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25 cose che mi sono piaciute dell’Australia

Dopo la vacanza a Sydney e nel Queensland (l'itinerario, con l'aggiunta del Northern Territory lo trovate qui), l'Australia si pone in testa alla mia personale classifica dei paesi che ha visitato (ad oggi 53). E il merito non è tanto della meravigliosa natura che circonda e si trova su questa gigantesca isola (come la foto di apertura, scattata alla Withsunday Island).
No, ciò che mi ha lasciato sbalordito sono tante piccole cose capaci di migliorare la vita di chi ci abita (e di chi ci passa, magari, solo pochi giorni, come abbiamo fatto noi).
Non ne faccio un discorso politico e quindi è inutile che mi si ricordi (come successo su Twitter) le terribili discriminazioni verso gli aborigeni (popolazione che tuttora domanda un ruolo codificato nella costituzione australiana e che ha conquistato il diritto di voto solo 50 anni fa). O le campagne elettorali basate sul principio, vagamente xenofobo, di Putting Australia First.
Quelle le lascio ai grandi scienziati della politica. Io mi occupo di piccole cose che potrebbero migliorare la vita pure alle nostre latitudini. Pensieri positivi insomma, come diceva il buon professor Furia.
E dunque partiamo con l'elenco. Proprio dal basso.

1. Bagni pubblici


Ecco, se c'è una cosa che mi ha davvero fatto pensare è l'infinità di cessi a disposizione del pubblico. Tutti puliti, con carta igienica e sapone e spesso anche l'asciugatrice per le mani. Li trovate al limitare dei parchi, lungo le strade, intorno alle piscine pubbliche, ai capolinea di treni e bus, vicino ai posti per le grigliate (ne parlo dopo), dove partono i sentieri per le camminate. Insomma, ovunque. E non sono quei cessi chimici che puzzano a distanza di cento metri e che ti fanno venire i conati di vomito quando entrate. No, no. Sono bagni con tutti i crismi. Come quelli dei nostri autogrill, ma più nuovi, più puliti. E raggiungibili senza prendere il biglietto al casello… Non abbiamo mai dovuto, in sostanza, entrare in un bar e bere un caffè per potere fare la pipì, o pagare per entrare in un bagno automatico (è claustrofobico). Insomma, un piccolo segno di grande civiltà.

2. Zone Barbecue


La cucina australiana non è particolarmente rinomata (guardate MasterChef Australia e ve ne renderete conto anche voi). Nel paese si trovano per questo per lo più ristoranti etnici, con una particolare abbondanza di locali asiatici, anche per la vicinanza geografica a quel continente. I locali tipicamente australiani sembrano quelli americani, basati su carne e sandwich (o al più a Fish & Cips). Ma gli australiani hanno sopratutto un modo per gustarsi il momento del pranzo (nei giorni non lavorativi) o di cena: il barbecue. E per poter condividere con gli amici questa possibilità non occorre che abbiate una casa con giardino (o terrazzo): in ogni parco australiano trovate sempre aree con barbecue e posti per sedersi (come quella che vedete nella foto qui sopra, scattata a Kangaroo Point, Brisbane). E tutti questi barbecue sono ovviamente gratuiti. E puliti visto che ci li utilizza poi si impegna a lavarli a fondo. A naso, è una tradizione che gli australiani hanno ereditato dagli aborigeni. Ma, qualunque sia la genesi, è una cosa bella è socializzante. Ah, in queste aree a volte è vietato l'alcol, anche per evitare quelle risse che a volte si accendono, nei parchi italiani, intorno ai barbecue.

3. Natura imperante


Questo non è solo merito degli australiani. O meglio, hanno un sistema di vita che consente a molte altre specie animali di condividere lo stesso territorio. Incontrerete tanti animalistrani in Australia. Strani e liberi. Canguri e casuari lungo le strade. Echidna sotto l'albergo. Opossum nei parchi (vengono a mangiare la frutta, se gliela portate), goanna nelle spiagge, dingo e koala (ma noi non li abbiamo visti in libertà). Balene e delfini in mare. Sterne e tantissime altre specie di uccelli che qui vivono o solo passano per qualche settimana (senza finire nel mirino dei bracconieri). Io ho scelto, tra le tante, la foto di una bellissima rana verde che una sera è venuta a farci compagnia in terrazzo. Meraviglia.

4. Giardini botanici


Questo punto (quarto, ma questa non è una classifica, solo un elenco di punti, spesso causale), questo quarto punto dicevo, è invece merito degli australiani e del loro modo di concepire il territorio nel quale vivono. Nella maggior parte delle città australiane trovate dei GiardiniBotanici. Enormi, curati, gratuiti. Solo in quello (reale) di Sydney chiedono una registrazione – gratuita – all'ingresso. In questi fazzoletti verdi potete passeggiare, leggere un libro e osservare i numerosi animali, per lo più volatili, ma non solo che vi abitano. In quello della cittadina di Hervey Bay (nella quale è stata scattata la foto di sopra) c'era una zona asiatica e un'altra umida, con tanto di stagno per le piante acquatiche. In questi Giardini trovate alberi secolari, con tanto di cartellino che spiega nome e origine.

