neppure i nazisti potevano essere padroni della loro. Essi non previdero un’involontaria conseguenza della loro sistematica opera di saccheggio su scala continentale. L’Istituto di Francoforte conservò le enormi quantità di materiali in vari depositi della città e dei paesi vicini, di fatto salvandolo dalla distruzione dell’infuriare della guerra. Negli ultimi mesi del 1943, quando i bombardamenti alleati sulle città tedesche minacciarono la collezione, gran parte di essa fu trasferita nel castello di Hungen, un luogo isolato una cinquantina di chilometri da Francoforte. Fu così che molti tesori ebraici scamparmi al conflitto».
Ad maiora

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Alon Confino
Un mondo senza ebrei
Mondadori, Milano 2017
Pagg. 334, euro 22

 

Un mondo senza ebrei

 

 

 

Orfani bianchi

Gli “Orfani bianchi” di cui non ci accorgiamo

Un libro funziona quando finisci per pensare a ciò che hai letto anche quando stai camminando per strada. Mi è capitato qualche giorno fa leggendo “Orfani bianchi” di Antonio Manzini. A un certo punto svoltando su corso Sempione sono incappato in questa pubblicità casereccia, appiccicata con lo scotch a un palo della luce.

Affittasi posto letto

E quella stanza condivisa mi ha fatto subito tornare alla mente Mirta la protagonista di questo romanzo dell’autore che ha inventato il commissario Schiavone. In questo “Orfani bianchi” non ci sono gialli o casi di polizia, ma il racconto della vita di una delle invisibili che lasciano i figli a casa e attraversano l’Europa per venire a fare le badanti ai nostri anziani.

Mirta è una di queste. Una delle tante ragazze madre che cercano fortuna all’estero per cercare di sbarcare il lunario, per sé e per il resto della famiglia. Mirta per partire, dopo la morte dei nonni, deve lasciare il figlio in un Internat. Anni fa ne visitai alcuni, proprio in Moldova (il paese d’origine della protagonista del libro). Eredi degli orfanotrofi sovietici, questi Internat sono posti dove non è proprio il massimo crescere. In tanti paesi dell’Est vi sono ospitati ragazzi che hanno ancora i genitori, ma i cui padri sono spesso alcolizzato e spariti nel nulla, con le madri costrette a lavorare all’estero per poter guadagnare abbastanza per cercare di costruire un futuro. Bimbi che vengono definiti “orfani bianchi”, perché i genitori non possono accudirli.

Manzini racconta soprattutto la dura vita delle badanti alle prese con famiglie scorbutiche, con anziane che chiedono di morire, con una società razzista quanto basta. A un certo punto Mirta, stufa delle vessazioni, sta per cedere allo sconforto: «No, non ce la poteva fare. Anche i bersagli alla lunga si stancano di essere centrati da frecce e proiettili. Non che pretendesse un grazie, un encomio, una carezza. Ogni tanto sarebbe bastata una parola gentile. Quell’incubo doveva finire. Stare a servizio in case sconosciute, con persone sconosciute con le quali non aveva niente da dividere non era vita». Insomma, uno spaccato (nascosto) della società in cui viviamo. Un libro amaro che fa riflettere (e arrabbiare).

Ad maiora

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Antonio Manzini

Orfani bianchi

Chiarelettere 2016

Pagg. 240

Euro 16

Torto marcio copertina

Torto marcio, bel noir milanese

Ogni volta che esce un nuovo libro di Alessandro Robecchi non vedo l’ora di finire il volume che ho sul comodino per potere iniziare a leggere questo nuovo giallo. E anche questo noir, sempre ambientato a Milano, non ha tradito le aspettative. Anzi, con “Torto marcio”, Robecchi ha, a mio giudizio, fatto un salto di qualità.

Robecchi è in grado, come pochi, di raccontare una Milano non da cartolina (anzi, non da Instagram). È qui che si ambientano tutti i suoi gialli ed è qui che si concentra anche questo “Torto marcio”, dove si susseguono omicidi.

