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Zapping mondiale: dal Quirinale al Salone del mobile

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Politica italiana su El Pais che parla di accordo per il Quirinale Berlusconi-Bersani.
Sul Corriere del Ticino si occupano ancora del permesso di dimora per sollecito nel cantone.
Le Figaro dedica invece spazio al Salone del mobile di Milano.
Lascio l’Italia.
Su Le Monde la repressione del regime putiniano nei confronti degli amici della Ong Golos.
Chiudo con Al Jazeera che parla della guerra civile siriana.

Zapping mondiale: Ruby fa il giro del mondo

ruby protestaOggi saranno felici quei giornalisti provinciali che dicono che una notizia ha fatto “il giro del mondo”..

Lo show di Ruby sui gradini del Tribunale di Milano (di gran moda in questo periodo) compaiono sul Corriere del Ticino , Al Jazeera, e sul Guardian. Salirà il nostro spread? La tedesca Faz parla della nostra politica spiegando: non si muove foglia che Berlusconi non voglia.

Per il resto a Madrid in mostra gli scatti del grande Kapuscinski. Lo riferisce El Pais.

Il Newcastle infine crea stanze per la preghiera per i giocatori musulmani. Lo racconta Al Arabiya.

Ad maiora

La mia Mosca, tra Anna e Piero

Sempre 1937Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.

Ad maiora

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Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che  abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.

Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.

Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.

La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna)  che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa.  E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili.  Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi)  comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa.  Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San  Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).

Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline  e comunicati stampa.

La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto  questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita).  Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931.  Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.

Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.

L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.

Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.

Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.

Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.

La copertina del Fascista libertario

Il fascista libertario: gli ossimori di Luciano Lanna

È un libro fatto di ossimori “Il fascista libertario” di Luciano Lanna che da un mese non è più direttore del Secolo d’Italia. Ha resistito solo poche settimane dalla cacciata di Flavia Perina e dalla normalizzazione del quotidiano che fu dell’Msi.

Il volume di Lanna (edito dalla Sperling & Kupfer) è interessante per capire su quali basi politiche si sia basato lo strappo di Fini e di Fli rispetto al partito del predellino. Ed è interessante anche e soprattutto per chi non ha mai frequentato gli ambienti di destra che, si scopre, hanno più aneliti libertari di quanto si possa pensare.

I riferimenti di Lanna (e dei finiani) sono anche figli della cultura pop, come i film di Alberto Sordi o la parabola di Clint Eastwood, passato nella sua lunga vita/carriera, da uomo forte dei film western a cittadino impegnato in battaglie per l’eutanasia, tanto da dichiarare: «Sono un libertario, amo l’indipendenza. Venero lo stato mentale di chi rimane indipendente, in politico e nella vita».

I paletti che Lanna pone a questo cammino sono chiari: «Dalla “rivoluzione conservatrice” al “socialismo liberale”, dal “fascismo di sinistra”, recentemente rivendicato anche dal filosofo Slavoj Zizek, alla tipologia dell’“anarchico di destra”, dal “modernismo cristiano” alla definizione che Togliatti dava del fascismo come “regime reazionario di massa”. E ancora del fenomeno degli indiani metropolitani alla teorizzazione del “cattolico comunista”, dalla formula che spesso ricorre sui media di “tradizione e modernità” alla sintesi berlingueriana di “partito di lotta e di governo”, dalla “sinistra reazionaria” che pasolinanamente qualcuno ha pure evocato sino all’espressione di “estremista moderato”, utilizzata per esempio per Mario Pannunzio, e alla stessa prospettiva di “destra sociale”».

Il tutto ovviamente in una prospettiva che non è fascista ma neanche antifascista. Per citare Ignazio Silone del 1945: «Dopo esserci liberati del fascismo, noi dobbiamo ora cercare di superare l’antifascismo». O meglio ancora, per rileggere Ennio Flaiano: «La nostra generazione l’ha presa in culo. I preti da una parte, i comunisti dall’altra».

Insomma un modo per rileggere la storia patria anche leggendo, con altre lenti, come le gesta dannunziane. Scrive infatti Lanna: «Tanto per dire, a Fiume era stato introdotto il divorzio, che nella legislazione italiana sarebbe arrivato solo nel 1970. le donne potevano votare ed erano considerate a tutti gli effetti al pari dei maschi». Ma anche le pagini più agghiaccianti del fascismo, bollate così dall’ex repubblichino Carlo Mazzantini: «Le leggi razziali promulgate dal fascismo furono una vergogna e una ottusa stupidità di eccesso di servilismo».

In questo contesto stupisce fino a un certo punto l’omaggio fatto da Mirko Tremaglia (ora in Fli), già ministro per gli Italiani nel mondo, per Sacco e Vanzetti, i due anarchici giustiziati negli Usa nel 1927: «Due di quegli italiani “senza scarpe” che varcarono l’oceano in cerca di un futuro migliore ma subirono l’attacco disumano di quanti nel mondo hanno sfruttato il lavoro dei nostri connazionali».