5. Sono tutti gentili e sorridenti


Altro punto a favore delle vacanze (o di un trasferimento quaggiù) è il carattere degli australiani. Sarà la vicinanza all'Asia, ma qui la cortesia è davvero diffusa. Quando entrate in un negozio ci chiedono "come state?" e non lo fanno tanto per dire. Se riproponete la stessa domanda, vi raccontano a volte fatti che riguardano la loro vita. È una popolazione giovane, frutto di tante immigrazioni. E quindi spesso vi chiederanno da dove venite. A volte troverete persone con lontane parentele italiane (come un ministro costretto a dimettersi dopo che la madre ha chiesto, a sua insaputa la cittadinanza italiana: che siamo capaci di offrire a chi aveva un trisavolo di qui e non a chi è nato in Italia…). Sono sorridenti e cordiali gli australiani. E si fidano del prossimo. In una delle nostre escursioni in barca, abbiamo chiacchierato un po' con una guidaventiduenne. Alla fine della giornata ci ha chiesto se avevamo impegni per la domenica successiva e alla nostra risposta negativa ci ha offerto di accompagnarci a te(lo stato australiano che si affaccia sulla Grande Barriera Corallina). Abbiamo accettato e domenica alle 9 in punto era sotto il nostro albergo e ci ha scarrozzato in giro tutto il giorno. Lo abbiamo, al ritorno, anche invitato fuori a cena e quindi abbiamo trascorso praticamente una intera giornata insieme. Ora fate mente locale e immaginate un qualunque ragazzo europeo che farebbe la stessa cosa con tre perfetti sconosciuti. A me, pur sforzandomi, non mi è venuto in mente nessuno.
Nella foto, a fare da testimonial per gli australiani sorridenti, tre ragazzi che vendono succhi di frutta naturali su un camper. Ad Airlie Beach.

6. Acqua gratis nei ristoranti


Sesta cosa che mi ha stupito positivamente è che, appena vi sedete in un ristorante (di qualunque livello) vi portano una brocca con l'acqua. Se, come me, non bevete alcolici, in Australia non dovrete pagare l'obolo a qualche multinazionale che ha infilato in una bottiglia dell'acqua facendo pagare una cifra ben superiore a quella che spende per comprare il diritto di sfruttamento (di un bene pubblico, peraltro). Insomma, anche questa cosa l'ho trovata molto civile e democratica. E non credo che sia un grande costo per i ristoratori.

7. Zone fumatori separate da quelle non fumatori, anche all'aperto


In Australia (come in altre nazioni asiatiche, mi viene in mente la Corea ) mi pare che abbiano preso sul serio l'obiettivo di ridurre il più possibile il fumo, attivo e soprattutto passivo. Le zone fumatori, anche all'aperto sono delimitate, e soprattutto distanti da quelle dove si mangia. Anche nei ristoranti dove si pranza e cena fuori dal locale, le zone fumatori e non fumatori sono distinte. E spesso se il ristorante ha poco spazio esterno, i fumatori devono allontanarsi di qualche metro per potersi avvelenare in santa pace. Anche quando fate escursioni in barca (che durano pure una giornata) non potrete fumare né sull'imbarcazione e spesso nemmeno sulle piccole isole (che spesso sono parchi naturali). Tenetene conto (se siete dediti al vizio.

8. Giocare a Trivial Pursuit in autostrada


Le strade australiane sono come quelle americane. Lunghissime e spesso dritte per centinaia di chilometri. Per evitare che la mente di chi guida l'auto cominci a viaggiare per conto proprio (con rischi di incidenti, magari proprio contro un canguro come quello della foto che accompagna questo ottavo punto) le autorità australiane hanno escogitato uno stratagemma. Ogni tot chilometri c'è una domanda di quelle che trovate sul Trivial Pursuit. Chessò: quale è stata la prima capitale del Queensland, o qual è (come si legge in questo cartello) il simbolo floreale dello stato? Mentre guidate, leggete il quesito, pensate a una possibile risposta e dopo qualche chilometro…eccola che compare su un altro cartello stradale! Costo dell'operazione zero al cubo. Ma tanto fosforo! Altro che i patetici annunci sulle nostre autostrade…

9. Piste ciclabili ovunque


Rimaniamo in tema mobilità, ma questa volta sostenibile. In Australia ci sono piste ciclabili ovunque. Di fianco a ogni grande arteria che unisce le città, lungo le strade di ogni cittadina, in ogni parco (con una chiara divisione dai pedoni, come da foto).
Qui evidentemente, quando costruiscono una strada, realizzano – sempre!- al suo fianco una ciclabile (da noi invece buttiamo soldi in autostrade inutili e mangia territorio). E che ciclabili potete trovate in Australia!!! Quella che vedete qui sotto aveva un asfalto che sembrava quello di Monza, dell'autodromo però.