Da sempre le sue pennellate lasciano un segno, caustico: «Alle tre e un quarto via Angelo Mauri era tranquilla e di nuovo deserta, solo con qualche finestra illuminata più del solito, perché non tutti erano pronti ad andare a dormire dopo aver visto il sangue sotto casa. E dove siamo, eh? A Napoli? A Bogotà? Il custode della scuola aveva chiesto se poteva lavare il marciapiedi, che domani i ragazzini… Carella aveva detto sì e quello era uscito con un tubo verde. Tre ora dopo l’omicidio non c’erano più tracce, né segni, nemmeno quelli col gesso, spariti dopo quel violento lavaggio. Cancellare. Dimenticare in fretta. Sbrigarsi. Milano». (Anche dopo la strage di Piazza della Loggia, a Brescia, i vigili del fuoco cancellarono ogni traccia a poche ore dalla bomba: ma in quel caso la fretta non era dettata dalla necessità di tornare presto alla normalità, ma di ostacolare il prima possibile le indagini).

I personaggi ideati da Robecchi, in questa vicenda, hanno a che fare con tre omicidi in serie. Tutti firmati allo stesso modo: con un sasso sul cadavere. Una firma perfetta (nella finzione fin troppo plausibile) per scatenare una tempesta mediatica, tra trasmissioni dedicate e giornali scandalistici (averne di non scandalistici, ormai).

L’intrigo anche a livello poliziesco è interessante e la squadra di agenti che opera (prendendosi le ferie) davvero credibile. Questa volta sembra un po’ forzata invece la presenza di Carlo Monterossi, produttore televisivo che odia la tv e che come la signora Fletcher incappa in ogni caso di cronaca nera che accade a Milano.

Il resto è invece delizioso e godibile (e forse meriterebbe una trasposizione televisiva).

Quando si torna ad appoggiare il libro sul comodino (prima di finire in libreria accanto agli altri volumi, “Questa non è una canzone d’amore”, “Dove sei stanotte” e “Di rabbia e di vento” tutti Sellerio) si comincia a sospirare nell’attesa di quando uscirà la prossima storia robecchiana.

Ad maiora

 

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Alessandro Robecchi

Torto Marcio

Sellerio, Palermo 2017

Pagg. 421

Euro 15

Promessa di matrimonio

Lui continuò a leggere: «Nella malattia e nella malattia. È questo che vi auguro. Non cercate e non aspettatevi miracoli. Non ci sono miracoli. Non più. E non ci sono rimedi per le ferite che feriscono di più. C’è solo la medicina di credere nel dolore dell’altro e di esserci».

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, Milano, 2016

L’ultima volta

Nessun lattante sa che è l’ultima volta che gli viene tolto di bocca il capezzolo. Nessun bambino sa che è l’ultima volta che chiama sua madre “mami”. Nessun ragazzino sa che il libro si sta chiudendo sull’ultima fiaba della buona notte che gli sarà mai letta. Nessun fratello sa che la vasca si sta riempiendo per l’ultimo bagno che farà mai col fratello. Nessun ragazzo sa, la prima volta che arriva al culmine del piacere, che da quel momento tutto per lui sarà collegato al sesso. Nessuna donna, sulla soglia della pubertà sa, mentre dorme, che ci vorranno quattro decenni prima che si svegli di nuovo infertile. Nessuna madre sa che sta sentendo la parola “mami” per l’ultima volta. Nessun padre sa che il libro si è chiuso sull’ultima fiaba della buona notte che leggerà mai.

