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Le indomabili, Davide Steccanella

Le indomabili di Steccanella

Un libro che offre una serie di interessanti spunti sulle donne rivoluzionarie di ieri e di oggi. “Le indomabili” il nuovo volume di Davide Steccanella è una lettura interessante per chi voglia ricercare la parte femminile della nostra storia. Spesso, troppo spesso, declinata al maschile. Davide, che nella vita fa l’avvocato, da anni si occupa di lotta armata. E in questo libro si trovano tante donne che hanno combattuto regimi e ingiustizie. Dalla rivoluzione messicana a quella d’ottobre, dalla guerra civile spagnola al terrorismo. Steccanella è bravo a raccontare, seppure in pillole, storie più o meno dimenticate. Come questa: «Petra Herrera è una delle prime “soldadere”, le combattenti donne in forza nelle truppe degli insorti della Rivoluzione messicana. Per anni conosciuta come Pedro Herrera, Petra sceglie di cambiare il proprio nome in Pedro e di travestirsi da uomo per partecipare militarmente alla guerriglia del generale Francisco (Pancho) Villa, senza limitare la propria azione alle tipiche funzioni femminili di supporto ai soldati uomini, cui sono relegate le donne messicane. Grazie a mille sotterfugi, Petra custodisce il proprio segreto, arrivando persino a fingere di radersi la barba ogni mattina. In guerra dà prova di grande coraggio e lì, certo, nessuno può arrivare a nutrire dei sospetti riguardo alla sua mascolinità, in particolar modo nel vederla alle prese con la sua abilità nel far saltare i ponti. Quando il travestimento viene scoperto, Pancho Villa, nonostante alcune vittorie importanti riportate da Petra, alias Pedro, rifiuta di promuovere una donna al grado di generale. A fronte di questa delusione, Petra abbandona la compagine di Pancho Villa per formare una brigata di soldaderas di sole donne». Ecco un semplice esempio di come nemmeno radersi e fingersi uomo, consenta di arrivare alla parità tra donne e uomini!
Eppure nel libro si trovano personaggi che hanno inciso i loro nomi nei cuori dei loro connazionali. Come Dolores Ibàrruri e il suo No Pasaran! o Rosa Parks, prima donna a essere sepolta nella rotonda del Campidoglio americano. Di lei, del suo coraggio rivoluzionario e radicale, mi sono segnato questa frase che meriterebbe di essere imparata a memoria: «Trovo che se sto pensando ai miei problemi, e al fatto che a volte le cose non sono come io desidero che siano, non faccio alcun progresso. Ma se mi guardo attorno e vedo cosa posso fare, e lo faccio, io progredisco».
Nel volume di Steccanella – grazie all’interesse che l’autore ha verso la lotta armata – figurano molte terroriste, italiane e straniere. Come la tedesca Ulrike Meinhof fondatrice della Raf, che così teorizzava: «Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati 1000 sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco una macchina, il fatto costituisce reato, se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più».