Sempre a margine di questa vera a propria autostrada per le bici (siamo a Brisbane) comparivano cartelli stradali dedicati con le distanze chilometriche per raggiungere i comuni dell'hinterland.

In Australia, la campagna #salvaiciclisti la fa lo Stato, non chi pedala a proprio rischio e pericolo.

10. Allo stadio 50mila persone senza un poliziotto, uno steward


Nei giorni in cui eravamo a Brisbane si è disputata la partita di rugby (a 13) tra una rappresentativa del Queensland e una del Nuovo Galles del Sud. È una sfida, al meglio delle tre gare, che si chiama State of Origin, perché gli atleti che vi partecipano sono originari di uno dei due stati. Sono match sentitissimi, con biglietti esauriti da mesi e migliaia di persone con indosso le maglie granata del Queensland o blu di Sydney (la capitale del Galles del sud). Ebbene, lo vedete anche nella foto che campeggia sulla copertina di un giornale australiano, il tutto si è svolto non solo senza incidenti, ma anche senza nessuna divisa per calmare gli animali. Nemmeno nell'infinito dopo partita, quando i giocatori hanno fatto selfie con chiunque lo chiedesse. Terminato il match però si è tornati alla normalità. All'aeroporto di Brisbane il giorno dopo i giocatori sconfitti tornavano a Sydney su un volo di linea.

Nello scalo (li vedete seduti a destra) hanno mangiato nella Food Court senza che nessuno sia andato nemmeno a chiedere un autografo, uno scatto.

11. Aeroporti bellissimi e con zone bagagli aperte al pubblico


Rimaniamo in aeroporto anche per questa undicesima cosa che mi è piaciuta dell'Australia: gli scali. Sono spaziosi, luminosi, rilassanti e non ansiogeni. Ti fanno venire voglia di prendere un aereo e non la sensazione di preoccupazione che campeggia nei nostri. Una volta superati i controlli di sicurezza all'arrivo a Sydney, nei voli interni siete totalmente liberi. Anche di portarvi a bordo la bottiglietta d'acqua che avete comprato fuori dallo scalo.
Ma la cosa che mi ha lasciato più basito (e che mi ha fatto capire come ci si relaziona col prossimo in Australia) è che le zone per il ritiro bagagli sono aperte al pubblico. Andate a prendere vostro figlio, vostra madre, il vostro amore in aeroporto? Non dovete aspettarlo dietro una porta oscurata che ogni tanto vomita passeggeri. Lì potete andare direttamente ad attendere i bagagli con loro. D'altronde sono valigie già ampiamente controllate.

Fa riflettere che, evidentemente, non ci sono furbacchioni che arrivano in aeroporto a prendere valige non loro…

12. Camminare a piedi nudi


Quando ho raccontato al mio amico Nicola che in Australia tantissimi camminano per strada a piedi nudi, mi ha detto che andrebbe lì solo per fare lo stesso. In effetti, dopo qualche giorno che vedi persone che attraversano la strada senza scarpe o ciabatte ti viene la tentazione di provare. Tornare indietro, rinchiudere di nuovo i piedi risulterà poi difficile. Gli australiani girano scalzi o, al massimo, con le infradito. È il segno di un modo di affrontare la vita rilassata, all'insegna del "anche se sto andando a lavorare, qui è come essere in vacanza". Anche noi (Marta per prima), dopo qualche giorno di ambientamento, alla fine abbiamo camminato a piedi nudi. Esperienza che in Italia risulta impossibile. Nelle strade australiane non ci sono cicche di sigaretta, cartacce, bottiglie rotte e nemmeno cacche di cane.Né auto sui marciapiedi o sulle strisce pedonali o in seconda/terza fila. Ecco perché lì si può scegliere di far sentire ai piedi la nuda terra (o il nudo asfalto) e qui da noi proprio no. Ma proprio, proprio no.