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, Milano, 2016

Shabbat spaziale

In un qualunque momento, nel mondo ci sono quaranta orari diversi. Altro fatto interessante: la Cina una volta aveva cinque fusi orari, ma adesso ne ha solo uno e per alcuni cinesi il sole non sorge prima delle dieci. Un altro: molto prima che l’uomo viaggiasse nello spazio, i rabbini discutevano di come osservare lo Shabbat lassù: non perché prevedessero viaggi spaziali, ma perché mentre i buddhisti aspiravano a convivere con le domande, gli ebrei piuttosto ne morirebbero. Sulla Terra, il sole sorge e tramonta una volta al giorno. Un’astronave completa un’orbita intorno alla Terra ogni novanta minuti, il che richiederebbe uno Shabbat ogni nove ore. Una linea di pensiero sosteneva che gli ebrei semplicemente non dovrebbero andare in un posto che solleva dubbi sulla preghiera e l’osservanza. Un’altra che gli obblighi terrestri sono legati alla Terra: quello che succede nello spazio rimane nello spazio. Alcuni sostenevano che un astronauta ebreo dovesse comportarsi come se si trovasse sulla Terra. Altri che lo Shabbat andasse osservato in base all’ora su cui era regolata la strumentazione, nonostante la città di Houston fosse ebrea più o meno quanto lo spogliatoio della sua squadra di basket. Due astronauti ebrei sono morti nello spazio. Nessun astronauta ebreo ha osservato lo Shabbat.

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, Milano, 2016

storia del calcio copertina

Storia (anche sociale) del calcio

Nel mio tempo libero cerco di evitare i libri “sportivi” visto che passo gran parte delle ore a guardare video di partite o a seguire gli account social di un po’ di giocatori. In questo caso ho fatto una eccezione leggendo “Storia del calcio” di Paul Dietschy. E non me ne sono pentito. Al di là degli aspetti tecnici, infatti, il volume racconta la nascita e la diffusione su gran parte della terra di questo incredibile gioco. Il cui impatto va ben oltre il rettangolo verde: “Il pallone aveva contribuito alla nazionalizzazione delle masse dalla fine del XIX secolo. In molti Paesi, le partite della nazionale fanno vivere la narrazione di uno Stato-nazione almeno per novanta minuti”. E questo è anche uno dei motivi per i quali il calcio è stato utilizzato da tante dittature per cementare il consenso intorno ai regimi.

Il football è un gioco nato in Inghilterra “con la rivoluzione industriale” e “cresciuto con l’espansione della cultura di massa”. Nel Regno Unito ci sono state forti resistenze a che questo sport fosse praticato da professionisti. Ma quello fu l’unico modo per poter far diventare calciatori anche operai o rappresentanti della middle class (anche se ciò comportò, nel 1925, a un divorzio dal Giochi Olimpici). Proprio sull’isola britannica nascono comunque i primi club calcistici “laboratori della socialità dell’organizzazione e della regolamentazione sportiva”. Come è noto, furono proprio gli inglesi a introdurre anche in Italia il concetto del club calcistico (basti pensare al Genoa Cricket and Football Club). E ovviamente sull’isola venne creata la prima squadra di football al mondo: lo Sheffield Football Club (da cui nacque la Sheffield Association, cui aderirono 17 club, embrione delle leghe calcistiche, fondamentali per creare delle regole del gioco condivise). Sempre in Inghilterra si hanno le prime tifoserie organizzate e, fin dal 1880, i primi hooligans. La globalizzazione del football porterà nel mondo oltre al pallone, anche il tifo organizzato. Anche nell’Italia del Ventennio: “C’è stata senza dubbio una contaminazione della violenza squadrista nei vandalismi dei tifosi, soprattutto quelli di Bologna, i quali, all’uscita di una finale di campionato disputata a Torino nel luglio del 1925, spararono nella stazione di Porta Nuova sui loro rivali del Genoa”.

La diffusione a macchia d’olio del calcio troverà ostacoli solo negli Stati Uniti (dove non soppianterà il baseball) e in Francia e Italia, unite dalla passione per il ciclismo. Il football è comunque made in England: “La maggior parte dei primi europei che adottarono il calcio erano in effetti rappresentanti se non dell’anglomania, almeno di un’anglofilia che rappresentava il Regno Unito come il Paese della libertà, della modernità e – per la sua popolazione maschile upper class – del nuovo ideale sportivo”.

