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Torto marcio copertina

Torto marcio, bel noir milanese

Ogni volta che esce un nuovo libro di Alessandro Robecchi non vedo l’ora di finire il volume che ho sul comodino per potere iniziare a leggere questo nuovo giallo. E anche questo noir, sempre ambientato a Milano, non ha tradito le aspettative. Anzi, con “Torto marcio”, Robecchi ha, a mio giudizio, fatto un salto di qualità.

Robecchi è in grado, come pochi, di raccontare una Milano non da cartolina (anzi, non da Instagram). È qui che si ambientano tutti i suoi gialli ed è qui che si concentra anche questo “Torto marcio”, dove si susseguono omicidi.

Da sempre le sue pennellate lasciano un segno, caustico: «Alle tre e un quarto via Angelo Mauri era tranquilla e di nuovo deserta, solo con qualche finestra illuminata più del solito, perché non tutti erano pronti ad andare a dormire dopo aver visto il sangue sotto casa. E dove siamo, eh? A Napoli? A Bogotà? Il custode della scuola aveva chiesto se poteva lavare il marciapiedi, che domani i ragazzini… Carella aveva detto sì e quello era uscito con un tubo verde. Tre ora dopo l’omicidio non c’erano più tracce, né segni, nemmeno quelli col gesso, spariti dopo quel violento lavaggio. Cancellare. Dimenticare in fretta. Sbrigarsi. Milano». (Anche dopo la strage di Piazza della Loggia, a Brescia, i vigili del fuoco cancellarono ogni traccia a poche ore dalla bomba: ma in quel caso la fretta non era dettata dalla necessità di tornare presto alla normalità, ma di ostacolare il prima possibile le indagini).

I personaggi ideati da Robecchi, in questa vicenda, hanno a che fare con tre omicidi in serie. Tutti firmati allo stesso modo: con un sasso sul cadavere. Una firma perfetta (nella finzione fin troppo plausibile) per scatenare una tempesta mediatica, tra trasmissioni dedicate e giornali scandalistici (averne di non scandalistici, ormai).

L’intrigo anche a livello poliziesco è interessante e la squadra di agenti che opera (prendendosi le ferie) davvero credibile. Questa volta sembra un po’ forzata invece la presenza di Carlo Monterossi, produttore televisivo che odia la tv e che come la signora Fletcher incappa in ogni caso di cronaca nera che accade a Milano.

Il resto è invece delizioso e godibile (e forse meriterebbe una trasposizione televisiva).

Quando si torna ad appoggiare il libro sul comodino (prima di finire in libreria accanto agli altri volumi, “Questa non è una canzone d’amore”, “Dove sei stanotte” e “Di rabbia e di vento” tutti Sellerio) si comincia a sospirare nell’attesa di quando uscirà la prossima storia robecchiana.

Ad maiora

 

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Alessandro Robecchi

Torto Marcio

Sellerio, Palermo 2017

Pagg. 421

Euro 15

Il noir di Robecchi nella Milano di Expo

Il secondo episodio di una serie di libri è sempre il più complicato. Soprattutto se il primo è andato bene. Alessandro Robecchi riesce invece a essere convincente anche in questo suo secondo giallo, sempre ambientato a Milano. “Dove sei stanotte” non solo parla di Milano, ma addirittura di Expo e quindi potrà essere lettura gustosa per chi si prepara per i 20 milioni di turisti attesi (sulla cifra, totemica, Robecchi scherza a più riprese).

Anche in questo libro (come in Questa non è una canzone d’amore, edito sempre da Sellerio) il protagonista è Carlo Monterossi, autore televisivo che non ama la tv e che si infila sempre in un mare di guai. Guai che questa volta lo conducono a una storia d’amore (che in qualche modo ci aspettiamo abbia conseguenze nel terzo volume. che a questo punto attendiamo fiduciosi).

Robecchi (ex Cuore, ex Piovono Pietre di Radio popolare ora nel gruppo di Crozza) ha nello scrivere uno stile ironico che lo rende davvero riconoscibile. Come molti milanesi, ama e odia la sua città e i suoi abitanti. Che adorano le quattro ruote come pochi altri: “Contravvenendo alle sue abitudini, sottraendosi alle spire del vizio, tradendo un dogma della sua personale religione, e al tempo stesso il genius loci milanese, smentendo i luoghi comuni che come si sa hanno sempre ragione, Carlo Monterossi decide di non prendere la macchina e andare al lavoro con i mezzi pubblici. Passano quaranta secondi e cinquanta metri e ha già cambiato idea, ma ormai sta scendendo le scale della metropolitana, e allora decide di continuare in quella mossa contronatura”.

Alessandro ha, come già capitato nei precedenti libri, una grande capacità di descrizione, immaginifica: “Ha la faccia di uno che ha nascosto il veleno per i topi nei cereali e poi se n’è scordato e ha fatto colazione”.

Su Maria, la donna che ha fatto innamorare Monterossi: “Le gambe che spuntano dal vestito che arriva appena sopra il ginocchio sono forse il prototipo perfetto su cui il Signore ha progettato le gambe, il modello insomma, l’originale, il calco primigenio. “Devono essere così”, avrà detto ai suoi ingegneri. E quelli a borbottare su quel vecchio perfezionista incontentabile”.

La trama vede un duplice omicidio, con la polizia che fatica perché deve fare i salti mortali per coprire tutte le scorte a politici e diplomatici impegnati nella kermesse mondiale e fatica a stare dietro a un caso appena più complesso di una rissa tra immigrati (che pure hanno un ruolo centrale nella parte del libro incontrata al Corvetto).