13. Ospedale, vista mare


Salto di palo in frasca e come tredicesimo punto metto qualcosa che mi ha lasciato esterrefatto: a Cairns hanno costruito l'ospedale vista mare! Provo a spiegarmi meglio. In questa bella cittadina nel nord del Queensland si va per passare un periodo di vacanza. Il clima è mite tutto l'anno e di qui partono le escursioni per la Grande Barriera Corallina. Ci sono quindi in città decine di ristoranti (aperti fino a tardi…cioè almeno alle 21.30, perché spesso in Australia le cucine chiudono alle 20) e c'è una lunghissima Esplanade dove si affacciano gran parte degli alberghi i cui clienti, possono godersi la vista del Mar dei Coralli. Ebbene, tra un albergo e l'altro ecco spuntare l'ospedale pubblico di Cairns, un grosso edificio che si affaccia sulla spiaggia. Per di più davanti c'è un parco e quindi i malati (e parenti e amici) possono godere del panorama anche dalle loro stanze di sofferenza. Non so in quanti altri posti, il piano regolatore abbia previsto una cosa del genere. Bellissima.

14. Campi da Beach Volley gratuiti


In Australia ci sono molte occasioni per socializzare. La più semplice è forse quella di mettersi di fianco a uno dei campi dove si gioca a pallavolo e offrirsi di far parte di una delle due squadre. I campi sono bellissimi e illuminati a giorno almeno fino alle 22. È bello anche solo stare lì a guardarsi queste sfide infinite.

15. Skate Park ovunque

Discorso simile a quello dei campi per Beach Volley riguarda gli Skate Park. Aggregante sicuramente per i più giovani. Ne trovate ovunque in Australia (quella in foto è appena sopra la meravigliosa spiaggia di Bondi Beach, a Sydney). Ben tenuti e con percorsi che (visti da fuori) sembrano molto divertenti. Mi pare che in Australia ci sia una volontà di rendere offrire il più possibile spazi "sociali". Da noi, no. Tornato dall'Australia sono passato per la prima volta dietro Casa Milan (bel palazzo, luogo aggregante per i tifosi rossoneri) e ho scoperto una gigantesca spianata di cemento chiamata, surrealmente, piazza. Non un albero, non una panchina, figuriamoci uno Skate Park. Ed è una zona nuova (lo scatto è da una mia esterrefatta Instragram Story).

Ma è così difficile per gli urbanisti delle nostre parti immaginare spazi per i cittadini?

16. Palestre all'aperto


Resto nell'ambito dell'attività fisica gratuita per segnalare che ho visto più di una palestra all'aria aperta. Con attrezzi nuovi e con le indicazioni di come usarli correttamente (con codice da scannerizzare per scaricare i video con i programmi). Se non bastasse, a Cairns (cui si riferisce la foto di questo sedicesimo punto) ci sono corsi pubblici di utilizzo di questi attrezzi. Con orari e istruttori. Tutto, sempre ovviamente gratis. Sia per chi vive qui, sia per chi è solo di passaggio.

17. In surf, dopo il lavoro


Se non vi piace correre, andare in bici, giocare a pallavolo sulla spiaggia, andare in skate, fare palestra vista mare, magari finito di lavorare o di studiare potete imbracciare una tavola da surf e provare a cavalcare le onde! La foto qui sopra è scattata a Bondi Beach, meravigliosa spiaggia di Sydney. L'unico rischio: gli squali. Ma per questo, preparatevi al punto 18!

18. Gigantesche piscine pubbliche


Il mare che circonda l'Australia non è tra i più sicuri del mondo. Spesso vi troverete in spiaggia davanti a cartelli di questo tipo:

E oltre ai coccodrilli ci sono gli squali. E d'estate temibili meduse. E dunque cosa si sono inventate le autorità australiane? Gigantesche piscine pubbliche (qui chiamate Lagoon) dove fare il bagno in tutta sicurezza. Piscine con tanto di sabbia e bagnini. Ovviamente gratis! E pure con giochi d'acqua per i bimbi.

Anche a Bondi Beach, la spiaggia del surfer di Sydney, dove il mare è spesso mosso, trovate una bella piscina dove nuotare senza rischi. Meraviglia.

19. Niente tag, solo murales


In Australia non ho visto un solo tag su un muro. Me ne sono reso conto l'ultimo giorno di vacanza, mente stavo camminando per Sydney. Ho intravisto queste scritte per terra che mi hanno ricordato quelle che compaiono sui nostri muri.

E invece erano solamente dei segnali per lavori in corso… Ho osservato invece, in Australia, tanti, bellissimi murales. Spesso accompagnati dall'account Instragram di chi li ha disegnati. Come il murales che decora questo diciannovesimo punto. Fotografato a Sydney.

20. Serpenti, ma dolci


Questo è un punto che forse non tutti potranno apprezzare (ma so che gli australiani che vivono all'estero chiedono a chi nel loro paese di portargliene una confezione). Nei supermercati australiani potrete trovare delle caramelle (buonissime) fatte a (lungo) serpente. Sono di mille colori e potrebbe forse essere un modo australiano per esorcizzare la paura di questi animali che qui sono presenti e numerosi (e a volte letali).

