John Fante e Cole Porter

Tornai al bungalow, mi tolsi i pantaloncini e mi gettai sotto una doccia fredda. Mi asciugai, mi vestii, chiusi la porta del cottage e uscii. Dall’altro lato della strada, alcuni bagnanti stavano scendendo lungo il ripido viottolo della scogliera. Traversai la strada e salii per il viottolo. Arrivai in Ocean Avenue, alla fermata dei tram. Presi il tram in partenza e tornai in albergo.

Mentre giravo la chiave nella toppa, sentii la radio suonare dall’altra parte del corridoio. La canzone era Begin the Beguine.

Entrai in camera, mi tolsi i vestiti e mi infilai l’accappatoio. Ormai era quasi buio, buio, solitario ed erotico. Uscii, attraversai il corridoio e bussai alla sua porta. La radio si spende e lei disse: – Avanti.

Aprii la porta.

Era stesa a letto con una sottoveste rosa, stava ancora leggendo Nana. La sua espressione si fece corrucciata.

  • Che vuoi?
  • Scopiamo, – dissi.

John Fante, Sogni di Bunker Hill, 1982.

I libri

I libri sono capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai.

Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.

Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finché un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di loro, e anche se magari l’hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno.

Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai.

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli, Milano, 2003.

Carl Maria von Weber e Alexandre Dumas

Insomma, si riconosceva, in quella ragazza, la vergine che un nonnulla aveva fatto diventare cortigiana, e la cortigiana che un nonnulla avrebbe fatto diventare la vergine più amorosa e più pura. C’erano, in Marguerite, fierezza e indipendenza: due sentimenti i quali, offesi, hanno la forza di fare quello che fa il pudore. Io non riuscivo più a parlare: sembrava che la mia anima fosse tutta nel mio cuore, e il mio cuore tutto nei miei occhi.

«Così», riprese improvvisamente, «eravate voi a chiedere notizie quando ero ammalata?». «Sì». «Ma è una cosa bellissima! Che posso fare, per ringraziarvi?» «Permettetemi di venirvi a trovare ogni tanto.» «Quando volete: dalle cinque alle sei e dalle undici a mezzanotte. Gaston, suonatemi l’Invito al valzer.» «Perché?» «Prima di tutto per farmi piacere, e poi perché non riesco a suonarlo.» «Cos’è che trovate difficile?» «La terza parte: il passaggio in diesis»

Gaston si alzò, si sedette al piano, e cominciò a suonare quella meravigliosa melodia di Weber, il cui spartito era aperto sul leggio. Marguerite, con una mano appoggiata al piano, guardava lo spartito, seguiva con gli occhi ogni nota che accompagnava piano piano con la voce, e quando Gaston arrivò al passaggio che gli aveva indicato, canticchiò, facendo scorrere le dita sulla sommità del pianoforte: «Re, mi, re, do, re, fa, mi, re:  ecco quello che non riesco a fare. Ricominciate».

Gaston ricominciò, pii Marguerite gli disse: «Ora fatemi riprovare».  Si mise al suo posto, e suonò, ma le sue dita ribelli si sbagliavano sempre sulle stesse note. «È assurdo», disse, con accento infantile, «che non mi riesca suonare questo passaggio! Non ci crederete, ma qualche volta ci provo fino alle due del mattino! E quando penso che quell’imbecille del conte lo suona senza spartito, e magnificamente, divento furiosa contro di lui.»

E ricominciò, sempre con gli stessi risultati. «Al diavolo Weber, la musica e i pianoforti!», esclamò, scaraventando lo spartito da un capo all’altro della stanza. «È mai possibile che non riesca a fare otto diesis di seguito?».

Alexandre Dumas, La signora delle camelie

Il cuore del potere di Raffaele Fiengo

La storia del Corriere della sera raccontata da Raffaele Fiengo

Premetto subito che recensire un libro di Raffaele Fiengo significa per me darci di vanga sui ricordi del passato. E annuncio subito che non potrò essere obiettivo perché Raffaele è stato uno dei miei maestri. Tanto che una piccola barchetta in legno fatat a mano che mi regalò qualche secolo fa, è appoggiata sulla tomba di mio padre.