Lanna pone soprattutto base musical-cinematografiche a questo libertarismo di destra. E cita ad esempio il Manifesto del beat italiano, diffuso durante il Festival di Sanremo del 1966,  scritto da Lucio Dalla, Sergio Bardotti e Piero Vivarelli: «Noi attingiamo alla tradizione, ma nonla rispettiamo. Unatradizione è valida solo in quanto si evolve. Altrimenti interessa i musei. Siamo, senza alcuna riserva, decisamente contro quelli che non la pensano come noi. Il nostro modo di pensare alla musica è anche il nostro modo di vivere. Noi crediamo nei giovani e lavoriamo per loro. Si può essere vecchi anche a diciotto anni…».

Su queste basi, si fonda poi il racconto dei passi fatti da Gianfranco Fini in questi anni. Tante le affermazioni con le quali l’attuale presidente della Camera ha cercato (sta cercando) di realizzare una destra diversa nel nostro Paese: «Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono i lasciti del primo ’68. La destra allora perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, difese l’esistente, si schierò con i baroni dell’università, con i parrucconi…». Parole importanti che non a caso hanno lasciato l’amaro in bocca ai ricercatori che pensavano Fli si sarebbe smarcata dalla “riforma” Gelmini che tarpa le ali ai giovani che vogliano avviare una carriera in università. Ma così non è stato.

Ma l’ex direttore del Secolo racconta anche le iniziative portate avanti da Fini sul fronte dell’immigrazione, tema sul quale invece larga parte del centro destra ha scatenato la politica della paura: « “Sarebbe bello”, ha detto Fini, “se l’informazione non titolasse con riferimenti etnici: romeno scippa, albanese ruba. Perché altrimenti si può diffondere tra i cittadini l’equazione: straniero uguale delinquente”. Ecco, c’è chi sostiene che certe battaglie sarebbero estranee alla specificità della destra italiana e che certe prese di posizione dimostrerebbero solo un processo di metamorfosi, per non dire di liquidazione, di un patrimonio culturale di presunto riferimento». Ma Lanna ricorda anche il commento dell’ex leader di An o ora di Fli dopo aver visto il film di Renzo Martinelli “Il mercante di pietre”. «E’ un film di propaganda becera. Un film che sconsiglio a tutti. Film come questi, infarciti di stereotipi sugli arabi, rischiano senz’altro di alimentare l’islamofobia qui da noi. Davvero non se ne sentiva il bisogno. È spazzatura».

Parole nette, come quelle pronunciate da Fini nel discorso del2009 nel quale annunciò la fine di An: «Non ci piace l’ordine delle caserme, una società è invece coesa quando viene difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, qualche che sia il colore della pelle, qualche che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale».

Luciano Lanna racconta insomma una via italiana al libertarismo chiedendosi: «Esiste una sensibilità nuova al punto di non essere non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda e non razzista? ».

Una domanda che sarebbe da girare a Berlusconi e Bossi, in queste ore riuniti (ad Arcore) per decidere il futuro del governo Pdl-Lega.

Ad maiora.

Luciano Lanna

Il fascista libertario

Sperling & Kupfer

Pagg. 256

Euro 17

Ivan Bodganov al momento dell'arresto

3 anni di carcere per Ivan il Terribile

Ogni tanto la giustizia italiana finisce sui media internazionali anche se non si occupa di Berlusconi e dei suoi rapporti con le minorenni.

La notizia dei 3 anni e tre mesi di carcere cui è stato condannato Ivan Bogdanov, detto Ivan il Terribile, l’ultrà serbo che stette sulle balaustre del Ferraris di Genova incitando alla rivolta durante Italia-Serbia – e che fu riconosciuto il mattino dopo dagli agenti grazie soprattutto al tatuaggio con la data della battaglia di Kosovo Polje (1389) – ha fatto il giro del mondo.

Il giudice Annalisa Giacalone ha detto di aver accolto le richieste dei pm e parla di “sentenza equilibrata”. Il legale degli ultrà, Riccardo Dirella, ha dichiarato invece che gli assistiti sono in cella da cinque mesi e “se non fossero serbi sarebbero già usciti”.

Gli altri condannati sono Daniel Janjic, 28 anni, 2 anni e 8 mesi di carcere, Nicola Klickovic, 31enne, 3 anni di carcere e Srdan Jovetic, 20 anni montenegrino. 2 anni e sei mesi di carcere.

E’ possibile che i legali facciano richiesta di scarcerazione. Se accolta la pena verrebbe sospesa e loro espulsi.

La Serbia perse a tavolino 3-0 la partita contro gli azzurri interrotta da Ivan e soci. La nazionale serba ha poi perso in casa con l’Estonia (1-3) e pareggiato con la Slovenia (1-1). Ora la Serbia, con 4 punti, è quinta su una classifica di sei squadre. Gli azzurri sono primi con 10 punti.

Serbia-Italia si giocherà a Belgrado il prossimo 7 ottobre. Una data che per me vuol dire qualcosa ma che qui c’entra poco o niente.

Ad maiora.

