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Zapping mondiale: da #Napolitano a #Pompei. Italia, ci sta diludendo

Five Star Movement protesters in RomeDopo giorni di  vacche magre, l’Italia torna a far parlare di sé in giro per i siti web del mondo.

Non ho visto grande entusiasmo internazionale, in realtà, per la rielezione del capo dello stato.

Il Corriere del Ticino, dopo aver aperto per giorni sulla crisi, mette nella parte bassa del sito la rielezione di Napolitano.
Critico anche il titolo del Pais che parla dei partiti tradizionali che rieleggono un 87enne.
El Mundo parla invece della novità storica della prima rielezione repubblicana.
Non si cambia molto registro nemeno sul Guardian che usa come foto (quella qui sopra) le proteste a 5stelle. Anche Die Zeit sottolinea l’età del “nuovo” presidente e lo accompagna con una foto nella quale si mostra una donna che ha un cartello contro l’inciucio.
Reieletto Napolitano, il semplice titolo di Le Figaro. Le Monde descrive la rielezione come l’unico modo per salvare la politica dal naufragio. E’ più o meno lo stesso taglio della tedesca Faz.

L’Indipendent, sottilmente, ricorda invece che rimarrà presidente fino a quando avrà 94 anni. Non è un paese per giovani il nostro, si sa.
Concludo la parte italiana con il New York Times che parla di quanto sia vecchia e burocratica l’Italia. Ma non si riferisce alla politica. Bensì allo stato di abbandono in cui si trovano gli scavi di Pompei.
Finisco con l’attentato di Boston e con i giornalisti di Radio Free Europe che sono andari nel paese del Caucaso da cui provenivano i due attentatori. Qui il reportage, anche video.
Ad maiora

DOPO DI LUI UN (INASPETTATO) DILUVIO

Un libro da leggere in questi giorni in cui si parla del dopo-Berlusconi. Anche se il titolo del volume di Oliviero Beha “Dopo il diluvio” (Chiarelettere) fa pensare a grandi imperatori francesi. E invece bisogna guardare più in basso, molto ma molto più in basso: “Le escort di Bari e non solo, lo scandalo Tarantini, la D’Addario a fotografare il premier a Palazzo Grazioli nel leggendario “lettone di Putin” con tanto di registrazioni delle telefonate e dei momenti hard. Dovessi sceglierne una, opterei per la registrazione dello scambio in cui Lui la richiama perché ‘è tornato forte come un toro’, Lei accorre ma lo trova ‘inadeguato’, Lui risolve con un ‘Beh, allora pisciami addosso’ che la Repubblica dovrebbe adottare come story board pubblicitario e insieme epigrafe di questo favoloso Terzo millennio. Dopo di lui il diluvio, appunto…”
Sono state le uniche parole che mi hanno fatto piegare in due dal ridere di un volume che è tutt’altro che allegro e capace di dare speranze. Ma è stato scritto prima della recente tornata elettorale…
Beha, giornalista e polemista (che purtroppo non possiamo più vedere sul Tg3) se la prende con Carlo Freccero che (intervistato dal Giornale) dice una frase davvero discutibile: “L’intellettuale italiano che è stato più sopravvalutato? Certamente Pier Paolo Pasolini”.
Pasolini rappresenta invece il leitmotiv di un racconto che Beha fa degli ultimi anni della nosta stanca Repubblica. Diventata, non solo mediatica, ma anche pubblicitaria. Capace di creare “un flusso mediatico che promuove e vende merce come un’altra, un candidato come un automobile un pannolino un tipo di carta igienica. Berlusconi ha introdotto una novità che colpisce dritto al cuore di questa comunicazione. Ha svuotato le parole come gusci d’ostrica, ha mangiato l’ostrica e ne parla come se dentro il guscio ci fosse ancora qualcosa. Dentro non c’è più nulla. A colpi di dico/non dico, e poi di bugie e smentite e contraddizioni qualsiasi, su cose importanti come su pinzillacchere, Lui continua a “spacciare conchiglie” che sono vuote da un pezzo. Che valgono solo in quanto conchiglie teoricamente piene e in realtà desolatamente prive di ostriche, un prodotto mediatico cui gli italiani si sono assuefatti perfettamente, o quasi”.
Beha critica aspramente anche Bersani (“correo di aver sempre considerato ‘normale’ Berlusconi a patto di vincere le elezioni), i politici trombati che vanno a dirigere le Asl (a volte anche se sono in odore di ‘ndrangheta), e Giorgio Napolitano di cui ricorda le tante controfirme (come al decreto salva liste) ma anche le critiche a Clementina Forleo, da tempo ormai ‘esiliata’ in provincia.
Beha vede elementi positivi nella nascita del “Fatto quotidiano” e si augura per l’Italia una svolta arancione: “Bisogna uscire dal Teatro Italia, evitare l’asfissia. Respirare altra aria. Girare per strada, e organizzandosi fare fra Galdino casa per casa, scuola per scuola, università per università, associazione per associazione culturale, politica, ricreativa, sportiva, ecologica e quant’altre ve ne siano. Farlo perché è necessario, perché nel Teatro la vicenda è già finita, e se fino a ieri era solo scadente la pièce, adesso sta addirittura bruciando l’edificio”.
Il fuoco ora sembra sia stato spento dalla mobilitazione popolare (e digitale). Vedremo se, a differenza di Kiev, chi ha preso il potere non finirà per deludere. Tante più alte le aspettative, tanto più forti i rischi di disamoramento.
Ad maiora
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Oliviero Beha
Dopo di lui il diluvio
Chiarelettere
Milano, 2010
Pagg. 236
Euro 14

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Serve ancora la Nato?

A dimostrazione che la politica estera italiana verso la Russia è bipartisan è arrivato ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che segue a scia la linea politica filo-russa del presidente del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. La linea uscita dal vertice di Pratica di Mare di un grande abbraccio tra America e Russia, con l’Europa che – in sostanza- regge il moccolo. E infatti ieri Napolitano, in visita a Bruxelles (dove è in corso una sessione straordinaria dell’Alleanza atlantica) ha invitato la Nato ad “aprirsi” a Mosca. La Russia è meglio che stia dentro che fuori è – in pillole – la linea di politica estera espressa dal Quirinale. È lo stesso presidente della Repubblica che qualche mese fa (usando un linguaggio mutuato dai tempi sovietici) definiva Medvedev uomo nuovo. E siamo ancora in attesa di capire se questa novità sia vera o solo frutto di propaganda. Valga per Napolitano lo stesso discorso che abbiamo fatto ieri l’altro ascoltando Prodi.

La Russia non vuole entrare nell’Unione europea e nemmeno vuole allearsi con la Nato. Anzi ne ha ostacolato in tutti i modi l’allargamento ad est . Riuscendo assolutamente vittoriosa. Prima rendendo vano il vertice di Budapest, poi vincendo la guerra contro la Georgia (la cui divisione geografica rende impossibile l’adesione senza una “guerra di liberazione”, guerra alla quale il premio Nobel per la pace Obama sembra totalmente disinteressato, peraltro) e poche settimane fa, con il successo elettorale in Ucraina.

Crollato il Patto di Varsavia, più che un rilancio o una rivitalizzazione della Nato (al centro del dibattito in queste ore nella capitale belga) un leader politico europeo dovrebbe chiedersi che senso abbia oggi l’Alleanza atlantica. E se non sarebbe meglio dotare il Vecchio Continente di un suo esercito, magari che non dipenda da Washington (e nemmeno dagli umori di Londra). Ma forse è chiedere troppo.

Ad maiora