Chiarito tutto ciò il libro Il cuore del potere è una lettura davvero istruttiva per i tanti che fanno presto a dimenticare quel che è accaduto in questo paese pochi anni fa. Proprio nei giorni in cui si riaffaccia alla ribalta Berlusconi è interessante tornare infatti a rileggere le storie dell’assalto piduista al Corriere della sera.

Già perché è proprio intorno alla vita del Corriere che si incentra il libro di Raffaele Fiengo. Uno che al Corriere ha dedicato tutta la sua vita. È stato per anni sindacalista in redazione e quando l’ho conosciuto io curava la Terza Pagina (e dei fantastici inserti dedicati a Scuola e Università coi quali iniziò la mia – breve – stagione al giornale di Via Solferino).

Il volume è da un lato un’interessante storia del giornalismo italico (Raffaele insegna da anni Linguaggio giornalistico all’Università di Padova). Dall’altra uno spaccato delle lotte sindacali nelle redazioni. È dalle battaglie per difendere la libertà di stampa al Corriere che nasce quella norma (poi adottata nel Contratto giornalistico) che prevede che le redazioni diano un parere (pur non vincolante) alle nomine dei direttori (che devono presentare un piano editoriale, sul quale si esprime – con voto segreto- il corpo redazionale). È qualcosa che non accade in alcuna altra categoria professionale.

Fiengo in quegli anni (parliamo del 1973) fece anche di più, creando con altri colleghi una Società dei redattori che acquistò alcune azioni del Corriere per potere intervenire nelle assemblee dei soci. Alcune delle conquiste sindacali ottenute allora sono ancora in vigore in Via Solferino.

Le parti più emozionanti del libro sono sicuramente quelle della stagione della direzione di Piero Ottone. Nella quale compaiono tanti contributi di Pier Paolo Pasolini. Il più famoso di tutti (Io so) rimase 40 giorni chiuso in un cassetto, finché non fu trovato un testo da contrapporgli (Io credo, di Giuseppe Prezzolini, testo non passato peraltro alla storia).

Le parti più terribili quelle della direzione Franco Di Bella con l’influenza piduista sulle scelte editoriali. Impressionanti le pagine dedicate al ruolo dei militari durante il terremoto dell’Irpinia. L’elemento che fa riflettere, è che – come ripete più volte Raffaele Fiengo nel libro – nessuno si accorse dell’inquinamento sotterraneo che stava inficiando l’autorevolezza del Corriere. Autorevolezza che non ebbe mai L’Occhio di Maurizio Costanzo di cui viene pubblicata la prima pagina (durante il sequestro brigatista del giudice D’Urso) nel quale – prima dell’intervento di un coraggioso redattore – si invocava lo stato di guerra per sconfiggere il terrorismo. Nel volume Fiengo ripubblica anche la paginata del Corriere nel 21 maggio 1981 nella quale vengono elencati  – uno attaccato all’altro – i 963 nomi degli iscritti alla Loggia P2. Un modo per dare la notizia ma renderla illeggibile.  Non a caso il direttore che gestì la fuoriuscita dalla palude piduista – il grandissimo Alberto Cavallari – decise di affidarsi alle cronache delle agenzie di stampa per raccontare quel che stava accadendo. Così spiega Fiengo: “Per decisione del nuovo direttore, e con il consenso dell’organismo rappresentativo dei giornalisti, questo lavoro quotidiano fu svolto dall’Ansa, in quanto la si riteneva più libera, non condizionata, rispetto allo stesso Corriere della Sera“. Detto così sembra una cosa normale, ma sapendo quanto sia forte l’orgoglio di chi scrive in Via Solferino quella è stata sicuramente una scelta difficile, fatta in tempi in cui è stata davvero a rischio la vita del quotidiano.