Mondadori: mal di pancia tardivi

Trovo un po’ patetico il dibattito scaturito dai “mal di pancia” di Vito Mancuso verso il suo editore, la Mondadori di Silvio Berlusconi.
Fa un po’ ridere che il teologo si sia accorto solo ora (di fronte al provvedimento legislativo che, evitando l’ultimo passaggio fiscale, consente alla casa editrice del presidente di risparmiare soldi e tempo) del “conflitto di interessi”.
Fa sorridere che Mancuso si rivolga al “partito di Repubblica” per chiedere agli altri intellettuali se pensino di lasciare la Mondadori. Come se scelte di questo genere potessero essere collettive e non individuali.
Fa tristezza d’altronde anche il fuoco di sbarramento degli intellettuali berlusconiani. Il tutto da il senso di come e dove siamo finiti.
Per quanto mi riguarda trovo surreale, da tempo, che per Mondadori scrivano i leader della “sinistra”. In questo modo diventano ricchi, ma al contempo finanziano Berlusconi. Lo stesso fanno tutti quelli che pubblicamente parlano di SB come “male assoluto” e poi sottoscrivono contratti per film o libri coi suoi collaboratori.
Per coerenza, almeno non facciano finta di indignarsi.

Ferrari 458

Viva l’Italia: 458!

Gazzetta dello sport e Chi ci informano oggi sulla nuova passione degli italiani danarosi: la Ferrari 458 Italia. Costo 197mila euro. La sfoggiano in questi giorni di vacanze Valentino Rossi (31 anni) e Giancarlo Tulliani (33 anni). Sul secondo i giornali (prima quelli berlusconiani poi, dopo mille esitazioni, anche gli altri) hanno raccontato la rava e la fava. La casa a Montecarlo. Ma anche la dirigenza sportiva (con la novità che si intascava parte dei contributi che Gaucci dava agli ultrà: a proposito, come mai Gaucci pagava gli ultrà) e le porte che gli si sarebbero aperte qui in Rai grazie al fatto di essere cognato del presidente della Camera. Dopo lo scandalo e la rottura Fini-Berlusconi, le stesse porte gli sono state chiuse.

Valentino Rossi invece, oltre che per gli incredibili meriti sportivi, è passato alle cronache per aver restituito 35 milioni di euro al Fisco. Nel periodo 2001-2006 il pilota aveva la residenza fiscale nel Regno Unito e quella reale nel Bel Paese. Per il 2000 ha ottenuto il condono. Dal 2007 paga le tasse in Italia.

Tulliani e Rossi hanno dunque la stessa macchina. Il cognato di Fini ne guida una nera. Valentino (che l’aveva provata a gennaio in quel di Fiorano) ha scelto un modello giallo col tetto nero. Per entrambi: 57o cavalli, doppia frizione, 7 marce e velocità massima di 325 km/h.

Viva l’Italia. 458.

Telecomando e tv

Fenomenologia del Tg4 (estivo)

So che ho già scritto sull’argomento ma, questa sera, ho avuto occasione di vedere il Tg4. Senza Fede, ma anche senza notizie.
Dopo aver riferito infatti che Berlusconi ha passato la giornata di sabato al lavoro e avergli dato spazio per attaccare a destra e a manca (forse più a manca, ma di poco) hanno fatto un pippozzo di 14 minuti sul caldo. Fa caldo a Milano, a Trieste, a Washington, a Roma, ma anche in Ungheria dove apprendiamo, stupiti, che gli ombrelloni sul Balaton chiuderanno un’ora dopo il solito. Incredibile.
Poi climatologi vari che ci dicono che fa caldo.
Una breve pausa nel cazzeggio ci da un vivo più muto sul danneggiamento delle statue di Falcone e Borsellino a Palermo (senza precisare se a opera di giovani mafiosi o di anziani accaldati) e finalmente un servizio normale su un omicidio nel milanese.
Basta così. Le notizie finiscono li’.
Poi riprende la parte vacanziera del giornale: il traffico, quelli che ballano waka waka a Varazze (“malgrado i 33 gradi”), quelli che vanno con gli infradito in montagna, quelli che invece vanno a Formentera (con tanto di inviata al seguito), poi Capri – amatissima dal Direttore – con la vita mondana di una volta, ma anche Ischia, dove grazie a Tullio De Piscopo, “ieri sera ballavano tutti”, e ancora Ostia Antica con tanto di premio a Gianni Letta, ovviamente intervistato, sorridente.
Insomma, Minzolini può ancora migliorare.

Ad maiora

 

NOTIZIA

La notizia smarrita? Cercatela su internet

Un libro di un amico e di un collega che racconta del nuovo giornalismo. Paolo Costa nel suo “La notizia smarrita” spiega come si sta evolvendo la professione di fronte ai nuovi media. Il volume ha due obiettivi:  «Sfatare il mito secondo il quale internet costituirebbe la causa prima della crisi del giornalismo e l’altro mito che considera l’informazione “dal basso”, prodotta dai blog e dal cosiddetto giornalismo partecipativo, necessariamente migliore di quella professionale, in quanto non asservita a logiche del potere politico o economico». Due miti che nel corso delle 224 pagine verranno smontati pezzo a pezzo.

Nella sua analisi, l’autore esce dagli schemi (coloniali) che parlano solo ed esclusivamente dell’Occidente, dove diminuiscono i lettori di giornali. Ma non è così in tutto il mondo. «Affermare che i giornali vendano e si leggano sempre meno è corretto solo con riferimento alla situazione negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente. A livello mondiale il quadro è ben diverso. Secondo la World Association of Newspapers più di 1,7 miliardi di persone quotidianamente leggono il giornale. In particolare nel 2007 più di 532 milioni di persone hanno comprato il giornale. Nel 2003 erano 486 milioni. La crescita è stata nel quinquennio del 9,4%. Considerano anche la free press si arriva al 14,3%.»