Il volume racconta poi nel dettaglio le prime partite internazionali e i grandi tornei, continentali e intercontinentali (sia a livello di nazionali che di club). L’arrivo delle telecamere sui rettangoli di gioco ha poi cambiato la prospettiva, mettendo sull’altare gli dei del calcio: “Senza dubbio la leggenda, e soprattutto l’icona Pelé – scrive Dietschy – hanno beneficiato della lente d’ingrandimento del piccolo schermo. Le imprese di un Alfredo Di Stefano, un calciatore dal talento certamente grande come quello di Pelé, non sono state riportate che da alcune fotografie che lo mostrano mentre si produce in riprese al volo acrobatiche o da documentari d’attualità”. Ma la tv ha fatto ancora di più: “È diventata l’elemento centrale del sistema: ha trasformato la logica economica del gioco e modellato le sue forme di strumentalizzazione politica. Ha finalmente innalzato il calcio al rango di spettacolo totale, nel quale spettatori e giocatori compongono un teatro in cui il posizionamento delle telecamere e le scelte del regista fissano i ruoli”.

Il calcio è stato infatti anche una grande sponda per la politica, molto prima di Berlusconi: “Per alcuni, come Achille Lauro, l’armatore napoletano, l’investimento nel calcio rivestiva anche un senso politico. Presidente del Napoli dal 1936 al 1940, Lauro riprese la carica nello stesso momento in cui accedeva alla testa del Comune di Napoli. Uno dei suoi primi atti consistette nell’acquisire l’attaccante svedese Hasse Jeppson, comprato dall’Atalanta di Bergamo per più di 105 milioni di lire. “Un grande Napoli per una grande Napoli”, era lo slogan lanciato da Lauro”. Oggi toccherebbe forse ai (sempre più ricchi e potenti) procuratori dei calciatori impegnarsi in politica, anche solo per capire quanto seguito popolare possano avere le loro gesta…

Ad maiora

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Paul Dietschy

Storia del calcio

paginauno

Palestrina 2016

Traduzione di Sabrina Campolongo

Pagg. 554

Euro 22

 

Il cuore del potere di Raffaele Fiengo

La storia del Corriere della sera raccontata da Raffaele Fiengo

Premetto subito che recensire un libro di Raffaele Fiengo significa per me darci di vanga sui ricordi del passato. E annuncio subito che non potrò essere obiettivo perché Raffaele è stato uno dei miei maestri. Tanto che una piccola barchetta in legno fatat a mano che mi regalò qualche secolo fa, è appoggiata sulla tomba di mio padre.

Chiarito tutto ciò il libro Il cuore del potere è una lettura davvero istruttiva per i tanti che fanno presto a dimenticare quel che è accaduto in questo paese pochi anni fa. Proprio nei giorni in cui si riaffaccia alla ribalta Berlusconi è interessante tornare infatti a rileggere le storie dell’assalto piduista al Corriere della sera.

Già perché è proprio intorno alla vita del Corriere che si incentra il libro di Raffaele Fiengo. Uno che al Corriere ha dedicato tutta la sua vita. È stato per anni sindacalista in redazione e quando l’ho conosciuto io curava la Terza Pagina (e dei fantastici inserti dedicati a Scuola e Università coi quali iniziò la mia – breve – stagione al giornale di Via Solferino).

Il volume è da un lato un’interessante storia del giornalismo italico (Raffaele insegna da anni Linguaggio giornalistico all’Università di Padova). Dall’altra uno spaccato delle lotte sindacali nelle redazioni. È dalle battaglie per difendere la libertà di stampa al Corriere che nasce quella norma (poi adottata nel Contratto giornalistico) che prevede che le redazioni diano un parere (pur non vincolante) alle nomine dei direttori (che devono presentare un piano editoriale, sul quale si esprime – con voto segreto- il corpo redazionale). È qualcosa che non accade in alcuna altra categoria professionale.

Fiengo in quegli anni (parliamo del 1973) fece anche di più, creando con altri colleghi una Società dei redattori che acquistò alcune azioni del Corriere per potere intervenire nelle assemblee dei soci. Alcune delle conquiste sindacali ottenute allora sono ancora in vigore in Via Solferino.

Le parti più emozionanti del libro sono sicuramente quelle della stagione della direzione di Piero Ottone. Nella quale compaiono tanti contributi di Pier Paolo Pasolini. Il più famoso di tutti (Io so) rimase 40 giorni chiuso in un cassetto, finché non fu trovato un testo da contrapporgli (Io credo, di Giuseppe Prezzolini, testo non passato peraltro alla storia).