Nel libro Fiengo racconta anche delle dimissioni nel 2003 di Ferruccio De Bortoli, arrivate dopo mesi di pressioni politiche. Non a caso, una frase di commiato dell’ex direttore compare sulla quarta di copertina del Cuore del potere: “Il Corriere è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo paese… La libertà di informazione è vista con insofferenza crescente”. Considerazioni valide anche qualche lustro dopo.

Insomma, un saggio che è un po’ una biografia, ma che permette di scoprire e non dimenticare quel che ha rappresentato (e tuttora rappresenta) il Corriere della sera per il nostro paese.

Ad maiora

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Raffaele Fiengo

Il Cuore del potere

Chiarelettere

Pagg. 393

Euro 19

 

 

Sully di Clint Eastwod con Tom Hanks

Sully, per me è un no

È vero che Clint Eastwood è stato uno dei pochi vip (non russi) a fare endorsement per la sciagura elettorale – vincente – di Donald Trump, ma parecchi dei suoi film sono stati spettacolari. Di qui la scelta di andare a vedere Sully (proiettato in una sala milanese come l’Anteo che, di solito, fa scelte oculate).

Beh, avremmo potuto risparmiare soldi e freddo. 

La trama è nota: è la storia dell’aereo in avaria ammarato nell’Hudson, di fronte a New York. La freddezza del pilota (ben interpretato da un Tom Hanks sempre più dedito a film catastrofisti) e del suo assistente ha salvato la vita a tutti i 155 passeggeri (e personale di bordo).

Questa vicenda resta sullo sfondo visto che la trama si sviluppa sul simil-processo che Sully subisce per aver scelto l’ammaraggio anziché un atterraggio di emergenza in aeroporto.

La ciccia sta tutta lì: l’eroe americano contro la burocrazia. Con contorno l’efficienza a stelle e strisce per recuperare tutti i superstiti in soli 24 minuti.

La scena dell’aereo in difficoltà dura 200 secondi e nel corso del film viene mandata in onda più e più volte. Ben fatta, ma inconsistente per reggere questa storia (lunga comunque un’ora e trentasei minuti).

La parte più bella è forse quella che si vede durante i titoli di coda quando compaiono il vero protagonista e i veri superstiti. Ma anche in questo caso scene già viste (da Schindler’s List in poi).

Per lo storytelling trumpiano servirà altro.

Ad maiora

Uomo principale

Mail con tentativo di phishing di oggi. Vera donna per mani forti di uomo principale (non unico) della sua vita…

 

Ad maiora

 

SALUTE…… Voglio parlare un po di me. Il mio nome Lyudmila. La mia eta di 35 anni. Sono di Ucraina. Sono una ragazza giovane e allegro, mi piace tutto cio che mi circonda, e cerco di vivere in uno stato d’animo positivo. Io amo i film, la musica e lo sport. Mi piace trascorrere del tempo con gli amici, questo e quando mi sento bene. Deva dire che ho tanti interessi nella mia vita. Io devono essere completamente felici di trovare un uomo che puo essere l’uomo principale della mia vita. Credo che siamo in grado di raggiungere la completa felicita solo con qualcuno che ami. Mi piacerebbe vedere il mio uomo era intelligente, gentile, educato e premuroso. Sono molta tranquilla e credo che con lo stesso uomo posso essere felice ogni giorno. Ho bisogno di un tipo affettuoso e attento uomo nella mia vita. Voglio essere una vera donna in sue mani forti. Inoltre ho bisogno di un uomo che mi sosterra. Se avete bisogno di passione donna e vuole avere la vita brillante con sentimenti caldi e le emozioni positive io vi aspetta! bacio. Ho intenzione di aspettare per voi lettera nel mio indirizzo e-mail…………..

Piazza Gobetti a Milano

Strade europee e americane

In questi giorni mi è tornato alla mente questo bel pezzo del libro di Steiner sul futuro (se futuro ci sarà) della vecchia Europa. Che non ha gli strumenti per capire gli UsaE mi è tornato alla mente dopo che i miei (lontani) parenti americani mi chiedevano come avessi accolto il voto a Trump. Al mio tono disgustato, hanno replicato dicendo che avrebbero chiesto anche la cittadinanza italiana. E d’altronde seguendo il filo di questa analisi di Steiner sono gli stessi parenti che più volte mi hanno chiesto informazioni sulla famiglia Riscassi nel piacentino (dove abbiamo antiche radici).