Va rilevato che « il numero delle testate giornalistiche è cresciuto in tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti. Oggi 74 del 100 quotidiani più diffusi del mondo sono stampati in Asia. In generale si può dire che le diffusioni soffrono nei paesi più ricchi, mentre sono in crescita in quelli in via di sviluppo». Questo non vuol dire che dobbiamo trasferirci in Asia o Africa, ma che si deve tener conto di tutto il mondo, non solo del nostro orticello (anche se ora particolarmente scarso e chiuso in sé stesso).

Va calcolato che a differenza di quel che succede in Italia, «la crisi della stampa quotidiana negli Stati Uniti è, prima di tutto, la crisi della stampa locale».

In che misura questo quadro è condizionato dall’avvento dei nuovi media? E’ la domanda cui risponde Paolo Costa che si concentra sul quesito se l’informazione online sottragga spazio alla carta stampata. «Stando all’analisi del Readership Institute la risposta è affermativa per il 27% dei lettori, i quali hanno dichiarato di aver ridotto il consumo dei giornali a stampa in seguito alla visita di un giornale online». Ma in generale cresce (negli States e non solo) il numero di quanti “non consumano informazione” o che hanno la tv come principale (e spesso unico) canale dal quale scoprono quel che accade nel mondo (rectius, quello che gli facciamo sapere che accada, che è decisamente meno).

Internet, ha un nucleo più ristretto di pubblico rispetto alla tv, ma ha l’enorme vantaggio che i suoi utenti partecipano più alla vita pubblica. È la rivoluzione 2.0 che sta lentamente arrivando anche nel Bel Paese. « In Italia – scrive Costa – il 94,3$ degli italiani ha guardato la tv tutti i giorni mentre solo il 56,6% ha letto il giornale almeno una volta la settimana. Di qui il calo di 4,4% tra il 2008 e il 2009. La televisione è lo strumento informativo più usato dagli italiani (44,2%), seguito dal giornale (20%) e dalla radio (15%)».

Da questo deriva che solo il 7% si fa influenzare al voto dalla Rete mentre il 78,3% decide in base a quel che sente in tv. Un dato già alto ma in crescita. Anche per questa ragione, «nel 2008 è andato alla televisione il 55% degli investimenti. A livello mondiale tale quota è del 37,8% mentre in Europa non supera il 30%».

Paolo Costa affida però le sue speranze nel futuro, nel fatto che il modello della tv generalista sia giunto al capolinea: « L’avvento della tecnologia trasmissiva digitale (via satellitare o terrestre) ha reso possibile la proliferazione dei canali e la nascita di un’offerta verticale, a pagamento». Non solo a pagamento se vediamo quanti nuovi canali stiano nascendo sul digitale terrestre. So ad esempio che a Sky cominciano a temere che qualcuno rinunci alla loro cara piattaforma per rifugiarsi nel digitale, comodo soprattutto in un periodo di crisi economica (riconosciuta persino dall’ottimista governo Berlusconi).

La buona novella che porta Paolo Costa, almeno per noi che dello scrivere ogni giorno abbiamo fatto una professione è che, anche nell’era Internet dovremmo avere un nostro spazio. Sembra che infatti gli utenti (come segnalava un convegno organizzato alla Statale di Milano lo scorso anno dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia) privilegino nei blog quelli curati da giornalisti. E gli esempi di successo sono sotto gli occhi di tutti: Alessandro Gilioli, Luca Sofri, Massimo Mantellini, Pino Corrias, Marco Travaglio, Vittorio Zambardino, Peter Gomez, Paolo Attivissimo e Luca de Biase, solo per citare i più noti (e più bravi).

«Giornalisti che usano il blog come mezzo per raggiungere il proprio pubblico e interagire con esso, di blogger che in realtà fanno giornalismo tradizionale, di ex giornalisti convertiti al blogging».

Costa (che non si è limitato al libro ma che cura anche un ottimo sito: http://www.paolocosta.net/)  analizza i siti più diffusi nel nostro Paese, quelli legati ai quotidiani nazionali e rileva che, come nella carta stampata, cercano di essere tuttologi, di non puntare a un target. Esattamente il contrario di quel che sta accadendo in Usa, dove anzi si propende per il coinvolgimento degli utenti dal basso (è quello che farà il fattoquotidiano.it quando supererà la crisi per troppi contatti di questi giorni).

Il giornalista moderno dovrà comunque essere cross mediale, capace cioè di fare il mestiere con molte piattaforme. E quanto è accaduto in Iran con Twitter dimostra che la rete è in grado di sfuggire ai regimi più liberticidi. Pensiamoci…

Paolo Costa

La notizia smarrita

Giappichelli editore

Torino, 2010.