La maggior parte delle storie (che terminano con un invito all’approfondimento e segnalando volumi specifici su ogni indomabile) che ho letto mi era nota. A volte per conoscenza diretta, come per le combattenti del Pkk curde. Qualche singola ribelle mi ha invece sorpreso. Come la tennista Monica Giorgi, finita in carcere per il suo impegno anarchico e femminista. Proprio lei – che aveva fondato l’associazione “Niente più sbarre” – dalla cella scrive queste bellissime parole:«Non sono né fuggita né mi sono nascosta, ho continuato il mio lavoro-studio-sport. Pertanto ribadisco la mia totale estraneità alle imputazioni rivoltemi. Non ho partecipato a nessuna banda armata. Ho partecipato invece a dibattiti, discussioni politiche, problemi sociali del nostro tempo, sempre pubblicamente. Ho insegnato quanto nocivi siano lo sfruttamento e l’oppressione usando la ragione, con critica accesa e polemica rivoluzionaria, che non sono strumenti illegali. Non ho mai terrorizzato nessuno, sono stata io, invece, minacciata in continui e svariati modi, sono stata io terrorizzata anche recentemente, con l’attentato rivolto contro la mia persona i miei familiari. Non ho architettato né concepito nessun sequestro. Sono stata invece io sequestrata per più di un anno in base a inique misure di carcerazione preventiva. Sono stata io rinchiusa in un buco di pochi metri quadrati di spazio di aria, davvero ristretto rispetto alle mie sei ore di sport agonistico che svolgevo quotidianamente. Sono stata io rinchiusa in una gabbia, come un animale feroce, che feroce non è, come la gabbia vorrebbe far credere. Non ho ferito nessuno, né con armi, né con atti, né con parole. Sono stata invece ferita nel mio più intimo, nella mia dignità, attraverso ignobili mistificazione sulla mia persona, umiliata dalle calunnie, dai sospetti, dalle criminalizzazioni preventive. Non ho mai rapinato nessuno e di niente. Sono stata io invece rapinata di tutto, cioè dei miei affetti, dei miei sentimenti, dei miei rapporti umani, della mia esperienza e della mia esistenza. Sono stata io derubata del diritto la vita. Rivoglio la mia libertà».
Rivoglio la mia libertà, una frase che davvero unisce molte di queste ribelli.
Ad maiora
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Davide Steccanella
Le indomabili, storie di donne rivoluzionarie
paginauno
Vedano al Lambro, 2016
Pagg. 219, euro 15

La cella come casa. Il carcere sotto Torchio

“Il carcere non serve a restituire al mondo. È fatto per chiudere, coprire, cicatrizzare. (…) Servono luoghi per contenere il male. Chiavi per chiudere quei luoghi”.
Sono due frasi tratte dal bellissimo Cattivi di Maurizio Torchio (Einaudi). Quando la mia amica Giulia me lo ha consigliato, indicandolo come il miglior romanzo che avesse letto quest’anno, sono volato in Feltrinelli e ho iniziato subito a divorarlo. Non sapevo trattasse l’argomento carcere. Tema che affronterò anche il prossimo 25 maggio – alle 18, alla libreria popolare di via Tadino 18, Milano- presentando il  volume Ne vale la pena di Carlo Mazzerbo che racconta la sua esperienza di direttore del penitenziario della Gorgona.
A Mazzerbo ho consigliato, a mia volta, Cattivi, come lo faccio con voi che avete la pazienza di leggere questo blog. I rari avventori sanno che, per assorbire nella pelle e migliorare la mia prosa, riporto su un bloc-notes (da qualche anno virtuale) le frasi che più mi piacciono dei libri che leggo. Per Cattivi ho scritto una infinità di appunti.
È un romanzo, ma con tantissime, importanti, riflessioni che difficilmente ho trovato nei saggi che ho letto in questi anni.
Il primo spunto, è legato alla simbiosi che si crea tra carcerato e cella. Scrive Torchio: “Ti affezioni al posto dove stai. Anche chi si ferma solo tre o quattro anni, passa comunque più tempo in cella di quanto la maggior parte della gente non ne passi, in casa, lungo la vita intera. Qui, quando scendi all’aria senza l’asciugamano dici: l’ho dimenticato a casa. (…) Qui c’è la mania degli oggetti nuovi. È come fossero fosforescenti. Chi non riceve pacchi da casa vive in celle più buie. Ed è più facile che le guardie lo picchino, più facile che un prepotente se lo prenda in moglie, perché una cella senza oggetti nuovi ti fa pensare: Di questo non importa a nessuno.Gli oggetti nuovi proteggono. Tutto quello che arriva da fuori protegge”.
In Cattivi si parla tanto dei carcerati e delle guardie. Due categorie obbligate a convivere e a parlare. Perché “più un posto è vuoto, più lo si riempie di parole”. Tra le parole c’è spazio anche per quelle che provengono dall’elettrodomestico per il quale lavoro: “All’inizio di una prigionia più una cosa è recente più ti sembra importante. Per questo, ai piani, c’è chi preferisce i telegiornali ai film. Pensano di non aver bisogno di fantasia. Pensano che tutto quello che succede fuori sia straordinario, incredibile così, per il solo fatto che sta fuori”.