Buona lettura.

Ad maiora 

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Le strade, le piazze dove camminano gli uomini, le donne, i bambini europei hanno preso il nome da statisti, generali, poeti, artisti, compositori, scienziati e filosofi. Nella mia infanzia parigina ho imboccato, in un’infinità di occasioni, Rue Lafontaine, Place Victor Hugo, il Pont Henri IV, Rue Théophile Gauthier. Le strade che circondano la Sorbonne hanno preso il nome dai grandi maestri della scolastica medievale. Celebrano Descartes e Auguste Comte. Se Racine ha la sua Rue, ce l’hanno anche Corneille, Molière e Boileau. Lo stesso accade nei paesi di lingua tedesca: basti pensare alle miriade di Goetheplätze e Schillerstrassen, o alle piazze che prendono il nome di Beethoven o Mozart. Lo scolaro europeo, e tutti quelli che vivono nelle grandi città, abitano quelle che sono – alla lettera – delle camere di risonanza di grandi imprese storiche e intellettuali, artistiche e scientifiche. Molto spesso il cartello stradale non porta solo un nome, illustre o meno noto, ma anche le date principali e qualche altra indicazione. Città come Parigi, Milano, Firenze, Francoforte, Weimar, Vienna, Praga e San Pietroburgo sono cronache viventi. Leggere i nomi delle strade significa sfogliare il nostro passato prossimo. Questa pietas non si è estinta. Place Saint-Germain è diventata Place Sartre-Beauvoir. Di recente Francoforte ha battezzato una Adornoplatz. A Londra uno sperpero di placche blu segnala non solo le case in cui si pensa che abbiano vissuto scrittori, artisti o scienziati del Medioevo, del Rinascimento o dell’Età vittoriana, ma anche edifici associati a Bloomsbury e ai moderni. 

È una differenza enorme e va sottolineata. Negli Stati Uniti i memoranda di questo genere sono rari. Vie e strade si chiamano all’infinito “Pino”, “Acero”, “Quercia” o “Salice”. I viali hanno diritto al tramonto: “Sunset Boulevard”. L’arteria principale di Boston è Beacon Street, la via del faro. E persino queste sono concessioni all’umano. Le Streets e le Avenues in America sono semplicemente numerate; nei casi migliori come a Washington hanno anche un orientamento visto che il numero è seguito da un North o un West. Le automobili non hanno tempo di meditare su una Rue Nerval o su un Largo Copernico.

La sovranità del ricordo, questa auto-definizione dell’Europa come lieu de la mémoire, come luogo della memoria, ha però un suo lato oscuro. Le targhe affisse su tante case europee non parlano solo dell’eminenza artistica, letteraria, filosofica o politica. Commemorano anche secoli di massacri e sofferenze, di odio e di sacrifici umani. In una città francese la lapide che celebra Lamartine, il più idilliaco dei poeti, fronteggia un’iscrizione, dall’altro lato della strada, che ricorda le torture e il sacrificio di alcuni membri della resistenza nel 1944. L’Europa è il luogo in cui io giardino di Goethe quasi confina con Buchenwald, in cui la casa di Corneille sulla piazza del mercato dove Giovanna d’Arco venne orribilmente messa a morte. Troviamo ovunque memoriali dell’omicidio individuale o collettivo. Da questo censimento marmoreo, sembra che il numero dei morti superi quello dei vivi. (…)

Certo, il problema è ancora più profondo. In Europa anche i bambini si piegano sotto il peso del passato, così come si piegano sotto il fardello di zaini scolastici troppo pesanti. Quante volte, passeggiando in Rue Descartes o attraversando il Ponte Vecchio, o passando davanti alla casa di Rembrandt ad Amsterdam, sono stato travolto da una sensazione addirittura fisica, dalla domanda: “Ma a che serve? Che cosa può aggiungere chiunque di noi alle immensità del passato europeo?”. Quando Paul Celan si è gettato nella Senna per suicidarsi, ha scelto il punto esatto cantato dalla grande ballata di Apollinaire, e questo punto si trova sotto la finestra della stanza in cui Marina Cvetaeva ha passato l’ultima notte prima di tornare alla desolazione di alla morte in Unione Sovietica. Un europeo colto si trova intrappolato nella ragnatela di un in memoria luminoso e insieme soffocante.