Euro: 22

Le vie del petrolio sono (ancora) infinite

È un libro che ho impiegato un po’ a leggere non perché pesante, ma per la mia mania di sottolineare i passaggi per me interessanti. La mia copia de “Il Petrolio e la gloria” di Steve LeVine (Il Sirente) ha intere pagine evidenziate. Il sottotitolo del volume di questo giornalista americano (che cura un ottimo blog sul tema energetico) aiuta forse chi mi conosce a capire perché la tematica mi stia a cuore: “La corsa al domino e alle ricchezze della regione del Mar Caspio”.

È un racconto sullo sfruttamento dei campi petroliferi e gasiferi nelle aree ex sovietiche. Una cronistoria che parte dalla scoperta dei giacimenti e arriva fino alla guerra russo-georgiana. Un ottimo libro che spiega gran parte delle problematiche e delle tensioni geopolitiche che attraversano quelle aree del pianeta. La parte chiave del volume (che ha un errore di traduzione che mi ha fatto sanguinare il cuore quando ha parlato di “rivoluzione delle arance”, riferita a Kiev, confondendola forse col carnevale di Ivrea…) è concentrata negli anni ’90.

Nel 1993 i russi, nella persona del ministro dell’Energia Yuri Shafranik, si intromettono nelle trattative sul petrolio offshore tra Azerbaigian e compagnie occidentali, facendo due richieste: «Che una compagnia russa avesse un 10% dell’accordo e che le compagnie petrolifere occidentali esportassero il loro greggio dal Caspio solo attraverso oleodotti russi». La candidata (alla quota del 10%) era la Lukoil, grande compagnia energetica russa. Shafranik era molto seccato che Mosca fosse tagliata fuori dagli affari per la corsa al petrolio a Baku. Lì era nata l’industria petrolifera imperiale russa e lì in qualche modo i russi avrebbero dovuto continuare ad esserci.

Tra i paesi ex sovietici (quelli che a Mosca, in modo colonialista, chiamano “estero vicino”) l’Azerbaigian è stato uno di quelli meno anti-russi, anche se gli storici rivale armeni hanno sempre avuto l’appoggio moscovita. Così si spiega perché venga accettata anche la Lukoil nell’affare: nel 1994 le viene concesso il 10% degli affari petroliferi tra gli azeri e il resto del mondo.

È da questi elementi che nell’amministrazione americana (a quel tempio guidata da Clinton) riparte la “politica di contenimento”: non più verso l’Unione sovietica, ma verso la Russia. Una politica nella quale Washington ha giocato e gioca tutte le sue carte per impedire che una fetta del mondo dipenda energeticamente dai voleri del Cremlino. Una politica nella quale, la nostra Italietta a differenza che nel passato è schierata con la Russia (paese che veste – con giacconi della marina militare – anche quello che ormai viene chiamato il premier italiano) anziché con gli Usa (guidati d’altronde da un abbronzato, amante delle guerre e per questo premiato col Nobel per la pace). (A proposito di Nobel: dal libro ho scoperto che la prima petroliera al mondo – la Zoroaster – fu costruita da Ludvig Nobel). L’accordo per l’offshore di Baku viene siglato dai rappresentanti kazaki e russi: la foto li ritrae sorridenti sotto la foto di un austero quadro di Lenin (che non si può rivoltare nella tomba visto che era ed è presidiata h24).

Già perché libro è corredato anche di belle fotografie in bianco e nero dove vengono mostrati tutti i protagonisti dell’epoca, ma anche i pozzi petroliferi a eruzione spontanea, che danno l’idea di che posti ricchi di risorse naturale siano questi intorno al Mar Caspio. Per sfruttarli al meglio, l’Urss fece addirittura costruire una città sulle palafitte accanto alla piattaforma petrolifera di Oily Rocks.

Ci sono anche le foto dei banchetti coi quali sono stati suggellati gli accordi commerciali tra le compagnie occidentali e le nazioni post-sovietiche. Pranzi luculliani che potevano finire anche con l’ingoio dell’occhio di pecora, come vuole la tradizione kazaka. Ma gli affari venivano preparati nei minimi dettagli, da una parte e dall’altra del mondo. Racconta LeVine (che ha appena pubblicato, negli States, “Putin’s Labirinth”): «Il Kazakistan segnalava che era pronto ad aprire i negoziati di Tengiz con la Mobil, e la compagnia petrolifera invitò il presidente a dei colloqui a Nassau. Si assicurò che fossero organizzati in modo sontuoso: in una fotografia si vede il presidente Nazarabayev nuotare vicino a uno yacht affittato dalla compagnia nei Caraibi. Per dimostrare la sua buona volontà, la compagnia offrì come dono al presidente kazako il jet personale di Noto (Lucio, il presidente della compagnia petrolifera, NdR) e promise di costruire ad Almata (la nuova capitale, NdR) un campo da tennis al coperto a disposizione sua e di selezionati dirigenti della Mobil. Nessuno dei doni si materializzò, ma la loro evocazione servì allo scopo di lusingare Nazarbayev».

Nella battaglia per il controllo di questi impianti o degli oleodotti da costruire, compare negli anni ’90, anche la nostra Agip. Per Tengiz fa parte, insieme a Chevron, Mobil e British Gas, della cosiddetta “banda dei quattro”. A quei tempi la compagnia semi statale italiana sembrava interessata ai progetti americani di rendere l’Europa indipendente energeticamente dalla Russia. Era prima dell’alleanza strategica tra Eni e Gazprom.

