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Un mondo senza ebrei, l’immaginario nazista dalla persecuzione al genocidio

Alla vigilia della mia partenza per Cracovia (sperando di poter tornare anche a visitare Auschwitz e Birkenau) ho finito di leggere “Un mondo senza ebrei” di Alon Confino. Non è facile rimanere sorpresi,u dopo averne letti tanti, da libri che parlino di Shoah. Questo saggio del professore di Storia alla Ben-Gurion ci è riuscito. Il volume offre una sua particolare teoria dell’accanimento dei nazisti (anche mentre stavano perdendo il conflitto, da loro scatenato) contro gli ebrei e la Torah. Confino analizza e offre una sua teoria del perché la Germania nazista cercò di eliminare gli ebrei dall’Europa, per creare appunto un mondo senza ebrei. La domanda da cui parte il docente è questa: «Come mai i nazisti presero di mira gli ebrei quale unica categoria sistematicamente perseguitata del continente, come una sorta di nemico interno e assoluto, laddove altre vittime di genocidio del medesimo periodo, come per esempio i malati di mente o certi gruppi sociali, non furono considerate minaccia esistenziale che imponevano la deportazione ad Auschwitz anche da Atene o da Roma? (…) Perché i nazisti consideravano sterminio degli ebrei così urgente e così decisivo per la loro sopravvivenza?».
Un quesito affatto peregrino visto che spesso in questi anni si è rinchiusa tutta l’azione nazista in una follia senza senso. Un senso, purtroppo, invece l’aveva: «La volontà di raggiungere, durante il terzo Reich, l’obiettivo di una Germania degiudaizzata». Il tutto ovviamente approfittando della amplissima zona grigia, dei tedeschi che se non appoggiarono, non si opposero allo sterminio: «Alcuni avallavano l’idea, altri erano contrari, altri ancora si mostravano indifferenti, ma ciò fu e rimase un obiettivo del Terzo Reich sin dall’inizio». Un tema questo della connivenza generale che Confino riprende in più punti del saggio: «Molti tedeschi non gradirono le violenze della Kristallnacht, ma tuttavia le accettarono e non fecero nulla per fermarle».
La violenza infatti non fu solo dettata dall’alto, ma spesso realizzata dal basso, anche senza specifici ordini: «I casi di animalesca, istintiva violenza la luce del giorno contro vittime ebrei divennero un fatto comune negli anni successivi all’avvento del nazismo. Ricorrenti erano le aggressioni tra vicini, in cui gli assalitori conoscevano le proprie vittime. La semplice presenza di ebrei stimolava sputi e percosse. I nazisti tagliavano la barba agli ebrei ortodossi e li rapavano a zero. E, organizzavano sommosse davanti alle aziende di proprietà israelita; scopo di tutte queste iniziative era umiliare gli ebrei sotto gli occhi di tutti. Sarebbe un errore liquidare tali violenze come le manifestazioni incontrollate di una plebaglia rozza indisciplinata, come gli effetti di direttive dall’alto. Anche se gli orientamenti generali potevano dirsi frutto di pressioni esercitate dal regime, i margini per la scelta e l’iniziativa individuale erano assai ampi, le violenze erano anche frutto di sentimenti popolari ed erano perpetrate da tedeschi di ogni estrazione. Nel terzo Reich nessuno fu mai punito per aver dato prova di brutalità nei confronti di un suo vicino».
Alla domanda del perché si cercò di eliminare gli ebrei dalla faccia della terra, Confino risponde così: «Per i nazisti gli ebrei erano ipostasi del tempo quale simbolo di una nefasta origine storica che andava estirpata per consentire l’avvento della civiltà nazista. I nazisti scelsero come loro principale nemico un antico popolo della lunga storia e con un ruolo fondamentale nella società cristiana, europea e tedesca, nonché fonte primigenia di una plurisecolare tradizione di simboli morali, religiosi e storici di segno positivo e negativo. Gli ebrei si attestavano l’origine della Bibbia, del cristianesimo e per molti in Germania in Europa, i frutti ideologici dell’età moderna come liberalismo, comunismo e capitalismo. Perseguitando e sterminando gli ebrei, I nazisti puntavano eliminare i lacci di un’antica tradizione e del suo sistema morale, aprendosi così la possibilità di affrancare la propria immaginazione e di aprire nuovi orizzonti emotivi, storici e morali che consentissero loro di immaginare e di creare il proprio impero di morte».