21. Sorridete, siete inquadrati


Per fare capire l'approccio che hanno verso il prossimo gli australiani, basta questo cartello (il cui contenuto è visibile in ogni locale italiano). Vi avvisano che siete ripresi dalle telecamere di sorveglianza ma lo fanno ironizzando, invitandovi a sorridere verso la camera. 🙂

22. Fuori servizio


È lo stesso principio, di gentilezza e ironia insieme, che accompagna le scritte sugli autobus che vanno in deposito. Siscusano perché vi sfrecciano davanti senza fermarsi. È lo stesso messaggio che compare sui bus italiani, ma messo in positivo. E fa cambiare prospettiva alle cose.

23. Ho lavato le banconote coi jeans. Non è successo niente…


Perché i dollari australiani sono di plastica. O meglio, di propilene. Quindi si possono bagnare, e accartocciare, e tornano nella medesima forma (e valore) di prima. Segno di un paese che si è sviluppato quasi solo nelle zone costiere, sempre a contatto con l'acqua. Indicazione, una volta di più, di un luogo dove pensano a come risolvere i problemi pratici dei cittadini.

24. Fontanelle pubbliche (anche per i cani)


A proposito di venire incontro a chi abita qui, in Australia troverete a ogni angolo delle fontanelle pubbliche dell'acqua. Spesso sono di due livelli per favorire i bambini. O per dissetare i cani, come quella che vedete fotografata qui sopra. La vaschetta dove beve il cane si può svuotare con una semplice rotazione. Cosa c'è di più facile?

25. Ironia australiana


Chiudo questa carrellata
– confusa ma sincera – di cose che mi hanno colpito in Australia, con l'ironia, il buonumore. Qui tutti ridono e fanno battute. Che spesso trovate anche sui muri, anche fuori dai pub…

Con questo sorriso si chiude l'elenco delle cose che mi hanno positivamente colpito.
Spero che tutto ciò vi spinga a visitare l'Australia, se non l'avete ancora fatto. O, se ci siete stati, magari ad aggiornare le mie "cose belle" aggiungendovi delle vostre.

Ad maiora

Eserciti di carta. La vittima è l’informazione

Ecco un libro che ho inserito nell’elenco degli spunti che consiglio agli studenti che vogliano fare la tesi su tematiche televisive. Questo Eserciti di carta, come si fa informazione in Italia di Ferdinando Giugliano e John Lloyd (Feltrinelli) è un volume che analizza il ventennio berlusconiano ma visto principalmente sul fronte televisivo. Che è stato decisivo, come sapete.

Il volume analizza i rapporti tra il magnate di Sky e quello di Mediaset, con un interessante confronto: «Un’analogia fra Murdoch e Berlusconi è che tutti e due si sono, almeno inizialmente, messi contro l’establishment dei loro rispettivi paesi. Entrambi amano dunque dipingersi come degli outsider, degli iconoclasti, come delle forze destabilizzanti che cercano di rimuovere quel marcio che ha costretto i cittadini in un vicolo cieco fatto di inefficienze, letargo e ideologie obsolete. Tra i miti a cui né Berlusconi né Murdoch credono c’è quello della divisione dei poteri, uno dei capisaldi delle democrazie occidentali. A questo mito viene contrapposta una visione molto meno complessa della realtà, quella presente nelle televisioni e nei tabloid, dove qualsiasi questione può essere risolta immediatamente. (…) Per quanto profonde siano le somiglianze fra Murdoch e Berlusconi, va sottolineato che il magnate australiano non ha mai provato a scendere in politica in prima persona. E nonostante egli abbia influenzato per molti anni le scelte dei politici inglesi, il suo potere è oggi fortemente ridimensionato. (…) Più in generale, è legittimo sostenere che nessun leader di un paese democratico in Europa, Nord America, Giappone o Australia ha potuto beneficiare di una concentrazione di potere mediatico e politico simile a quella di cui ha potuto godere Silvio Berlusconi».

Il volume di Giugliano e Lloyd sottolinea come la negatività della figura di Berlusconi sia stato anche quello di aver costretto i giornalisti a schierarsi: o con lui o contro di lui. Con inevitabili (ed evidenti) conseguenze negative per la professione: «Il bipolarismo giornalistico è stato la logica conseguenza per un paese la cui storia politica è diventata, fondamentalmente, la storia di Berlusconi, narrata in decine di migliaia di ore di televisione che lo dipingono in maniera perlopiù positiva; in migliaia di articoli di giornale che me offrono un giudizio misto, a seconda di chi sia il proprietario della testata; e in centinaia di libri e saggi che sono per lo più critici nei confronti del Cavaliere. Nel corso del ventennio berlusconiano, le divisioni nel mondo del giornalismo si sono accentuate, con la destra prima, e la sinistra poi, che hanno preso posizioni intransigenti e iper aggressive l’una nei confronti dell’altra».