Per far arrivare petrolio e gas dal Mar Caspio senza passare dal territorio russo, gli occidentali ne inventavano di ogni, come ci spiega l’autore: «Secondo una stima, furono proposti ottantadue progetti differenti che avrebbero del tutto evitato il territorio russo, alcuni dei quali rasentavano l’assurdo. La Exxon suggerì il più eccentrico: un tracciato di 4.400 miglia da 12 miliardi di dollari, che attraversa quasi un quinto della circonferenza del globo fino al Mar Giallo della Cina. Fu accolto con poco più che risatine». Risatine. Ma si dà l’idea di una preoccupazione reale con la quale abbiamo avuto drammaticamente conferma in questi ultimi anni.

Tra i primi a fare le spese dei sistemi più politici che economici, con i quali la Russia tratta i suoi vicini, è stato il Turkmenistan. Racconta il giornalista: «Il Turkmenistan era il quarto più grande fornitore al mondo di gas naturale. Dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1991 in seguito al collasso sovietico, la repubblica aveva guadagnato due miliardi di dollari all’anno esportando il suo gas attraverso gli oleodotti controllati dalla Russia. Improvvisamente, alla fine del 1993, il Cremlino tagliò l’accesso alla rete del Turkmenistan. Mosca voleva per sé l’intero mercato. Solo la continua esportazione di materie prime come petrolio e cotone impedivano al Paese di scivolare verso la bancarotta». Per ovviare a questa situazione il dittatore pazzo ed esibizionista (Nijazov aveva fatto erigere migliaia di statue che lo raffigurano in tutto il paese – la più grande delle quali, nella capitale, è d’oro, alta 12 metri e gira col girare del sole) arriva a studiare, con compagnie statunitensi, un tracciato che passi da Pakistan e Afghanistan. Qui i talebani (attentissimi agli affari alla faccia della sharia) sembrano molto interessati. Quando poi gli americani (con un leggerissimo ritardo…) si rendono conto di quel che succede, rinculano precipitosamente. «I giornalisti iniziarono a trasmettere dalla capitale afgana immagini preoccupanti: i talebani avevano giustiziato il precedente governante, Mohammed Najibullah, e trascinato il suo corpo per la città; le fotografie mostravano il corpo di Najibullah e del fratello che pendevano da un palo con banconote infilate nel naso. Seguaci dei talebani furono visti picchiare con bastoni donne ricoperte da burka, a cui era stato proibito di andare ai mercati a meno che non fossero accompagnati da membri maschi della famiglia. La Unocal (compagnia petrolifera californiana ora assorbita dalla Chevron, NdR) e l’amministrazione Clinton ebbero un’immediata crisi delle pubbliche relazioni. Le loro dichiarazioni di sostegno frettolosamente espresse adesso suonavano superficiali, come se stessero reagendo ai risultati di un’elezione, non a una presa di potere da parte degli insorti. Le loro entusiastiche approvazioni dei talebani rinforzavano il vecchio sospetto di alcuni che la compagnia petrolifera, la CIA, o entrambi avessero sostenuto la lunga marcia del gruppo. Marvis Leno, la moglie del presentatore americano di talk show, Jay Leno, e la sua Majority Foundation femminista di Los Angeles erano furiose. Il Dipartimento di Stato tornò sui propri passi; un portavoce disse che gli Stati Uniti erano costernati per gli atteggiamenti dei talebani. La Unocal dichiarò debolmente che il suo portavoce ufficiale era stato citato erroneamente. Alla fine due ulteriori colpi alle pubbliche relazioni portarono alla sconfitta della Unocal e del suo ostinato presidente. Per prima cosa, la Feminist Majority Foundation organizzò una campagna contro la compagnia petrolifera. Marvis Leno interruppe un incontro di azionisti con un intervento di opposizione a ogni affare con i talebani. Poi, nell’agosto 1998, camion bomba saltarono in aria alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania, attacchi attribuiti ai gruppi di Osama Bin Laden. Giorni dopo, gli Stati Uniti lanciarono dozzine di missili Tomahawk in un campo di Al-Qaeda in Afghanistan, in un fallito tentativo di assassinare Bin Laden. Il giorno successivo, la Unocal annunciò che aveva “sospeso” il progetto dell’oleodotto». Bontà loro. Mentre sogno che la moglie di qualche conduttore della tv italiana interrompa un’assemblea dell’Eni, capisco come davvero gli affari non guardino in faccia a nessuno. E per fortuna, dove esiste l’opinione pubblica, qualcuno indietreggia.

Nel libro si parla anche del giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli anni 2000. E’ un campo petrolifero offshore, nel Mar Caspio, dove l’estrazione non sarà semplice visto che la temperature arrivano a –40°. Il progetto costa 136 miliardi di dollari (originariamente erano 57) e cominciare a fruttare nel 2014. Lo sfruttamento del campo è affidato a un consorzio internazionale (North Caspian Sea Production Sharing Agreement) formato da sette compagnie: Eni/Agip KCO (16,81%), Shell (16,81%), Total (16,81%), KazMunayGas (16,81%), ExxonMobil (16,81%), ConocoPhillips (8,4%), Inpex (7,56%). L’impianto ha subito numerosi ritardi e iniziative politiche kazake. Dal 2009 la Ncoc (la North Caspian Operatine Caspian) ha accentrato su di sé la guida del consorzio (prima era degli italiani di Agip KCO).

