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"Dopo l'ultimo testimone" di David Bidussa

La copertina del libro di BidussaRipubblico la recensione del libro di David Bidussa “Dopo l’ultimo testimone” che con Annaviva presentammo il 17 giugno 2009 alla libreria popolare di via Tadino 18 a Milano.

Ad maiora

Ci sono libri che mi fulminano appena li leggo, che mi spingono a prendere nota di alcune frasi già dopo le prime pagine. È il caso di questo libro davvero bello e stimolante di David Bidussa che Annaviva presenta il 17 giugno alla libreria popolare di via Tadino a Milano. “Dopo l’ultimo testimone” parla di un tema su cui Annaviva si è battuta in questo ultimo anno. La memoria. Centrando l’attenzione sulla shoah, sullo sterminio degli ebrei pianificato dai criminali nazisti (con il supporto degli idioti fascisti e il silenzio – vergognoso – di tanti italiani Ma parlando di come è stato ed è gestita la memoria della soluzione finale si finisce per parlare di come raccontare la storia. Di come passare la “staffetta dello coscienza del mondo” di cui parla Furio Colombo.
Bidussa spiega innanzitutto una cosa apparente semplice, su cui invece nessuno ha riflettuto in questi anni. “Il Giorno della memoria – il 27 gennaio – non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza abbiamo già la data del 2 novembre nel nostro calendario civico e non c’è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è il giorno della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti”. È proprio così. Ma non so quanti di noi, anche di noi italiani, capiamo a chi si rivolge quella commemorazione. E infatti David Bidussa, in uno stile, che per mia deformazione culturale, a me ricorda un po’ Gobetti e un po’ la Politkovskaja, parla proprio di come noi abbiamo affrontato l’apertura dei campi di concentramento e il ritorno dei sopravvissuti.
“Il silenzio di noi italiani dopo il 1938 forse è il segno dell’indifferenza, ma esprime soprattutto l’attaccamento alle cose piccole, al proprio cosmo casalingo, la difesa del proprio quotidiano. Non è l’ostilità preconcetta per l’altro, ma un fenomeno più sottile, certo non meno sintomatico: la scelta per la medietà, per un quieto vivere privo di passioni e perciò disilluso, perché costruito sull’insignificanza del dolore altrui. Quando periodicamente la realtà, in forma brutale, torna a farsi sentire, e a imporre confronti con il malessere umano non a distanze infinite, ma alle porte di casa, spesso di quella accanto, il silenzio come l’indifferenza è una risorsa che ritorna in campo com possibile via di salvezza per non lasciarsi trasformare o interrogare dalle sgradevolezze del presente e da un’autoanalisi sulle proprie responsabilità”. Fare i conti con il proprio passato è uno dei cardini di questo libro. Che infatti sottolinea, come la lezione della shoah, sia rimasta lettera morta, visto quel che è successo in Africa e nei Balcani (e ci permettiamo di aggiungere, anche in Cecenia): “Quando a metà degli anni ’90, lo sterminio ha preso di nuovo a riempire la nostra quotidianità (dal Rwanda al Darfur, alle varie piazze della ex Jugoslavia), il discorso sulla “zona grigia” è diventato meno lontano e più inquietante. Lì si trattava di nuovo di fare i conti con il tema dell’indifferenza. Questa volta noi c’eravamo. Anche per questo scavare sulla “zona grigia” non è più un’ ‘ipotesi di scuola’”. Sono purtroppo scuole che quasi nessun politico italiano (con lodevoli eccezioni che vanno da Gianfranco Fini a Lele Fiano) sembra frequentare.
Poi Bidussa si è soffermato su come viene gestita dalla popolazione e dagli storici la memoria. Come sottolinea Lucien Febvre, “l’uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce sempre”. Perché, come invece sottolinea lo scrittore toscano, “se la memoria è elaborata nel presente e si propone per il futuro significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria”.