Gli autori descrivono dettagliatamente anche il ruolo di supplenza esercitato da Repubblica negli anni in cui la sinistra politica non è stata in grado di contrastare seriamente Berlusconi. Un ruolo più “politico” che giornalistico.

Sulla sponda opposta si è avuto Il Giornale di Feltri e il metodo Boffo. Ma anche e soprattutto, seppure con metodologie diverse, il settimanale berlusconiano Chi che si occupa di politica e lo fa «confondendo politica, costume e pettegolezzo, influenzando il lettore in maniera più subliminale e, pertanto, più efficace». Viene ricordata anche la puntata di Kalispera dedicata all‘intervista di Signorini a Ruby : «A essere premiata non è più la capacità di costruire inchieste attente alla verità e ai dettagli, ma quella di presentare in maniera verosimile storie anche false ma comunque utili nell’ambito dello scontro politico». Il finto ex fidanzato. E non solo.

C’è poi la vicenda del Tg1 a guida Minzolini (ora, giustamente, senatore berlusconiano) con i dati relativi allo squilibrio nei confronti di governo e maggioranza (che fu, fino alla secessione finiana, “bulgara”). E malgrado le difficoltà in atto, i due autori concludono sostenendo che il futuro del giornalismo italiano potrà passare dalla Rai. Speriamo che qualcuno a Palazzo Chigi se ne accorga.

Ad maiora

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Ferdinando Giugliano e John Lloyd

Eserciti di carta, come si fa informazione in Italia

Feltrinelli

Milano, 2013

Euro 18

Gli harraga, che partono ad ogni costo

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro

Il neo juventino Krasic: serbo di Mitrovica

La Juventus FC ha formalizzato oggi l’acquisto di Miloš Krasić. Lo pagherà, da qui al 2012, in tre rate da 5 milioni di euro. Un mutuo, oneroso, ma un mutuo, garantito da una fideiussione bancaria.

Krasić, nato nel 1984 in Jugoslavia, ha giocato anche per la nazionale under 21 di Serbia e Montenegro e ora è titolare della nazionale della Serbia. Il centrocampista (esploso col CSKA di Mosca) che è stato eletto miglior giocatore serbo del 2009, ai Mondiali sudafricani non ha brillato (sostituito nel disastroso Australia-Serbia 2-1, che ha portato all’eliminazione dei serbi) anche se con tre gol era stato decisivo nelle qualificazioni del suo Paese.

Già il suo Paese. Krasić è nato a Mitrovica, città che si trova nel nord del Kosovo. È divisa in due dal fiume Ibar e il ponte (presidiato da forze militari internazionali) è una sorta di spartiacque tra il Kosovo albanese e quello serbo, tra mondo islamico e cristiano.

A nord del fiume vivono 20mila serbi, a sud 80mila albanesi. Il ponte è un sorta di muro di divisione. Alexander Langer (che a Brescia in questi giorni, forse a causa del caldo, è stato bollato come terrorista) se ne sarebbe rammaricato.

Le più recenti tensioni a Mitrovica si sono registrate solo qualche settimana fa, con il parziale riconoscimento dell’indipendenza di Pristina: il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato legittima la secessione kosovara da Belgrado (partita nel 1999).
Mitrovica, o Kosovska Mitrovia o Titova Mitrovica come viene ancora chiamata, ha dato i natali anche a un altro calciatore serbo che ha giocato in Italia e che ora è tornato alla Stella Rossa di Belgrado: Nikola Lazetić.

Nel 2002 Lazetić era stato acquistato dal Como di Preziosi e girato subito al Chievo Verona (quell’anno i lariani scesero dalla A alla B per poi precipitare, grazie all’attuale patron del Genoa, fino alla C2 e al fallimento: ora sono in Lega Pro). Il serbo andrà poi alla Lazio, Siena, Genoa e Livorno, per concludere la sua esperienza italiana al Torino (contribuendo all’ultima promozione a Serie A, ma poi anche alla retrocessione). A scadenza di contratto, il ritorno a Belgrado.

Ma sempre di Mitrovica è un altro calciatore, che ha giocato in Italia e che invece è di etnia albanese: Valon Berhami.

La famiglia Berhami nel 1990 era emigrata in Canton Ticino, dopo che entrambi i genitori di Valon (allora aveva 5 anni) avevano perso il lavoro. Dal 1995 presentavano invano alle autorità elvetiche più richieste di asilo politico, per l’aggravarsi delle vicende degli slavi del sud. È però l’abilità sportiva di Valon a salvare la famiglia dal rimpatrio. La società sportiva Ligornetto lancia infatti una raccolta di firme per chiedere alla Confederazione di garantire asilo ai Behrami. Così sarà. Valon ripaga la fiducia (sportiva) accordatagli portando la Svizzera ai Mondiali del Sudafrica (suo il gol decisivo nella partita con la Turchia: sorta di nemesi, visto che questo Paese è l’erede politico di quell’Impero Ottomano che sconfiggendo i serbi e conquistando Mitrovica, la islamizzò).