Per spiegare la serietà di quanti girano intorno a questi progetti, Steve LeVine racconta questo episodio avvenuto nel 2000 (e che dà l’idea che tutto il mondo è paese): «Il presidente del Kazakistan Nazarbayev annunciò che desiderava vedere il processo di trivellazione di prima mano. I petrolieri erano sgomenti. D’altro canto non potevano dirgli di non venire. E così escogitarono un intelligente stratagemma. La squadra acquistò seimila galloni di carburante diesel ed equipaggiò una cisterna con una valvola on-off. Per due giorni, gli operai si esercitarono girando la valvola e infiammandolo, imitando l’apparenza di gas che veniva infiammato da Kashagan. C’era un problema: cosa fare con il tradizionale imbrattarsi le facce? Nazarbayev avrebbe certamente insistito per un secchio di petrolio di Kashagan per impiastricciare la sua faccia e le facce di tutti gli altri come segno di buona fortuna. Ma fino ad allora i petrolieri avevano recuperato solo scarse quantità di idrocarburi da Kashagan, non abbastanza per impiastricciare la faccia di qualcuno. Così fecero l’equivalente di prendere in prestito un quarto di latte da un vicino, richiedendo un container di greggio di Tengiz (campo del Mar Caspio già operativo: è onshore, ma produce oltre al petrolio anche montagne di detriti di zolfo, NdR). Poi escogitarono un modo in cui il greggio fluisse da una valvola sull’impianto. Tutto era pronto quando arrivò il presidente il 4 luglio. Ross Murphy (responsabile della squadra di perforazione) lo salutò platealmente, dichiarando: “Le presentiamo Kashagan”. Nazarbayev era così soddisfatto per quello che pensava fosse gas naturale che veniva infiammato che stette a guardare il carburante diesel che bruciava per più di venti minuti. Murphy iniziò a temere che la loro fornitura di seicento galloni di diesel sarebbe finita e “la truffa sarebbe venuta fuori, e quello non sarebbe stato affatto un bene”. Alla fine, un Nazarbayev contento si avvicinò alla valvola che faceva uscire il greggio di Tengiz in modo così autentico che Murphy stesso pensò, “Sembra reale”. Il presidente poi unse tutti con il petrolio. Parlando dopo ai giornalisti all’aeroporto di Atyrau, era entusiasta: “Vi posso dire oggi che c’è petrolio, molto petrolio, e di buona qualità”, disse. Aggiunse, “Questo è un grande aiuto alla nostra indipendenza, al nostro futuro e alla nostra prosperità. Le speranze del popolo kazako si sono realizzate”». Il giacimento, come detto, non è ancora operativo. L’unto del petrolio è invece sempre alla guida del suo Paese. Nursultan Nazarbayev, il compagno che nel 1984 era primo ministro e segretario del partito comunista kazako, è stato eletto presidente del Kazakistan nel 1990. Il parlamento ha recentemente approvato una norma che gli consente di essere rieletto finché ne avrà voglia, a vita insomma. Sui rapporti tra questo dittatore e il presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, riporto fedelmente il resoconto dell’Adnkronos sul viaggio di Silvio Berlusconi ad Astana, il 5 novembre 2009: «”Siamo lieti di accogliere il presidente Nazarbayev, che posso considerare un mio caro amico – ha detto il premier Berlusconi – accompagnato da una folta schiera di ministri del suo governo per la firma di importanti accordi istituzionali da un lato e commerciali dall’altro. I contenuti degli accordi firmati riguardano molti miliardi di dollari e interessano nostre grandi aziende, ma abbiamo preso accordi per una missione di piccole e medie aziende italiane per esportare nel Paese asiatico il nostro know how”. “Abbiamo la speranza – ha proseguito il presidente del Consiglio – di poter avanzare la collaborazione tra i nostri due settori economici. Abbiamo parlato anche di turismo – spiega il premier Silvio Berlusconi – per portare gli italiani in questo Paese grande nove volte l’Italia”. Ma il Cavaliere non nasconde “un’invidia da costruttore” per la costruzione da zero della capitale kazaka, Astana, perla dell’architettura moderna: “Nazarbayev ha realizzato in appena otto anni una città di un milione di abitanti. Ma noi ci siamo presi una piccola rivincita: stiamo realizzando una nuova città per 34mila abitanti all’Aquila a causa del terremoto. Caro presidente, abbiamo imparato qualcosa da voi e l’abbiamo messa in pratica”, ha detto il premier. Quello che ancora invece l’Italia non riesce ad importare è la velocità nelle autorizzazioni per gli interventi edili, di cui il premier Berlusconi torna a lamentarsi: “Anche il presidente Nazarbayev ha potuto vedere i tempi per le autorizzazioni in Italia. Hanno acquistato Villa Manzoni e le autorizzazioni per gli interventi sono arrivate dopo due anni, nonostante le pressioni del governo”. “Confermo la visita del Milan per l’inaugurazione del nuovo stadio di Astana”, ha poi annunciato Berlusconi, che in più passaggi ha espresso ”grande soddisfazione per l’impegno dei nostri imprenditori in Kazakistan e credo che possiamo sviluppare una vasta gamma di collaborazioni in un Paese che ha grandi ricchezze e una straordinaria crescita demografica, che dimostra una grande vitalità di tutti i maschi ‘kazakistani”’, scherza il premier».

