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L'alluvione nei Balcani

Alluvione nei Balcani, raccolta fondi di Ipsia

Ricevo e volentieri vi informo di questa raccolta fondi lanciata da Ipsia, ong da sempre impegnata nei Balcani. Io li ho conosciuti per il corso di serbo-croato e per quello di geopolitica. Mandano volontari preparati. Aiutiamoli!

Ad maiora

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Ciao a tutti/e, come molti di voi magari sanno in questi giorni Bosnia e Serbia sono state colpite dalla più grande alluvione mai registrata in quest’area.

Come Ipsia (a livello nazionale, in collaborazione con tutte le sedi) abbiamo attivato una  raccolta fondi per coprire le spese della prima emergenza, mentre nei prossimi giorni valuteremo  con più precisione  altre necessità materiali. e per fare questo stiamo verificando insieme ad altre associazioni, le condizioni logistiche per attivare  una raccolta di materiale,farmaci e indumenti.

Al momento la situazione è la seguente: una cinquantina di morti, decine di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case, danni incalcolabili all’agricoltura e alle infrastrutture: la Bosnia-Erzegovina e la Serbia colpite dalle inondazioni più estese e devastanti mai subite finora.

Il bilancio delle vittime-è ancora provvisorio e destinato ad aggravarsi con il progressivo ritirarsi delle acque.

«Un quarto della popolazione è colpita dalle inondazioni e un milione di persone è senza acqua potabile

Oltre ai danni economici, spaventa l’allarme “mine”. Le enormi quantità d’acqua potrebbero portare ordigni inesplosi, residuati di guerra, fino alle gole  dal Danubio lungo il confine tra Serbia e Romania, o persino fino al Mar Nero.

Lo ha detto Fikret Smajis, capo dell’Ufficio regionale di Sarajevo del Centro per lo sminamento bosniaco (BHMAC)

Smajis ha invitato la popolazione alla massima cautela quando puliranno le proprie case e cortili e altre zone dove ci potrebbero essere stati campi minati le cui segnalazioni sono state  portate via dalle acque e dalle frane.

Nei due Paesi balcanici, dove oggi per la prima volta da una decina di giorni non si sono registrate piogge  continuano senza sosta le operazioni di soccorso alle popolazioni

Per contribuire:

CAUSALE: ALLUVIONI IN BOSNIA ERZEGOVINA

C/C 000000101434    

IBAN: IT68 D050 1803 2000 0000 0101 434 (BANCA POPOLARE ETICA)

Intestato a: IPSIA

Vi chiediamo gentilmente di divulgare il più possibile questo messaggio.

Vi ricordiamo inoltre che in occasione dell’Assemblea di IPSIA Milano del 28 maggio alle 20.45 ci sarà un incontro di approfondimento sulla Bosnia e la partecipazione ai mondiali, in cui cercheremo di dare degli aggiornamenti sull’alluvione.

A presto
IPSIA Milano

Alluvione nei Balcani


Drammatica alluvione nei Balcani, nel silenzio dei media italiani. Solo i siti web dedicati al meteo ne raccontano i dettagli.
Le prime immagini si riferiscono ai dintorni di Sarajevo, queste che seguono a quelli di Belgrado:

E proprio dal mio amico Misha di Belgrado mi arriva l’appello a parlare di quel che sta succedendo tra Serbia e Bosnia in modo che scattino anche gli aiuti per quella che viene definita la peggiore alluvione della storia dei Balcani.

Ad maiora

#finestrebalcaniche per tenere viva l'attenzione sull'ex Jugoslavia

Finestre balcanicheOggi al Centro culturale San Fedele di Milano è andato in scena l’interessante confronto organizzato da Ipsia Milano in collaborazione con le Acli di Milano: http://www.ipsia-acli.it/ipsia/it/appuntamenti/item/1255-finestre-balcaniche-convegno-il-26-gennaio-a-milano
Refik Hodzic, attivista per a giustizia, giornalista e film maker, attualmente responsabile della comunicazione per l’International Center for Transitional Justice di New York ha insistito sulla necessità per l’ex Jugoslavia di un percorso condiviso. Che passi, in Bosnia innanzitutto, dal fatto che i bambini frequentino le stesse scuole a prescindere dalla loro “nazionalità”.
Tim Judah, giornalista di The Economist e ideatore del concetto di Jugosfera ha spiegato come i Balcani siano già una realtà economica unitaria e che debbano mantenere tale peculiarità.
Infine il maestro Safet Zet, pittore e artista bosniaco ha espresso la propria nostalgia per la Jugoslavia, augurandosi un futuro di pace per questa turbolenta (ma interessante e unica area).
Ipsia continua a lavorare, a vent’anni dala fine della guerra, per portare un sorriso ai balcanici (e non solo): http://terreliberta.wordpress.com/
Ad maiora

Vita ad Haiti: e le infrastrutture?