L’America del Nord rifiuta proprio questa rete. La sua ideologia è quella dell’alba e del futuro. Quando Henry Ford ha dichiarato: “La storia è una sciocchezza”, lanciava la parola d’ordine dell’amnesia creativa, inneggiando a quel potere di dimenticare che è necessario all’inseguimento pragmatico dell’utopia. Gli edifici più moderni hanno un fattore di obsolescenza che si aggira intorno ai quarant’anni. La guerra del Vietnam ha quasi gettato sugli Stati Uniti un’ombra da Vecchio Mondo e l’11 settembre ha instillato un tremore, un memento mori, nella psiche americana. Ma si tratta di circostanze eccezionali e quasi certamente transitorie. Le memorie più incisive della sensibilità e della lingua americane sono quella della promessa: è il contratto degli sconfinamenti orizzontali che hanno innescato la marcia verso il West e, nel prossimo futuro, ispireranno il viaggio dell’intero pianeta verso un nuovo Eden. (…)

Gli uomini e le donne del Nuovo Mondo sono più fedeli al detto di Gesù: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.

George Steiner, Una certa idea di Europa, Garzanti, 2006.

Ernesto Pellegrini, Una vita, un'impresa

Le imprese di Ernesto Pellegrini

È una vera e propria autobiografia che ripercorre 76 anni di vita e e i 51 dell’azienda che porta il suo nome (anzi, il suo cognome). Sto parlando di Ernesto Pellegrini e del libro “Una vita, un’impresa” che viene presentato questa mattina a Milano.
L’elemento interessante (lo sottolinea anche Ferruccio De Bortoli nella bella introduzione) è che non è un libro scritto da un giornalista e firmato da Pellegrini. Ma è proprio una sua produzione. Cosa rara.
Un grande volume (330 pagine di grandi dimensioni) che contiene tantissime foto e nel quale Pellegrini non nasconde nulla della sua vita: né la sua iscrizione al Partito Monarchico (c’è pure la foto della tessera) né le tensioni con suo fratello per la gestione dell’azienda che l’Ernesto ha inventato dal nulla.
La parte sull’Inter è quella finale, ma su quella si è già letto è scritto tanto e quindi non riserva grandi novità (anche se ribadisce lo stile di una persona davvero d’altri tempi). Salvo il sottotitolo che spiega come grazie alla squadra nerazzurra Pellegrini abbia “trovato il senso vero della fede“.
La prima parte è quella sulla nascita della catena di mense e rivela le capacità imprenditoriali di un uomo figlio di ortolani che ha costruito un vero e proprio impero della ristorazione. Senza mai dimenticarsi delle sue origini. E quindi aprendo un ristorante (Ruben, nome di una persona morta di freddo cui Pellegrini era particolarmente legato) con pasti a un euro per chi vuole uscire a mangiare con la sua famiglia ma non ha i soldi per farlo. L’ultimo capitolo del libro è dedicato alla fede, alla religione cattolica cui Pellegrini è particolarmente devoto (con ripetuti viaggi a Lourdes).
Pellegrini è insomma figlio di quella Lombardia contadina e produttiva (e bianca) che ha coronato il suo sogno di presiedere la squadra del cuore e di fare del bene. La foto finale – di lui con Thohir – ricorda , plasticamente, come i tempi siano davvero cambiati. E non in meglio.
Ad maiora