Sul presidente kazako, grande amico di Berlusconi (ma anche dell’ex vicepresidente Usa Dick Cheney che ebbe a esprimere «ammirazione per tutto quello che è stato compiuto in Kazakistan»), LeVine racconta un episodio del 1999 che non ha bisogno di commenti. I servizi segreti kazaki cercano di gettare discredito su un ex primo ministro, Akezhan Kazhegeldin, candidato presidente in alternativa a Nazarbayev. Informano le autorità belga che questo politico vorrebbe comprare casa per la figlia fuori Bruxelles, con misteriose operazioni finanziarie. L’Interpol apre un’inchiesta e manda una rogatoria alla vicina Svizzera per cercare di capire se qualche transazione fosse passata da quelle parti. David Devaud, pubblico ministero di Ginevra, visto che il possibile titolare del conto ha un nome complesso (e magari traslitterato male), chiede alle banche svizzere che la ricerca comprenda, oltre a “Kazhegeldin”, anche la parola “Kazakistan”. Ecco come LeVine spiega la sorpresa degli investigatori elvetici: «Quando arrivarono le risposte, non c’era niente che implicasse Kazhegeldin. Invece, vennero fuori altre due transazioni. Nella prima 85 milioni di dollari in un conto del governo kazako al Crédit Agricole Indosuez erano stati trasferiti su un conto personale dopo che il magistrato aveva diffuso la richiesta di informazioni. Nella seconda, i soldi erano stati trasferiti ad un ulteriore conto di Stato del Kazakistan in una seconda banca, Pictet & Cie. Sembrava che chiunque controllasse il conto personale fosse stato avvisato dell’inchiesta del magistrato e che stesse provando a camuffare il denaro. Stimolata la sua curiosità, Devaud cercò il nome del beneficiario del conto. Era Nursultan Nazarabayev, il presidente del Kazakistan. Il magistrato sospettando che stesse accadendo qualcosa di irregolare, fece congelare tutti i conti sospetti. La sua azione non fu annunciata pubblicamente, ma ne arrivò notizia sul New York Times quattro mesi dopo, nell’ottobre 1999. La notizia rimase in gran parte inosservata. Nazarbayev ne proibì la diffusione sui suoi mezzi di comunicazione kazaki, e quando una stazione televisiva russa la rese nota, bloccò le sue trasmissioni in Kazakistan». Decisamente più efficiente che chiamare la locale Autorità per le garanzie nelle comunicazioni…

Per tornare al tema principale del libro e agli scenari petroliferi che racconta, ecco invece quel che riguarda l’oleodotto BTC (Baku, Tibilisi, Ceyhan), fortemente voluto dagli americani e che, divenuto operativo, gli aerei russi mancarono con le loro bombe durante il confitto del 2008: «Due Stati della regione – Azerbaigian e Georgia – abbracciarono presto l’idea di essere infilati come perle lungo un grande oleodotto legato a Washington (ai tempi guidati da Clinton, decisamente più occhiuto di Obama in queste aree), che permetteva loro protezione dai nemici. Adesso che gli Stati Uniti erano dietro di esso, piaceva loro anche di più. E piaceva anche alla Turchia che riteneva che la partecipazione a tale progetto potesse rinnovare la sua influenza storica sulla regione. Fu così che il governo americano diede nuova vita alla proposta da tempo nell’incubatrice di un oleodotto lungo 1.081 miglia da Baku ai terminali di esportazioni nel porto turco mediterraneo di Ceyhan. Sarebbe stato il più lungo tracciato di questo tipo al mondo e sarebbe stato costruito interamente su un territorio amico dell’America». Molti petrolieri storsero il naso di fronte a quello che veniva bollato come un “oleodotto politico”. Ma quali sono gli oleodotti non politici??

Gas e petrolio sono strumenti di pressione e di conquista. Un Risiko moderno dovrebbe avere giacimenti, oleodotti e gasdotti, anziché carrarmatini. Altrimenti non si capirebbe come mai l’Iran sia stata esclusa da tutti i giochi energetici.

In queste partite sui giacimenti kazaki, l’Italia ha avuto un ruolo rilevante: entrando nei campi di Tengiz, l’Eni era «la sola con quote di partecipazione in tutti e tre i giganti petroliferi kazaki, tra i più grandi del mondo». E aggiunge il giornalista: «Quando si disgregò l’Unione Sovietica, l’Eni era un giocatore relativamente minore nel settore petrolifero mondiale. Sedici anni dopo, era operatore sia di Karachaganak sia di Kashagan, aveva costruito una condotta per il gas naturale dalla Russia alla Turchia, era un esperto partner della Russia nei grandi accordi sul gas naturale. Mosca sembrava davvero avere fiducia negli italiani». Ora questa fiducia sembra venuta meno. Ma questa è un’altra storia.

Steve LeVine

Il petrolio e la gloria

Il Sirente

Fagnano Alto, 2009

Pagine 492

Euro 20