Le parti più terribili quelle della direzione Franco Di Bella con l’influenza piduista sulle scelte editoriali. Impressionanti le pagine dedicate al ruolo dei militari durante il terremoto dell’Irpinia. L’elemento che fa riflettere, è che – come ripete più volte Raffaele Fiengo nel libro – nessuno si accorse dell’inquinamento sotterraneo che stava inficiando l’autorevolezza del Corriere. Autorevolezza che non ebbe mai L’Occhio di Maurizio Costanzo di cui viene pubblicata la prima pagina (durante il sequestro brigatista del giudice D’Urso) nel quale – prima dell’intervento di un coraggioso redattore – si invocava lo stato di guerra per sconfiggere il terrorismo. Nel volume Fiengo ripubblica anche la paginata del Corriere nel 21 maggio 1981 nella quale vengono elencati  – uno attaccato all’altro – i 963 nomi degli iscritti alla Loggia P2. Un modo per dare la notizia ma renderla illeggibile.  Non a caso il direttore che gestì la fuoriuscita dalla palude piduista – il grandissimo Alberto Cavallari – decise di affidarsi alle cronache delle agenzie di stampa per raccontare quel che stava accadendo. Così spiega Fiengo: “Per decisione del nuovo direttore, e con il consenso dell’organismo rappresentativo dei giornalisti, questo lavoro quotidiano fu svolto dall’Ansa, in quanto la si riteneva più libera, non condizionata, rispetto allo stesso Corriere della Sera“. Detto così sembra una cosa normale, ma sapendo quanto sia forte l’orgoglio di chi scrive in Via Solferino quella è stata sicuramente una scelta difficile, fatta in tempi in cui è stata davvero a rischio la vita del quotidiano.

Nel libro Fiengo racconta anche delle dimissioni nel 2003 di Ferruccio De Bortoli, arrivate dopo mesi di pressioni politiche. Non a caso, una frase di commiato dell’ex direttore compare sulla quarta di copertina del Cuore del potere: “Il Corriere è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo paese… La libertà di informazione è vista con insofferenza crescente”. Considerazioni valide anche qualche lustro dopo.

Insomma, un saggio che è un po’ una biografia, ma che permette di scoprire e non dimenticare quel che ha rappresentato (e tuttora rappresenta) il Corriere della sera per il nostro paese.

Ad maiora

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Raffaele Fiengo

Il Cuore del potere

Chiarelettere

Pagg. 393

Euro 19

 

 

Sully di Clint Eastwod con Tom Hanks

Sully, per me è un no

È vero che Clint Eastwood è stato uno dei pochi vip (non russi) a fare endorsement per la sciagura elettorale – vincente – di Donald Trump, ma parecchi dei suoi film sono stati spettacolari. Di qui la scelta di andare a vedere Sully (proiettato in una sala milanese come l’Anteo che, di solito, fa scelte oculate).

Beh, avremmo potuto risparmiare soldi e freddo. 

La trama è nota: è la storia dell’aereo in avaria ammarato nell’Hudson, di fronte a New York. La freddezza del pilota (ben interpretato da un Tom Hanks sempre più dedito a film catastrofisti) e del suo assistente ha salvato la vita a tutti i 155 passeggeri (e personale di bordo).

Questa vicenda resta sullo sfondo visto che la trama si sviluppa sul simil-processo che Sully subisce per aver scelto l’ammaraggio anziché un atterraggio di emergenza in aeroporto.

La ciccia sta tutta lì: l’eroe americano contro la burocrazia. Con contorno l’efficienza a stelle e strisce per recuperare tutti i superstiti in soli 24 minuti.

La scena dell’aereo in difficoltà dura 200 secondi e nel corso del film viene mandata in onda più e più volte. Ben fatta, ma inconsistente per reggere questa storia (lunga comunque un’ora e trentasei minuti).

La parte più bella è forse quella che si vede durante i titoli di coda quando compaiono il vero protagonista e i veri superstiti. Ma anche in questo caso scene già viste (da Schindler’s List in poi).

Per lo storytelling trumpiano servirà altro.

Ad maiora