Berhami, in Italia, ha giocato nel Genoa, nell’Hellas Verona e soprattutto nella Lazio: 44 presenze per i biancazzurri e quattro gol, uno dei quali decisivo nel derby 2008 (3-2 per la Lazio). Ora (dopo la deludente esperienza col West Ham – squadra della Premier di cui è dirigente Sir Gianfranco Zola, oggi sconfitta 1-3 dal Bolton – e dopo un bruttissimo infortunio lo scorso anno) potrebbe tornare proprio nella capitale, ma sulla sponda giallorossa.

A Mitrovica sud continueranno a essere orgogliosi di lui.

Come in quella nord, nei cui bar da due giorni a questa parte, si starà parlando di Krasić alla Juve. Lo stesso nei caffè belgradesi. Anche in Serbia la notizia domina infatti oggi tutti i siti online: http://sport.blic.rs/Fudbal/Evropski-fudbal/183404/Milos-Krasic-zvanicno-novi-clan-Juventusa

Magari è l’occasione per “dare un calcio” ai conflitti. Sperem.

Una mafia da esportazione

Un libro ricco di informazioni su come dall’Italia il virus della mafia (e soprattutto della ‘Ndrangheta) si sia diffuso in tutto il mondo. Un volume che risulta particolarmente interessante per le cartine (continente per continente) dove sono segnalate le famiglie mafiosi (o le ‘ndrine) che partendo a volte da piccole cittadine del Sud Italia sono andate a impiantare le loro nefaste colonie all’estero. È il libro di Francesco Forgione “Mafia Export”, edito da Baldini e Castoldi (Milano, 2009, 20 euro). Forgione, ex parlamentare di Rifondazione ed ex presidente della Commissione Antimafia ricostruisce il reticolo mondiale della criminalità organizzata.

Un sistema economico, anzi un cancro, molto redditizio se si pensa che secondo i dati della DIA, nell’industria mafiosa tra settori legali, illegali e sommersi, «è impiegato il 27% degli abitanti attivi in Calabria, il 12% di quelli della Campania e il 10% di quelli della Sicilia. Praticamente quasi il 10% della popolazione attiva nelle principali regioni del Mezzogiorno». ù

Ma il primato mafioso non è solo italiano, è uno dei made in Italy da esportazione di maggior successo: « Con un fatturato medio di circa 130 miliardi e un utile collocabile tra i 70 e gli 80 miliardi di euro, le mafie italiane rappresentano una delle principali holding economico-finanziarie criminali del pianeta». E le mafie italiane potenzialmente registrano un giro d’affari superiore al Pil di paesi europei come Slovenia, Estonia e Croazia.

Il tutto grazie soprattutto alla droga, la vera rendita quotidiana su cui le mafie fanno affidamento. E i contrasti delle forze dell’ordine fermano solo in minima parte il fiume (specie di coca). « Solo in Italia sono state sequestrate, nel 2008, 4 tonnellate di cocaina, ma a queste vanno aggiunte altre 10 tonnellate sequestrate all’estero ma dirette nel nostro Paese. Sulla base di queste cifre e considerando il rapporto del 10-15% tra cocaina sequestrata e quella immessa sul mercato, in Italia nel 2008, sarebbe stata commercializzata una quantità di cocaina oscillante tra le 100 e le 150 tonnellate. Tagliandola le tonnellate diventano 400-450. Quindi il mercato della sola cocaina nel nostro Paese produce un giro d’affari pari a 354 miliardi e 661 milioni di euro». Numeri da capogiro. E purtroppo, grazie all’incremento dei consumatori, non stoppati nemmeno dalla crisi: «Non esiste merce al mondo, né ciclo produttivo, in grado di creare un tale plus valore e un profitto di queste proporzioni pronto a disperdersi ed entrare in circolo nell’economia, nel mercato e nei circuiti finanziari legali».

Eppure malgrado questi dati terribili, in molte parti del mondo, sottolinea Forgione nel suo libro, le autorità hanno sottovalutato il fenomeno mafioso. Innanzitutto in Germania dove, prima della strage di Duisburg, pochi avevano percepito la pericolosità delle infiltrazioni mafiose nelle ricche aree della Germania settentrionale, a poca distanza dai confini dei Paesi Bassi e dai porti di Rotterdam e Amsterdam. Va detto che il contrasto, da quello come da altre parti, è reso difficile dall’assenza nei codici penali del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il libro sottolinea come la ‘Ndrangheta sia stata, tra le organizzazioni mafiose, la più veloce a modificare il proprio DNA e a diventare un vero attore nel mercato globale. E in grado di partecipare anche ai grandi appalti pubblici, come dimostrano le inchieste sul movimento terra anche in provincia di Milano. È stata ora inserita nella lista nera del Dipartimento del Tesoro Usa: quindi potrebbero scattare sequestro e congelamento beni per gli adepti.