Ieri diluvio sulla strada (l’unica) che congiunge il sud dell’isola alla capitale, al resto del Paese.
Ricordo che in Bosnia il primo intervento che venne fatto dalle Nazioni Unite fu quello sulle infrastrutture. Non c’era ponte, abbattuto dagli eserciti, che non fosse presto sostituito da un ponte militare. Magari posto un po’ più in la’.
Qui ad Haiti invece a livello di infrastrutture siamo a “carissimo zio”.
Le strade sono fatiscenti e l’arteria che abbiamo percorso ieri, da sud a nord, ti obbliga a 7 ore di macchina per fare meno di 200 chilometri: i due ponti crollati sono “sostituiti” solo da altrettanti guadi nei fiume.
L’ingresso nella capitale può portarti via anche due ore. E qualunque spostamento in citta’ dura non meno di un’ora. Questo significa non avere alcuna certezza di appuntamento.
Per due giornalisti in trasferta qui, un disagio temporaneo. Ma per tutti coloro che a livello umanitario operano sull’isola, le strade distrutte rendono complesso anche portare gli aiuti. Per non dire di quanti qui ci abitano e cercano di viverci.
E l’Onu che ci sta a fare qui? La missione Minustah (acronimo francese di Missione per la stabilizzazione di Haiti) e’ qui nel 2004 con una funzione di peacekeeping. Non e’ stato riformulato l’incarico nemmeno dopo il devastante terremoto che ha distrutto l’isola.
Ora le stesse Nazioni Unite pensano addirittura possano esser stati i soldati di Minustah a portare il colera sull’isola. Soldati dal Nepal, dove la malattia e’ endemica a differenza che ad Haiti.
La missione e’ costata ad oggi 500 milioni di dollari e la morte di 25 soldati.
Ad maiora.

Ivan Bogdanov

Ivan (il Terribile) e il sangue del Sultano

Dopo aver visto che Ivan Bogdanov, il capo ultra’ serbo, super tatuato, aveva impresso sull’avambraccio la data 1389 (strana nemesi rispetto ai poveri ebrei cui era tatuato un numero, anche questo di riconoscimento) gli avevo consigliato un libro di uno scrittore albanese, Ismail Kadaré. Ma lui che brucia la bandiera rossa con l’aquila bicefala temo darebbe fuoco, a maggior ragione, a – immaginifici – racconti nel quale il saggista nato ad Argirocastro (magnifica cittadina del sud albanese) descrive a modo suo la battaglia sulla Piana dei Merli e soprattutto le sue nefaste conseguenze.

Le vene aperte del Kosovo, si potrebbero titolare.

Dubito che nel carcere genovese di Pontedecimo dove è recluso (Marassi e’ pieno come un uovo – strano, no?) Ivan sia interessato a questo racconto (“Tre canti funebri per il Kosovo”, Edizioni Tea), che magari può invece interessare chi frequenta questo blog.

Eccone un brano.

RAPPORTO DELL’INVIATO SEGRETO NELLA PIANURA DEL KOSOVO DA RIMETTERE NELLE MANI DI SUA SANTITA’

Come sarete informato, la battaglia del Kosovo si è conclusa. Carlo V di Francia ha avuto troppa fretta di far cantare un Te Deum nella cattedrale parigina di Notre-Dame. La disfatta dei nostri alleati cristiani è stata spaventosa. In dieci ore, il muro balcanico è crollato e la cristianità si trova ora esposta al flagello ottomano. A subire le perdite più gravi sono stati i serbi. Il loro principe Lazzaro e i suoi figli sono stati fatti prigionieri. Gli altri alleati, il re di Bosnia, il voivoda valacco, i conti albanesi e i boiari croati e ungheresi sono stati annientati.

Si è potuto credere che il destino, con la messa a morte del sultano Murad I, abbia voluto fornire un unica consolazione ai vinti, ma l’intervento del Cielo è stato troppo tardivo. E’ servito soltanto a ingrossare il fiume di sangue. Davanti alle spoglie del sultano martire ha avuto luogo un kurban – come chiamano qui il sacrificio – senza precedenti. Migliaia di prigionieri sono stati sgozzati e, fra loro, il principe serbo Lazzaro con i figli e decine di boiari. (…)

L’analisi prospettata in codesto messaggio è corroborata dal rituale della sepoltura di parte della spoglia del sultano nella pianura del Kosovo. La strana decisione di lasciare il sangue e le viscere del sovrano nella terra cristiana del Kosovo e di far inumare il resto del corpo nella capitale ottomana ha un senso preciso. Presso le antiche popolazioni balcaniche, tutto ciò che concerne il sangue è, come si sa, eterno, imperituro, segnato dal marchio del destino. Nel corso di mezzo secolo di contatti con questi popoli, i turchi si sono, a quanto pare, appropriati alcuni elementi di codesta simbologia, e hanno inteso, bagnando quella pianura con il sangue del loro sovrano, maledirla e benedirla al contempo, imprimere a essa – e per suo tramite, alla loro furia conquistatrice – un senso, un destino, in altre parole, un “programma”, come si suol dire oggidì.

