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COME TI ABBATTO UN REGIME, CON LA NONVIOLENZA

«Si diceva: le masse arabe non si ribelleranno mai. Ma era solo uno stereotipo. Queste rivolte c’insegnano che ribellarsi è possibile». Inizia con questa citazione, riferita a qualche settimane fa il bellissimo saggio di Gene Sharp “Come abbattere un regime” che Chiarelettere edita in questi giorni. Il volume (prima edizione 1993) è stato stampato in decine di lingue del mondo. È di pubblico dominio, diffuso dall’Albert Einstein Institution per diffondere ovunque aneliti di libertà e ribellione:

www.aeinstein.org

A scriverlo, uno studioso americano, classe 1928, pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, che da decenni si occupa attivamente di come sgretolare le dittature usando metodi ghandiani.

C’è questo saggio (oggi tradotto da Massimo Gardella per Chiarelettere) dietro la rivolta che portò alla caduta di Milosevic in Serbia, alle rivoluzioni dei tulipani in Georgia e arancione in Ucraina. Ma anche, in questi mesi, dietro i movimenti che hanno favorito la caduta dei regimi egiziani e tunisini. Occhi attenti hanno notato sventolare la bandiera col pugno chiuso, simbolo dei serbi di Otpor, anche in piazza Tahir. Segno che i germi della rivolta pacifica sono difficili da annientare. Nel mio “Bandiera arancione la trionferà” (Melampo, 2007) pensavo sarebbero arrivati fino a contagiare il Cremlino. Sono sbarcati invece sulle sponde del ignorata Mediterraneo:

http://youtu.be/oqxkjAOYKGA

Il volume, di cui consiglio vivamente la lettura, è un vero e proprio manuale su come si abbatte una dittatura senza usare le armi, se non quelle dell’intelligenza. Scrive infatti Sharp: «Per un’attenta strategia di liberazione dalla dittatura è necessario un utilizzo mirato dell’intelletto. Una pianificazione errata può contribuire a generare disastri, mentre un uso efficace delle capacità intellettuali può tracciare un percorso strategico che utilizzerà con giudizio le risorse disponibili per spingere la società verso il traguardo della libertà e della democrazia».

Lo studioso americano invita a evitare, per chi voglia fare una rivoluzione che permetta poi alla nascente democrazia di mantenere il potere, di non fare ricorso all’aiuto di Paesi stranieri («a volte intervengono solo per ottenere il controllo economico, politico o militare dello Stato in questione»). Vanno bene solo le pressioni diplomatiche internazionali. Ma «il motore principale della lotta deve nascere dall’interno del Paese oppresso».

Gli elementi principali di questo prontuario per gli oppressi sono fondamentalmente due: programmare bene le proprie azioni e usare solo le armi della nonviolenza. Per questo obiettivo, occorre coinvolgere ovviamente il più possibile la popolazione: «Per abbattere una dittatura nel modo più efficace con perdite minime, bisogna: rafforzare la determinazione, la sicurezza nei propri mezzi e la resistenza della popolazione oppressa; rafforzare i gruppi sociali indipendenti e le istituzioni di quella stessa popolazione; creare una potente forza di resistenza interna; sviluppare e implementare un piano di liberazione». Sempre tenendo conto della lezione di Ghandi, che Sharp traduce così: «L’antico preconcetto secondo cui l’uso della forza ottiene rapidi risultati mentre con la nonviolenza si spreca tanto tempo non ha alcuna validità. Nonostante possa servire molto tempo perché si verifichino cambiamenti fondamentali in una determinata situazione o società, la vera rivolta contro una dittatura si risolve talvolta relativamente in fretta attraverso la lotta nonviolenta».

Badandosi su un principio di non-collaborazione, di ribellione popolare (Sharp assicura che «la popolazione abituata alla ribellione politica sarà meno vulnerabile a future dittature»): «Il principio è semplice. I dittatori necessitano della collaborazione del popolo su cui dominano: senza questa collaborazione non possono conquistare e mantenere le fonti del potere politico».

Stalin amava dire «Preferisco essere sostenuto dalla paura che dalle convinzioni, perché le convinzioni cambiano». Ed è proprio sull’affrontare la paura che si basa gran parte della strategia di Sharp per affrontare anche i tiranni più longevi: «Le dittature non sono eterne. La gente che vive sotto i regimi dittatoriali deve vincere la propria debolezza, e ai dittatori non va permesso di rimanere al potere per sempre. La lotta nonviolenta richiede (e tende a produrre), se non la sconfitta di ogni paura verso il governo e la sua violenta repressione, almeno un controllo maggiore su di essa. La sconfitta della paura è un elemento fondamentale nel disgregamento del potere dei dittatori sulla popolazione»

Importante per lo studioso americano è che dopo aver abbattuto il regime si lavori per instaurare una società libera e democratica (suggerisce anche una via federalista, sostenendo che amministrazioni locali forti riducono la forza dei regimi) . Anche per evitare rischi di golpe o nuove dittature (la storia ne è purtroppo piena).

I messaggi di rivolta riuscivano a varcare le strette maglie dei regimi nazisti e comunisti. Ora con internet, questi movimenti di ribellione hanno uno strumento di più che nel passato. Anche se le organizzazioni internazionali (quel mix di Onu e Nato che pretende di governare a nome di tutti) sembrano gradire più le rivolte armate che quelle pacifiche. È successo in Kosovo (Rugova ignorato, l’Uck incensato). Succede ora in Libia (mentre la Siria è dimenticata).