Le cartine di Forgione si soffermano sulla Spagna, diventato in questi anni paese rifugio di moltissimi delinquenti di casa nostra: « Qui calabresi, siciliani e campani ci vivono bene. È un Paese mediterraneo in cui si sentono a casa e, come a casa, si sentono e sono tranquilli e sicuri a Madrid come a Barcellona, a Malaga come a Marbella o a Palma del Maiorca.  Non è un caso che negli ultimi 10 anni, più di un terzo dei 190 latitanti arrestati all’estero, tra i boss ricercati di tutte le organizzazioni criminali italiane, sia stato trovato proprio nel Paese iberico. Anche per questo i quotidiani spagnoli utilizzano metafore abbastanza implicite, hanno ribattezzato la bellissima Costa del Sol in Costa nostra o Cosca del Sol». E i segnali che da quelle parti le cose si stiano complicando lo dimostra la circolazione dei soldi europei: «Nel 2008 il governatore del Banco di Spagna ha segnalato come la movimentazione di carta moneta da 500 euro in Spagna sia assolutamente abnorme rispetto al contesto europeo: 110 milioni contro i 464 di tutta l’area Euro».

In “Mafia Export” ci sono molti riferimenti interessanti. Uno riguarda Marcello Dell’Utri (proprio oggi condannato in appello a 7 anni di cella per concorso esterno in associazione mafiosa) e i suoi rapporti con tale Aldo Micciché che deve scontare 20 anni di reclusione in Italia ma che vive libero a Caracas.

L’altro riguarda il Sud Africa, paese che in questi giorni ospita i Mondiali di calcio, ma che rispetto al passato, ha mantenuto antichi vizi. «Il Sud Africa ha cambiato il proprio sistema politico, avviato un profondo rinnovamento sociale con la fine dell’apartheid, ma continua ad assicurare – esattamente come il regime precedente – libertà d’azione e impunità a uno dei uomini chiave del sistema del riciclaggio internazionale di Cosa Nostra. È il siciliano Vito Roberto Palazzolo, condannato in Italia per traffico internazionale di stupefacenti e associazione mafiosa».

L’atlante geo-criminale limitato alle vicende che mi hanno incuriosito di più arriva fino all’Australia, dove sono coinvolti personaggi calabresi e un diplomatico (mandato proprio nel Bel Paese). Il caso è quello del calabrese Francesco Madafferi, con precedenti alle spalle e trasferitosi in Australia. Qui vive senza permesso di soggiorno e dopo qualche anno, per questo, viene arrestato. Dovrebbe essere espulso ma la comunità italiana di oppone.  Poi entra in gioco la politica: «La ministra, la liberale Amanda Eloisa Vanstone, nel 2005 annulla il decreto di espulsione per motivi umanitari (Madafferi ha oramai una famiglia australiana, NdR). La DDA protesta ricordando come Maddafferi per la legge italiana sia “soggetto delle misure di sorveglianza speciale applicate a persone molto pericolose per la società” ». Ma le cose non cambiano. Solo le cronache non si fermano: «Nel febbraio 2009, in Australia è comparsa la notizia che le autorità avrebbero riaperto l’indagine sui finanziamenti e le donazioni che il partito liberale avrebbe ricevuto da persone facoltose del mondo economico e imprenditoriale, riconducibili alla mafia calabrese. La notizia è stata occasione di nuove polemiche. Anche perché tra i nomi coinvolti nell’indagine, secondo alcune fonti giornalistiche australiane, compare quello di Antonio Madafferi, il fratello di Francesco. Nel frattempo la senatrice Vanstome, forse per essere tolta dal centro della polemica, è stata nominata ambasciatrice. Dal 2007 rappresenta il governo australiano in Italia».

Insomma come spiega Francesco Forgione, « la storia ci dice che mentre può e deve esistere una politica senza mafia, non possono esistere mafie senza il concorso e le collusioni della politica. È l’insegnamento che viene da un secolo e mezzo di storia d’Italia e vale per il mondo intero».

La speranza è che l’Italia che è stata patria del virus sia ora capace di produrre anticorpi. Uno di questi, lo ricorda Forgione, è FLARE, (Freedom Legality and Right in Europe), organizzazione nata da Libera. Il referente di FLARE per la Russia di nome fa Ilja Politkovskij. È il figlio di Anna Politkovskaja.