Nell’ultimo canto, Kadaré concede invece la parola alle spoglie del sultano, ucciso in Kosovo.

Allah! Sono passati più di dieci secoli e sono stanco, sovrano solitario nelle immensità cristiane. Talora, nei momenti più tristi, mi chiedo se non ci sia il mio sangue all’origine di tutti questi orrori. So che è un’ipotesi insensata; nondimeno, nel non essere in cui mi trovo, Signore, Ti supplico, concedimi infine l’oblio! Fà in modo che il mio sangue sia cavato fuori e portato lontano da questa gelida pianura. E che non ci si limiti a togliere il vaso di piombo, ma si rivolti la terra laddove ci fu la mia tenda, dove il suolo di impregnò di questo sangue. Sì, mio Dio, fà frantumare ben bene la terra intorno a me, poiché basterebbero poche gocce per ritrovarvi addensata tutta la memoria del mondo…

Così non sembra sia stato, malgrado i numerosi conflitti che si sono succeduti in questi secoli su quelle terre. La maledizione del sangue del sultano è arrivata anche allo Stadio Marassi di Genova, una sera di ottobre. 621 anni dopo la violentissima battaglia, sulla desolata terra della Piana dei Merli, di Kosovo Polje.

Ad maiora

Ilicic, sloveno del Palermo

Ilicic, lo slavo del sud che segna per il Palermo

Josip Iličič, classe 1988, è il protagonista della buona partenza del Palermo in questo campionato italiano.

Il giovane centrocampista è nato a Prijedor, cittadina della Repubblica Srpska, non lontana dal campo di concentramento di Omarska. A un anno, dopo la morte del padre, la sua famiglia si è spostata a Kranj, in Slovenia (la città che ha dato i natali a Gregor Fučka, protagonista più di due lustri fa dell’ultimo scudetto milanese nel basket).

La famiglia del calciatore è di origini croate e lui anche qualche mese fa ha ribadito che avrebbe giocato con la nazionale slovena (“è tutta la vita che abito qui”.

Iličič, chiamato Jojo, è stato notato dai dirigenti del Palermo dopo una sfida europea col Maribor, dove il ragazzo giocava. Segnò pure nel 3-2 degli sloveni.

Subito scritturato, Iličič si è messo in luce con gol all’Inter, alla Juve e alla Fiorentina.  In queste due ultime partite, lo slavo del sud, ha contribuito alle vittoria dei rosanero.

Ad maiora.

Una casa a Sarajevo

“Sarajevo fu una città del terrore”

Dopo tre settimane di pausa, è ripreso all’Aja, il processo che vede imputato Radovan Karadžić. Ieri è stato sentito Richard Mole, testimone d’accusa. Mole, ex ufficiale inglese, durante l’assedio di Sarajevo è stato – per un periodo – a capo degli osservatori Onu in Bosnia. Per Mole la capitale bosniaca era una “città del terrore”.

Durante l’assedio (il più lungo della storia moderna: dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996), ha testimoniato Mole, non passava giorno senza un bombardamento, “trasformando Sarajevo in una città in cui ogni angolo era diventato pericoloso, in cui pensavi che ogni minuto poteva essere l’ultimo”: 100 colpi al giorno, in una giornata tranquilla; fino a 500 in giornate in cui l’attacco era più intenso. “Sto parlando solo di artiglieria pesante, e non siamo riusciti a registrare tutti i colpi”, ha aggiunto Mole.

Nel controinterrogatorio, effettuato da Karadžić, Mole ha detto che i giornali stranieri hanno comunque diffuso notizie senza prove: “C’è stato un approccio anti-serbo in alcuni media, e devo dire che ho notato la stessa cosa con alcuni dei politici che ho incontrato a Sarajevo”.

Karadžić è alla sbarra al TPI, oltre che per l’assedio a Sarajevo, anche per il genocidio di 8000 civili a Srebrenica. Anche da quelle parti, Mole, se ci fa un salto, troverà sentimenti anti-serbi.

Il processo prosegue oggi.