Eppure, di questo sono convinto anche io, la strada nonviolenta è l’unica in grado di ridurre le vittime, smascherare che il re è nudo e coinvolgere la popolazione. Gene Sharp lo spiega molto meglio di me: «L’effetto della lotta nonviolenta non è solo quello di indebolire e rovesciare le dittature, è anche quello di conferire potere agli oppressi. Questa tecnica permette a chi prima si sentiva solo una pedina, o una vittima, di esercitare il potere direttamente per garantirsi un margine più ampio di libertà e giustizia. L’esperienza di lotta presenta significative conseguenze psicologiche che contribuiscono ad aumentare la fiducia e la determinazione in se stessi».

Ad maiora.

Gene Sharp

Come abbattere un regime

Chiarelettere

Milano, 2011

Euro 10

Pagg.124

DI QUESTO LIBRO E DELLE RIVOLTE ARABE SI E’ PARLATO SABATO 25 GUGNO 2011 A RAINEWS:

http://youtu.be/19OySPA0rI0

http://youtu.be/7YlkhCsAfg8

 

presentazione libro di Giorgio Fornoni

Giorgio Fornoni, un giornalista

Come fai a fare tutte quelle interviste? Quante lingue sai? È una delle domande poste ieri sera a Giorgio Fornoni dal pubblico che ha assistito (nella Libreria popolare di via Tadino a Milano, con Annaviva) alla presentazione del libro “Ai confini del mondo” (Chiarelettere editore).
“Li guardo negli occhi. Uso interpreti e li guardo negli occhi”. Una risposta nella quale si riassume la vita professionale di questo giornalista d’altri tempi. I tempi eroici di Barzini per intenderci. Fornoni, che per mantenersi ha fatto il commercialista, ha girato tutto il mondo per realizzare reportage (video), per raccontare guerre sconosciute, prepotenze delle multinazionali, Stati che si ergono a giudici supremi e ammazzano per legge. Fornoni – lo ha spiegato bene ieri sera- mette al centro del suo racconto per immagini le sofferenze umane, mostra il male perché ce ne si allontani. Ci fa vedere anche le stelle per farci capire che siamo piccola cosa e siamo anche ospiti in questo mondo.
Per anni, questa sorta di Kapuscinki italiano, è rimasto sconosciuto ai più. Molti dei suoi lavori sono rimasti non pubblicati. Dal 2000 (salvo per una pausa forzata da sindaco di Ardesio) lavora invece per Report (Rai 3). E ora grazie a questo libro (con DVD) si può leggere e vedere riassunta parte della vita professionale di questo collega. Molto più giornalista dei tanti che popolano l’assurdo Ordine professionale.
Ad maiora.

maidan arancione durante la rivoluzione a kiev in ucraina

Le piazze arancioni, da Kiev a Milano

Tra ieri e oggi più di un giornale ha mostrato le foto della piazza dell’Indipendenza a Kiev durante la rivoluzione arancione affiancandole con quelle delle piazze arancioni di Milano e Napoli.

Ho avuto la fortuna – professionale  – di essere presente in entrambe le occasioni. Sia in Ucraina, sul Maidan, nel 2004, sia l’altra sera in piazza Duomo a Milano.

Il colore arancione per quanti parteciparono alla campagna per le presidenziali ucraine fu una scelta dirompente. Era un superamento del rosso. Ma era anche una identificazione molto forte. Lì chiunque lo indossasse, chiunque lo esponesse al balcone come al finestrino dell’auto, segnalava la propria posizione politica, il proprio contrapporsi al regime di Kuchma e Janukovich.

Si usava il proprio corpo, i propri vestiti, come strumento per fare politica. Uno strumento rischioso. Non scoppiò la guerra civile solo per l’estrema responsabilità sia dei militari che di chi gestì quella piazza enorme. E uno dei giornalisti di punta dell’opposizione non finì, pochi mesi prima, decapitato.

Su quelle vicende ho anche scritto un libro: Bandiera arancione la trionferà (Melampo, 2007). Ero ai tempi convinto che quella scossa democratica avrebbe potuto minare le fondamenta della Russia di Putin. Ma l’omicidio della Politkovskaja e l’abile azione controrivoluzionaria messa in campo dal regime (grazie ai Nashi, veri balilla putiniani, in queste settimane estive di nuovo impegnati nei week end procreativi per mantenere la russità della Madre Patria) fecero naufragare tali velleità.

Eppure quel virus democratico è arrivato fino al Mediterraneo. Dapprima con le rivoluzioni in Egitto e Tunisia. Lì non si è utilizzato l’arancione ma il pugno chiuso di Otpor (movimento serbo filo-americano e anti-Milosevic dal quale tutto è partito) che ha cominciato a sventolare in piazza Tahir ha dato l’idea di un testimone che non è stato lasciare cadere. A tal proposito suggerisco la lettura del libro di Gene Sharp “Come abbattere un regime” appena pubblicato da Chiarelettere.

Ora quelle bandiere e quei palloncini arancioni hanno accompagnato le vittorie elettorali di De Magistris e Pisapia. Anche se, a differenza che a Kiev o al Cairo, qui i rischi per chi manifesta in tal modo sono, fortunatamente, pochi.

L’entusiasmo che portò alla vittoria elettorale (al terzo turno) di Jushenko in Ucraina si è trasformato in breve tempo in una grande delusione. Le divisioni nello schieramento arancione hanno contribuito alla plateale sconfitta nelle ultime presidenziali ucraine.

Staremo a vedere se a Milano e Napoli gli “arancioni” riusciranno a non commettere gli stessi errori.

Ad maiora.