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Orfani bianchi

Gli “Orfani bianchi” di cui non ci accorgiamo

Un libro funziona quando finisci per pensare a ciò che hai letto anche quando stai camminando per strada. Mi è capitato qualche giorno fa leggendo “Orfani bianchi” di Antonio Manzini. A un certo punto svoltando su corso Sempione sono incappato in questa pubblicità casereccia, appiccicata con lo scotch a un palo della luce.

Affittasi posto letto

E quella stanza condivisa mi ha fatto subito tornare alla mente Mirta la protagonista di questo romanzo dell’autore che ha inventato il commissario Schiavone. In questo “Orfani bianchi” non ci sono gialli o casi di polizia, ma il racconto della vita di una delle invisibili che lasciano i figli a casa e attraversano l’Europa per venire a fare le badanti ai nostri anziani.

Mirta è una di queste. Una delle tante ragazze madre che cercano fortuna all’estero per cercare di sbarcare il lunario, per sé e per il resto della famiglia. Mirta per partire, dopo la morte dei nonni, deve lasciare il figlio in un Internat. Anni fa ne visitai alcuni, proprio in Moldova (il paese d’origine della protagonista del libro). Eredi degli orfanotrofi sovietici, questi Internat sono posti dove non è proprio il massimo crescere. In tanti paesi dell’Est vi sono ospitati ragazzi che hanno ancora i genitori, ma i cui padri sono spesso alcolizzato e spariti nel nulla, con le madri costrette a lavorare all’estero per poter guadagnare abbastanza per cercare di costruire un futuro. Bimbi che vengono definiti “orfani bianchi”, perché i genitori non possono accudirli.

Manzini racconta soprattutto la dura vita delle badanti alle prese con famiglie scorbutiche, con anziane che chiedono di morire, con una società razzista quanto basta. A un certo punto Mirta, stufa delle vessazioni, sta per cedere allo sconforto: «No, non ce la poteva fare. Anche i bersagli alla lunga si stancano di essere centrati da frecce e proiettili. Non che pretendesse un grazie, un encomio, una carezza. Ogni tanto sarebbe bastata una parola gentile. Quell’incubo doveva finire. Stare a servizio in case sconosciute, con persone sconosciute con le quali non aveva niente da dividere non era vita». Insomma, uno spaccato (nascosto) della società in cui viviamo. Un libro amaro che fa riflettere (e arrabbiare).

Ad maiora

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Antonio Manzini

Orfani bianchi

Chiarelettere 2016

Pagg. 240

Euro 16

Hrw premia Natalia Morar

Human Rights Watch ha annunciato i vincitori del premio Hellman/Hammett riservato a scrittori e giornalisti per “il loro impegno per la libera espressione e di coraggio di fronte alle persecuzioni politiche”. Tra loro la giornalista Natalia Morari, moldava russofona, per anni residente a Mosca.

La Morari, giornalista investigativa, si occupa di corruzione e di riciclaggio di denaro. Ha pubblicato vari articoli sugli affari del clan putiniano e sui “fondi neri del Cremlino”. Pezzi che a Mosca non sono piaciuti. Nel 2007 alla Morari è stato vietato l’ingresso in Russia (stava tornando a casa dopo un viaggio in Israele) e un suo nuovo tentativo di rientrare in Russia, nel 2008, insieme al marito (giornalista russo, sposato forse solo per ottenere il visto) è stato respinto dalle autorità aeroportuali che l’hanno bloccata (insieme al collega) nella terra di nessuno prima di rimpatriarla in Moldova. La Morari è considerata infatti una minaccia alla sicurezza nazionale. Respinta anche la richiesta di cittadinanza russa, malgrado sia sposata con un cittadino della Federazione.

Neanche a Chisinau comunque la Morar (classe 1984)  sta tranquilla. Durante la rivolta contro i comunisti vincitori di contestate elezioni nel 2009, è stata arrestata (per due giorni). Anche in Moldova viene infatti considerata una minaccia alla sicurezza nazionale.

Questo il suo blog:

http://natmorar.livejournal.com/

Il premio di Human Rights Watch, ong con base a New York che si occupa di diritti umani, è andato anche a Musa Mutaev, scrittore ceceno che ora vive esule in Norvegia. Per i suoi articoli è stato arrestato e picchiato dai federali in Cecenia prima e in Inguscezia poi. Dal 2004 ha ottenuto l’asilo politico.

Premiato anche Almas Kusherbaev, giovane giornalista kazako che ha osato criticare il governo del suo paese in articoli su corruzione e scarsa democrazia. Un pezzo su un uomo d’affari impegnato in politica ha portato alla chiusura (per bancarotta) del giornale per cui scriveva.

Infine, sempre per l’area che seguo, va segnalato il premio ad Alikhan Kureishevich Timurziev, giornalista russo che si occupa di Cecenia, Inguscezia e Nord Ossezia per il quotidiano Ingushetija. Ha spesso accompagnato Anna Politkovskaja nei suoi viaggi nel Caucaso. Il suo lavoro non era gradito ed è statlo picchiato e avvelenato. Da due anni e mezzo vive in Polonia in attesa dell’asilo.

Per chi voglia vedere nomi e motivazioni dei /42) premi può cliccare qui: http://www.hrw.org/en/news/2010/08/04/banned-censored-harassed-and-jailed

Ad maiora