Un impero di morte che aveva bisogno di una vittima sacrificale. Di qui il demenziale accanimento contro tutto ciò che afferisse all’ebraismo: «I rotoli furono afferrati portati via, srotolati, calpestati con i piedi, con le ruote della bicicletta, legato alla schiena degli ebrei, gettati nei fiumi, strappati e bruciati. La distruzione faceva appello a tutti i cinque sensi contemporaneamente. Era un gesto tattile di contatto palpabile, pieno della sensualità e dell’eccitazione che procura la distruzione di oggetti pericolosi: pericolosi in quanto, bruciando la torah, veniva riconosciuta la potenza dell’oggetto, così come incendiare 1400 sinagoghe implicava il riconoscimento della potenza del giudaismo. I tedeschi non distrusse la Bibbia timorosamente, di nascosto, ma in un’eccitante performance teatrale con tanto di attore di spettatori, sia che applaudissero, urlassero, restassero in silenzio. Bruciando la Bibbia in pubblico, i nazisti resero tutti complici di questo atto di profanazione, in tal senso anche la Kristallnacht si accostava rituali carnevaleschi di umiliazione pubblica degli anni precedenti. Bruciare la Bibbia costituiva una solenne ostentazione di superiorità sugli ebrei, così potente, brutale oltraggiosa che era come se i nazisti stessero dicendo non solo ai giudei, ma a tutti gli abitanti di Europa, che adesso erano loro il popolo eletto. L’atto di distruzione costituiva anche un atto di appropriazione dell’autorità della Bibbia ebraica: è un modo di venire a capo di una sorta di peccato originale delle origini, vale a dire l’ebraicità delle radici del cristianesimo e dunque anche di quello tedesco. Nelle loro azioni i nazisti stavano comunicando che la nuova razza padrona aveva preso il posto dell’antico popolo eletto».
Per fortuna il popolo eletto è rimasto quello ebraico. E una riflessione interessante è quella – con cui chiudiamo – sul ruolo attrattivo è centrale svolto dai libri – Bibbia e Torah ma non solo – anche nei confronti di coloro che organizzarono falò di piazza dei volumi non graditi al nuovo regime. Oltre a ciò, Confino sottolinea come il tentativo di musealizzare la storia degli ebrei, preparandosi per un futuro senza loro, salvò involontariamente tanti volumi: «Di qui l’alto valore da essi riconosciuta la forza di libri, nel bene e nel male. Fino al punto di vietarne tout court il possesso agli ebrei. Il 18 febbraio 1942 l’ufficio del’ERR di Kaunas annunciò la messa al bando dei libri entro i confini del ghetto. Nell’arco di 10 giorni, ordinò un rappresentante dell’ufficio di nome Benker, qualunque volume doveva essere consegnato alle autorità. Chiunque, dopo quella data, fosse stato trovato in possesso di libri sarebbe stato passato per le armi. Essendo a conoscenza della ricca biblioteca conservata nel ghetto, Benker ordinò al locale consiglio ebraico di apporvi i sigilli per impedire che i volumi di pregio della collezione andassero perduti. Il 28 febbraio gli ebrei consegnarono decine di migliaia di volumi ai nazisti; altre migliaia furono nascosti o sepolti da qualche parte. I nazisti inviarono quelli più pregiati all’Istituto di Francoforte e spedirono il resto al macero. Non per questo, naturalmente, gli ebrei smisero di leggere: continuarono a farlo di nascosto, passandosi libri l’un l’altro in segreto. Ma i nazisti trasformarlo effettivamente i ghetti in una società priva di libri. Ciò calzava perfettamente con la loro concezione degli ebrei e la politica antisemita: questo popolo senza tempo, la cui vita nel febbraio 1942 presentava un’imminente data di scadenza, non sapeva che farsene dei libri, di quell’arte di raccontare che ci rende umani, ci fa sognare e colloca le nostre esperienze in una narrazione. Ma le storie godono di vita propria, e neppure i nazisti potevano essere padroni della loro. Essi non previdero un’involontaria conseguenza della loro sistematica opera di saccheggio su scala continentale. L’Istituto di Francoforte conservò le enormi quantità di materiali in vari depositi della città e dei paesi vicini, di fatto salvandolo dalla distruzione dell’infuriare della guerra. Negli ultimi mesi del 1943, quando i bombardamenti alleati sulle città tedesche minacciarono la collezione, gran parte di essa fu trasferita nel castello di Hungen, un luogo isolato una cinquantina di chilometri da Francoforte. Fu così che molti tesori ebraici scamparmi al conflitto».
Ad maiora

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Alon Confino
Un mondo senza ebrei
Mondadori, Milano 2017
Pagg. 334, euro 22

 

Un mondo senza ebrei