Anna Politkovskaja lapide a Milano

Sabato 15 a Milano ricordiamo Anna Politkovskaja

Per non dimenticare Anna Politkovskaja

Sono passati dieci anni dall’assassinio della giornalista russa, ammazzata con quattro colpi di pistola nell’ascensore di casa. Per la sua morte sono stati condannati gli esecutori materiali. Non però i mandanti, che forse non sono stati nemmeno cercati.
Anna Politkovskaja aveva raccontato la guerra in Cecenia, un “brutto affare” che non doveva essere svelato al mondo. L’ha raccontata con ostinazione, mentre molti suoi colleghi volgevano lo sguardo altrove, fino ad essere uccisa. Non è stata l’ultimo reporter ammazzato purtroppo, ma in questi anni è diventata il simbolo del giornalismo indipendente. E coraggioso.
Per questo vogliamo continuare a tenere accesi i riflettori su questa vicenda, perché non venga dimenticata. Per questo continuiamo a chiedere giustizia. E per questo Articolo21 e l’associazione Annaviva invitano tutti a partecipare al presidio organizzato sabato 15 ottobre alle ore 11 ai Giardini Politkovskaja di Milano (corso Como, angolo Garibaldi).
L’attrice Ottavia Piccolo farà rivivere con noi alcune delle parole più significative di Anna Politkovskaja.

“Chi non ha visto con i suoi occhi un attentato non ne parli, perché non ne sa niente. Chi pensa che il sangue a terra sia rosso non ne parli, perché non sa che è marrone, quasi nero. Chi pensa che un cadavere faccia impressione, non parli, perché non sa di chi striscia a terra vivo coi suoi pezzi…”
[Anna Politkovskaja]
Con noi interverranno:
Anna Del Freo, Segretaria generale FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana)
Gabriele Dossena, Presidente Ordine Giornalisti Lombardia
Paolo Perrucchini, Presidente Associazione Lombarda Giornalisti
Danilo De Biasio, Direttore Festival dei Diritti Umani
Andrea Riscassi, Portavoce di Articolo21 Milano e AnnaViva

Stefania Battistini leggerà l’appello delle giornaliste turche di Hayatin Sesi TV, oggetto della repressione del governo della Turchia

Vi aspettiamo

Il Poetto di Cagliari visto da Marina Piccola

Bei posti dove correre: il Poetto di Cagliari

Complici due partite sarde nel week end, grazie all’indicazione di amici che vivono sia qui che (a malincuore) a Milano, questa mattina sono andato ad allenarmi al Poetto di Cagliari. È il lungomare a pochi chilometri dal centro cittadino ed è un posto davvero bello.

Si corre su un percorso di circa quattro chilometri tra la Marina Piccola e l’Ospedale Marino. Fino a quel punto la strada è divisa tra una corsia per le auto (soprattuto autobus), due per le bici, una per il Running è il resto per chi passeggia.

Corre al Poetto di Cagliari

Io ci sono andato sul presto, ma già quando stavo per finire l’allenamento la pista si stava riempiendo. I ciclisti correttissimi rispettavano i loro spazi. I pedoni (vestiti di tutto punto, con scarpe costose e materiale tecnico) passeggiavano invece sulla pista dove si dovrebbe correre. Ma lo zig-zag alla fine fa parte dell’allenamento…

Non mi stupisce comunque che con un posto così bello a Cagliari il running sia di gran moda (ieri sera ho incrociato i milleduecento che correvano la Cagliari Urban Trail per le vie del centro storico). Anche perché qui la bella stagione non finisce – per fortuna dei sardi – quando se ne vanno i turisti.

Correre sul lungomare è davvero bellissimo. Peccato che, lungo il percorso, il panorama sia spesso difficile da vedere, nascosto spesso da enormi stabilimenti balneari, molti dei quali gestiti dalle varie Forze dell’ordine.

Finita la pista del Poetto (dove sono indicate, ogni cento metri, anche le distanze, per potere fa le ripetute) si continua a correre lungo la spiaggia di Quartu Sant’Elena. Non è più una pista segnalata, ma è comunque una zona vietata ad auto e moto. Fantastico.

Come fantastico è fermarsi a scattare qualche foto del panorama. Che a Milano mi mancherà non poco.

ad maiora

Poetto di Cagliari