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Il futuro del reality dopo il Grande Fratello

Una delle tesi in discussione in questi giorni alla Statale di Milano analizza come il reality abbia modificato il modo di fare televisione. Benedetta Marchesin, nel suo lavoro, analizza il tutto con una cartina di tornasole quale il Grande Fratello. E’ attraverso il successo iniziale e il successivo declio i questo format che la tesista racconta come questa trasmissione abbia cambiato la storia della televisione, concludendo secondo i critici la fase della neotelevisione ed entrando in quella della transtelevisione.

Il Grande Fratello è stato infatti qualcosa di più di un nuovo programma tv, trasformandosi in un evento mediatico capace di introdurre nel piccolo schermo la crossmedialità, che ora impera ovunque.

Dalla crisi di quel genere sono nati dei sottogeneri come i talent che ora vanno per la maggiore, nei quali è sempre centrale il ruolo del pubblico anche se cambia la scelta dei personaggi. La vetrinizzazione del corpo umano, iniziata col reality ha ormai invaso anche altri settori, quali il calcio (da ultimo: Podolski che gioca a bocce) e la politica (avete l’imbarazzo della scelta.

Ad maiora

La porta, finalmente chiusa, del GF

La mamma è sempre la mamma, da GL a GF

Una delle più belle canzone della resistenza (“Oh partigiano non piangere”) invita il combattente a “non pianger più, se qui non c’è la mamma, tra pochi dì si cala al pian la mamma ci sarà”.

Parole e suoni che .- lo so che sono strano – mi sono tornati all’orecchio ieri sera guardando il triste spettacolo della finale del Grande Fratello.

L’elemento chiave dei concorrenti, soprattutto maschi, sembra infatti il rapporto con la madre che, per fare spettacolo, vengono inviate a dare un abbraccio ai loro “eroi”, di cui vanno ovviamente “orgogliose” (e per i quali vanno a fare la fila per prenotare i provini, mentre loro se la ronfano). Segno di una decadenza che non risparmia più nessuno. La italian mamma finirà per prendere il posto – anche nelle barzellette – della yiddish mama.

D’altronde, nelle scorse settimane sono comparse – e qui c’è poco da ridere –  le intercettazioni di alcuni genitori delle falene che frequentavano le notti di Arcore nelle quali una delle mamme si complimentava con la figlia, cui dispensava anche consigli materni: Sei mila euro… brava figlia mia, adesso riposati”.

E proprio dopo la scomparsa, nel 2008, di Mamma Rosa sembra che il nostro presidente del Consiglio si sia dato al bunga-bunga, o quanto meno a pubblicizzarlo.

Proprio Mamma Rosa (cui il coordinatore lombardo del Pdl Mantovani, da sindaco di Arconate, diede la cittadinanza onoraria del piccolo comune milanese) avrebbe insegnato al figlio Nustalgia de Milan, che il cd-premier ha cantato domenica:

http://www.youtube.com/watch?v=SHW9y2JcS9w

Noi preferiamo sentir commemorare la mamma di Beniamino Gigli:

http://www.youtube.com/watch?v=wHqP5FFoyf0

Ad maiora

superenalotto

Estrazione Superenalotto: diamo i numeri

Diamo davvero i numeri. Ogni estate una specie di ubriacatura generale spinge la gente a fare la fila per pagare almeno un euro nel tentativo di imbroccare il 6 al Superenalotto. Un concorso di una società privata, pubblicizzata però anche dalle televisioni dal servizio pubblico. Se la Sisal dovesse pagare la Sipra per tutti gli spot che vengono trasmessi nei telegiornali, verrebbe sbancata. E invece è tutto gratis.

Ogni estate il montepremi cresce, le notizie calano (o meglio diminuisce quel poco di voglia, invernale, di cercarle) e quindi niente di più facile che mandare un giornalista (meglio se una giornalista) a fare interviste al “popolo del Superenalotto”. Scontate le, idiote, domande: “Cosa farà con i soldi, in caso di vittoria?”, “Dove andrà se vince?”, “Gioca sempre gli stessi numeri?”, “Si spera, eh?”, “Ha sognato i numeri?”.

Non domande a condire una non notizia.

Gli unici questi da porre, davanti alla porta delle ricevitoria sarebbero: “Ma lo sa che le sue probabilità di vittoria sono pari a zero?” (1 su 622 milioni, se gioca un euro), “Ma lo sa che dando quell’euro in beneficenza farebbe più bella figura?” (perché ovviamente tutti, per farsi amica la fortuna, promettono di aiutare i più bisognosi, in caso di – improbabile – vittoria), “Ma lo sa se, con quell’euro, va al bar a bere un caffè, legge il giornale, magari fa due chiacchiere e conosce qualcuno?”, “Ma lo sa che se vincesse una cifra così grande, probabilmente non riuscirebbe nemmeno a gestirla?” (a meno che non sia Gaucci o, meglio ancora, l’attuale compagna di Fini).

Ma la Sisal non la prenderebbe bene. E d’altronde quello sul Superenalotto è un servizio di alleggerimento nel telegiornale. Mica una, pur vaga, inchiesta (sociale). Ci vorrebbe un Pasolini.

I soldi che butterete via anche stasera finiscono, in parte, nelle tasche della Sisal. L’azienda ha un fatturato di 390 milioni, 700 dipendenti (settecento!), ed un capitale sociale di 21.217.954,00 euro. La Sisal è controllata, per il 97,15%, dalla società Giochi Holding Spa. Questa società è a sua volta controllata dalla Clessidra SGR Spa e da JackPot Sarl, a sua volta controllata da Permira Europe III Fund e Apax Partner Worldwide LLP.

La Sisal è un’azienda privata che ha in concessione i monopoli di Stato. Intasca il 4,4% di quel che giocherete stasera, l’8% va alla ricevitoria, il 38,1% in montepremi e il resto (49,5%!) al Ministero dell’Economia. Paghiamo una sorta di tassa ogni martedì, giovedì e sabato (800 milioni gli euro che lo Stato incassa all’incirca ogni anno)

Un tempo, una volta alla settimana, si doveva indovinare il 13 alla schedina. Per giocarla dovevi avere almeno una vaga idea dei rapporti di forza calcistici. Il tutto unito, ovviamente, anche alla classica botta-di-culo.

Oggigiorno quello scampolo di conoscenza sportiva non è più richiesto. Nell’era berlusconiana, non solo vince solo chi ha culo, ma tutti sono scioccamente convinti di poter sfondare in questo modo. E’ una sorta di lotteria in stile Grande Fratello, aperta in ogni ricevitoria.

Ah, buona fortuna per stasera. Il banco tanto ha già vinto.