Bidussa, si ispira a Primo Levi e alle sue riflessioni su cosa accadrà quando anche l’ultimo testimone della shoah non ci sarà più (le stesse preoccupazioni su cui si è basato il recente film “Fratelli d’Italia?”). E sottolinea innanzitutto l’atteggiamento un po’ peloso che molti intellettuali italiani (dai giornalisti in su) hanno avuto nei confronti di quanti sono tornati dai campi di sterminio. “La questione del genocidio ebraico inaugura il diritto di parola per una figura cui si era richiesto di barattare l’integrazione sociale con il silenzio, la non visibilità. In fondo, l’emancipazione giuridica e sociale era proprio questo: l’ingresso in società, la fuoriuscita dalla precedente condizione, al prezzo della propria assimilazione. Il sopravvissuto al genocidio acquista il diritto di parola sulla base di una ricontrattata specificità della condizione ebraica che la esalta solo apparentemente. L’unicità di quello stermino non si coniuga con la dimensione della sua universalità e dunque lascia spazi alla percezione lenta di un evento che è talmente santificato da diventare “estratto” dalla storia e, allo stesso tempo, ridotto a fenomeno specifico perché isolato e ‘non comparabile’”. Questa santificazione è stata comunque successiva a un lungo periodo di silenzio, rotto soltanto da alcuni film che hanno aperto una breccia nell’opinione pubblica e nella memoria collettiva: “La memoria del sopravvissuto a lungo è rimasta un non detto. Quando si è rimessa in moto ha avuto però il problema essenziale di ricostruire non tanto la vicenda propria quanto quella collettiva. In altre parole: di riproporre quel terreno di sciabilità che costituisce il vuoto prodotto dal genocidio. (…) Prevale una ricostruzione che “non turba il sonno”, che consola ed esalta e che consente di salvarsi. Il passato diventa un racconto docile non tanto perché fondato sull’oblio, ma piuttosto sull’indifferenza e l’irrilevanza. Oppure sulla retorica che dice ‘mai più’”.
Poi, in pura chiave filosofica, Bidussa distingue il ruolo dei sopravvissuti da quello degli storici. I primi sono fondamentali per capire quel che è successo e chi scrive della shoah non può prescindere da loro. Ma secondo lo scrittore, è compito dello storico tramandare quel che è successo. “La memoria dei sopravvissuti – sottolinea infatti Bidussa – è dunque un territorio narrativo e riflessivo indispensabile allo storico che voglia comprendere, descrivere e “ricostruire” un contesto. Ma non è la ricostruzione di quel contesto”. Infatti, a suo giudizio, “la memoria è il risultato di come si fanno i conti col passato ed è destinata proprio per questa sua origine a modificarsi nel tempo. Non solo perché si arricchisce di nuovi dati precedentemente non considerati o non emersi, ma perché essa rappresenta, come ha osservato lo storico Leonardo Paggi, “una costruzione essenzialmente politica destinata a cambiare con i mutamente delle identità individuali e di gruppo”.
Ma, e in questo passaggio è la chiave davvero innovativa e coraggiosa di questo bellissimo testo, “oggi si tratta di capire che memoria del genocidio ebraico e memoria collettiva non coincidono, ma soprattutto che è centrale non una battaglia per la definitiva e incontestabile riaffermazione della memoria, ma per la sua persistenza e cittadinanza entro una cornice che non veda solo gli ebrei, e più in generale i “sopravvissuti”, essere i primi e talvolta i soli a riaffermarla. La memoria del genocidio ebraico è una questione di democrazia e come tale ha in sé un valore prescrittivo e descrittivo. Prescrittivamente è metafora riflessiva sui totalitarismi, sulle possibilità dell’uomo, sul suo essere spaventosamente senza limiti e senza freni. E ha valore descrittivo perché contiene una dimensione dinamica”.
Nell’opinione di Bidussa, “la memoria è un assoluto mentre la storia non conosce che il relativo”. Elemento teorico che non possiamo che sottoscrivere. Ci permettiamo solo di dubitare sull’efficacia del ruolo degli storici sul breve periodo. Gli storici si basano sui documenti. E i documenti nei regimi sono più falsi del racconti dei testimoni. Sui gulag si comincia ad esempio a fare luce solo ora, dopo che per decenni è stato solo grazie al racconto dei sopravvissuti che si è creata una memoria e una coscienza collettiva. Anche sulle stragi nel Caucaso dovremo aspettare decenni prima che l’apertura degli archivi putiniani ci restituiscano la verità sui conflitti che hanno insanguinato la Cecenia. Fino ad allora, ci saranno solo i parenti delle vittime o i pochi che hanno disertato (finendo a volte imbottiti di Polonio radioattivo perché non parlassero più). O sulla strage di Srebrenica, vera vergogna degli ultimi anni, della quale gli storici ci racconteranno la verità chissà quando. Perché per evitare che le cose si ripetano, dobbiamo porre la “zona grigia” (e la politica la rappresenta ormai alla grande) di fronte alle proprie responsabilità oggi, non fra decenni.