Perché la vita di chi sta fuori è totalmente diversa da quella da chi sta dentro. Non certo a riposarsi: “Anch’io all’inizio ho pensato: Finalmente dormirò. Col furgone, senza riposi obbligatori, senza cronotachigrafo, guidi anche trenta ore di fila… Quando mi hanno arrestato ho pensato: Tutto il sonno che non ho dormito guidando lo dormirò in cella. La immaginavo come una cabina: un posto tranquillo, piccolo, chiuso, dove te ne stai per conto tuo. Ma in cella non sei mai davvero solo, davvero al sicuro. E anche quando sei solo non c’è silenzio”.
Al di là della storia che fa da filo conduttore del romanzo (del quale un condannato all’ergastolo, in isolamento, è il protagonista e l’io narrante), le considerazioni che più mi hanno colpito sono quelle relative ai rapporti tra dentro e fuori le mura. Una distanza abissale, un baratro anche per chi nel carcere ci lavora: “Le guardie, sessualmente, sono messe male quanto noi. Anzi peggio. Poliziotti e banditi sono sempre in tv, le guardie no, restano nell’ombra: sono l’armadio dove i poliziotti posano i banditi tra una puntata e l’altra. E le guardie lo sanno. Le ragazze lo sanno. Il fascino della divisa non funziona. Le ragazze sanno che se uno fa la guardia penitenziaria è perché ha fallito il concorso da poliziotto, e non applicherà mai l’adesivo Guardia Penitenziaria sul vetro della macchina, non passeggera in uniforme, tenendole per mano, nei giorni di festa. Il mondo considera le guardie impiegati della cattiveria“. Questi impiegati della cattiveria fanno fatica a comprendere le mogli che vanno a trovare coloro che loro tengono in cella. Non si capacitano di questo genere femminile che, in nome dell’amore, dimentica tutto il resto: “Le guardie soffrono le donne. Le osservano senza capire. Che cosa sono venute a fare, qui, tutte queste donne? Perché si trovano ai binari delle stazioni, nelle grandi città, quando è ancora notte? Cosa cercano, in questi uomini che le hanno lasciate sole? Donne belle, aspettano ore per abbracciarli un istante. E tornano, tornano, tornano. Uomini che non le potranno mai mantenere. Ma a queste donne sembra non importare nulla del futuro, o del passato. Nulla di quegli altri padri, figli, madri, donne che i loro uomini hanno rovinato o ucciso”.
Ma che amore si sviluppa tra dentro e fuori le mura? Un amore malato, tanto affettuoso, quanto morboso: “Ci sono donne adatte per gli uomini liberi e donne adatte per i prigionieri, ed è rarissimo che si tratti della stessa persona. Il modo migliore per avere una donna che ti ami e ti sia fedele, quando sei in carcere, è sceglierti una donna da carcere. Una donna cui piaccia qualcuno a cui pensare, sempre, da appena sveglia a quando si addormenta. Un uomo chiuso in cella è quanto di più vicino si possa trovare a un uomo nella placenta. O un amico immaginario, che non ti lascerà mai. Un dio. Il dio impotente che non può fare nulla della sua vita, o della tua. Solo ascoltarti. O parlare. Un dio impotente ma anche pericoloso: perché criminale. Le donne che vogliono uomini tutti da sognare, pericolosi e innocui insieme, si buttano sui carcerati come il miele”.
Potrei andare avanti ancora parecchio, riportandovi altre delle frasi che mi sono segnato. Ma mi fermo qui. Se no vi tolgo il gusto della lettura. E di appuntarvi, a vostra volta, le frasi che più vi avranno colpito di questo meraviglioso libro.
Ad maiora.
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Maurizio Torchio
Cattivi
Einaudi
Milano, 2015
Pagg. 182
Euro: 19