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DAVID BIDUSSA

DOPO L’ULTIMO TESTIMONE

EINAUDI, TORINO, 2009

EURO: 10

Stasera iniziativa di #Annaviva per la libertà in #Russia

Annaviva pro Pussy RiotQuesta sera a partire dalle 20 all’Ostello Bello di Milano (via Medici 4) parteciperò a questa iniziativa di Annaviva.

Ad maiora.

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AnnaViva – associazione che promuove la libertà di stampa e la tutela dei diritti umani nell’Est Europa – presenterà al pubblico una documentazione fotografica e testuale sugli arresti successivi alla grande manifestazione Moscovita del 6 Maggio 2012, convocata dalle opposizioni dopo le elezioni presidenziali.

La colonna sonora di questo appuntamento sarà affidata a DJ Dago di Elita dalle ore 21 alle 23.

Sarà possibile in tale occasione acquistare una copia del nuovo libro “Una preghiera punk per la libertà” che raccoglie le lettere dal carcere, poesie, canzoni, dichiarazioni al processo del gruppo punk PUSSY RIOT che ha scosso il mondo.

A #Milano presidio di #Annaviva per le #PussyRiot

Presidio di Annaviva in una fredda serata milanese per dire basta all’accanimento putiniano contro le Pussy Riot.
Proprio nel giorno in cui una delle due ragazze poteva essere scarcerata (per curare il figlio) si sono svolti sit-in in tutto il mondo (anche in Russia, ovviamente).
Milano con Annaviva (presenti anche alcuni attivisti di Amnesty International) ha voluto esprimere la propria indignazione per la condanna a due anni di carcere. E per la decisione contraria emessa dai giudici oggi.
In piazza molte meno persone di agosto, quando ci fu la sentenza.
Ma l’importante è esserci.
Ad maiora

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#FreePussyRiot domani mobilitazione mondiale. Con presidio a #Milano

Free Pussy Riot a MilanoMentre Depardieu paga il suo obolo da schiavo del regime putiniano attaccando l’opposizione russa e le Pussy Riot ( http://www.vanityfair.com/online/oscars/2013/01/gerard-depardieu-pussy-riot-russia-putin-guinara-karimova-music-video ) domani, 16 gennaio, sarà una giornata importante per il futuro giudiziario delle due ragazze condannate a due anni di carcere per 45 secondi di concerto in chiesa.

Verrà infatti deciso se Maria, madre di una bimba, possa essere scarcerata: http://lepersoneeladignita.corriere.it/2013/01/15/pussy-riot-domani-si-decide-su-una-seconda-scarcerazione/

Proprio per fare pressioni sulla giustizia russa (affatto indipendente dal potere politico) è stata lanciata una giornata di mobilitazione internazionale con manifestazioni in 13 città del mondo: http://freepussyriot.org/

Tra queste città c’è Milano dove domani, alle 17, Annaviva ha organizzato un presidio in via Dante sotto la bandiera russa per l’Expo: http://annaviva.org/2013/01/10/annaviva-per-le-pussy-riot/

Vi aspettiamo!

Ad maiora

Le cinquanta sfumature di grigio delle #PussyRiot

Maria Alekhina in prigioneLa carriera di un sorvegliante del carcere e, soprattutto, nel lager si fa sulla pelle dei detenuti.

Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma

E spero stiano facendo carriera gli aguzzini che un giorno sì e l’altro pure sanzionano le Pussy Riot in carcere. Una delle due, in isolamento perché minacciata, è stata punita per non aver sentito la sveglia: http://www.ilmondo.it/esteri/2012-12-21/russia-nuova-sanzione-pussy-riot-carcere-si-sveglia-tardi_165433.shtml

Maria Alekhina aveva d’altronde scritto una lettera aperta qualche giorno fa, ma dicendo che questa non è vita:  http://pubblicogiornale.it/mondo/pussy-riot-carcere-lettera/

Le cinquanta sfumature di grigio delle prigioni russe sono tutt’altro che eccitanti. Scrive Maria: “Tutto è grigio qui intorno. Anche se è di un altro colore, contiene un elemento grigio. Tutto: gli edifici, il cibo, il cielo, le parole”.

Annaviva ricorderà le Pussy Riot con una manifestazione a Milano nel pomeriggio del 16 gennaio e una serata all’Ostello Bello la sera del 17.

Ad maiora

Vittoria! Ivan Kostin è tornato in Israele

Si conclude positivamente la campagna lanciata da Annaviva qualche mese fa per opporsi all’estradizione in Russia dell’imprenditore Ivan Kostin.
A fine maggio i giudici di Milano avevano ritenuto non sufficiente la documentazione trasmessa dalla Procura russa. Ivan aveva quindi potuto lasciare gli arresti domiciliari.
Qui il post di allora:
http://andreariscassi.wordpress.com/2012/06/03/annaviva-esulta-ivan-kostin-e-libero-non-sara-estradato-in-russia/
Ora la notizia che aspettavamo da giorni.
Kostin è in salvo: è tornato in Israele, dove vivono moglie e figli.
Grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato!

Ad maiora

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Annaviva esulta: Ivan Kostin è libero! Non sarà estradato in Russia

Annaviva ne era certa: non sussistevano motivi per estradare Ivan Kostin in Russia. L’imprenditore, accusato in madrepatria di approvazione indebita, era sicuramente uno dei numerosissimi cittadini russi finito nei guai solo perché inviso a qualche potentato locale.

Lo avevamo sostenuto a più riprese.

Intervistando Kostin a Roma, dove – dopo qualche mese a San Vittore – era agli arresti domiciliari, in attesa dell’estradizione:

http://youtu.be/jInHMNzgNLI

Invitando la moglie e il giornalista Grigori Pasko a Milano il giorno della prima udienza di estradizione:

http://youtu.be/M0j-HPTiT9E

Già a marzo i giudici avevano chiedo un supplemento di informazioni alle autorità russe, non giudicando sufficienti le carte trasmesse da Mosca: difficile per chiunque credere che Ivan avesse portato via, dall’azienda fondata dal padre, centinaia di litri di cognac invecchiato per sostituirlo con quello giovane e lucrare (milioni di rubli) grazie a questa operazione, senza che nessuno se ne accorgesse.

Per Annaviva valeva lo stesso discorso, più in piccolo, che riguarda il prigioniero politico Mikhail Khodorkovskij: si contestano reati fiscali per nascondere motivi molto più abbietti.

Ora è arrivata la sentenza della Corte d’appello di Milano, chiamata a decidere sull’estradizione dato che Kostin, del tutto ignaro del mandato di cattura, era stato arrestato proprio a Milano, dove era venuto a seguire una fiera del vino; proveniva da Israele dove abitava da anni con moglie e figli e dove nessuna autorità aveva mai pensato di arrestarlo per rispedirlo in madre patria.

La Corte ha appena rigettato l’istanza di estradizione!

Kostin è ora libero anche se non potrà lasciare il paese prima di 15 giorni.

I giudici milanesi hanno negato che dietro la persecuzione giudiziaria ci fossero motivi politici. Certo, Ivan non è un “prigioniero politico”, ma bisognerebbe capire il contesto in cui nascono queste accuse, questi processi.

Un terzo delle persone in carcere in Russia ci finiscono per reati “economici”. E sono per lo più imprenditori e affaristi.

Comunque, la Corte d’appello milanese, pur non valutando la sussistenza di ragioni politiche, ha valutato insufficienti le prove prodotte per estradare Ivan in Russia. 

Ora ci auguriamo che questi 15 giorni passimo in un soffio e che Ivam possa subito tornare in Israele ad abbracciare moglie e figli.

Così eviterà quel destino che Grigori Pasko (amico giornalista finito nelle celle del regime putiniano) prevede per i suoi connazionali nel bellissimo “Come sopravvivere alle prigioni in Russia” (Bollati Boringhieri, 2010): «Gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci».

Un libro che consiglio a tutti i giudici che valuteranno i prossimi casi di estradizione verso la Russia di Putin.

Ad maiora.