Il commissario Gregori sbotta così col vicesoprintendente Ghezzi: “Non mi rompa il cazzo anche lei coi turni e gli straordinari e la burocrazia… Io sto già qui con ‘set carature di cazzo… Il Ghana, l’Africa, il cibo e la speranza… sa dove se la può infilare la speranza il presidente del Ghana?… Esposizione universale dei miei coglioni… questa è l’esposizione universale della rottura di palle!”.

Buon Expo. Anzi buona lettura.

Ad maiora

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Alessandro Robecchi

Dove sei stanotte

Sellerio

Pagg. 355

Euro 14

Questa non è una canzone d’amore, ma vi farà ridere ugualmente

“Questa non è una canzone d’amore” il nuovo libro di Alessandro Robecchi è diverso dai suoi precedenti. L’autore (uno dei guru che lavorano dietro le quinte di Crozza) si è infatti cimentato in un giallo, scritto però in un modo che se lo leggete a letto mentre qualcuno al vostro fianco sta dormendo, rischierete di svegliarlo.

Soffocare le risate, comunque non è sano…

La trama è complicata ma ha al centro Milano (e il suo agghiacciante e sconfinato hinterland) e il tema dell’amore (che fa fare di tutto), sentimento di cui si riempiono le trasmissioni televisive. Nella vita reale e in questo libro.

Come ogni giallo che si rispetti, il finale è a sorpresa e i cattivi perdono.

Ciò che mi piace sottolineare è però lo stile assolutamente godibile con cui Robecchi ha scritto queste pagine edite da Sellerio.

Vi faccio degli esempi (i titoli sono miei).

Servilismo statale (siamo in Questura, entra il Pm): “Fortunatamente per lui si apre la porta ed entra un tizio. Sovrintendente e vicesovrintendente si alzano come un sol uomo, deferenti. Gregori, invece, alza il culo di qualche millimetro, un gesto provato per anni, riprovato, raffinato, collaudato, portato alla perfezione. Un gesto che affonda le sue radici in secoli di pubblica amministrazione, di graduatorie statali, di sua eccellenza, di vossignoria, di servo vostro, di dica dottore. Un gesto che è insieme l’accettazione delle regole e una piccola ribellione.”

Il Pm: “È alto, magro, sui quaranta, con la barba appena accennata. Pantaloni di velluto, giacca di velluto, gilet di velluto, occhiali di velluto, mezzo toscano spento di velluto, una ventiquattrore di velluto e Clarks beige ai piedi? Se i magistrati vogliono smettere di farsi dare dei comunisti sarà meglio che comincino a vestirsi in un altro modo”.

Una foto con soggetto femminile: “È il primo piano di una donna, né giovane né vecchia, sulla quarantina portata male, sulla cinquantina portata bene, se ne ha trenta, invece, ha vissuto in povertà alla periferia di Bucarest. Se qualcuno le ha detto ‘come sei carina’, ha smesso dopo la prima comunione”.

Il viale che porta a San Siro: “A sinistra invecchiano malamente palazzi alti degli anni Settanta, piastrellati in klinker, con portoni in alluminio anodizzato fuori e ceto impiegatizio dentro, anodizzato anche lui. A destra, invece, piccoli blocchi in cemento color cemento con minuscoli cortili in comune, balconcini bassi, mono-bu-trilocali di edilizia popolare. Tipo periferia di Beirut sfuggita alle bombe, ed era meglio se non sfuggiva”.

Sguardo femminile critico: “Purtroppo, tra il fatto che è solo un uomo e il fatto che sfiora il patetico, Nadia lo guarda come Cortés guardava gli aztechi: due parti di disprezzo, una di schifo e una scorza di aperta derisione, che quello non vede in quanto accecato dal suo stupido piacersi”.

Mi fermo.

Ho riso anche solo a scrivere e riportarvi queste frasi. Che non sono esaustive del libro, ma che rendono un idea del tipo di lettura. Da fare questa estate.

Ad maiora

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Alessandro Robecchi

Questa non è una canzone d’amore

Sellerio editore

Palermo, 2014

Pagg. 420

Euro 15

La Romania e il suo doppio

 


Un piccolo libro che racconta, meglio di mille saggi, quello che ha rappresentato il socialismo reale, con quel suo controllo sulle persone spesso devastante. Quanti in questi giorni si stracciano le vesti per la difesa della privacy e che passano le vacanze con ex tenenti colonnelli del Kgb, farebbero bene a leggere “Cristina e il suo doppio” del premio Nobel per la letteratura Herta Müller (Palermo, Sellerio, 2010).

 

La scrittrice racconta l’attività della Sicuritate per distruggere la sua reputazione, per controllare la sua vita: «Dal momento che avevano messo una cimice spia in ogni stanza, non c’era una sola nicchia del privato che sfuggisse al controllo statale». Con una protervia che tuttora la stupisce: «a voler essere precisi, pensavamo anche che, per nemici dello Stato che fossimo, tutto sommato non eravamo degni di un tale dispiego di mezzi».

Dapprima i servizi segreti comunisti avevano comunque cercato di assoldarla. Fallito questo primo obiettivo hanno fatto trapelare invece il contrario. Come spiega, «i Servizi segreti si sono adoperati massicciamente per raggiungere lo scopo di spacciarmi per una loro agente». Questo spiega il titolo del libro che racconta, oltre alla storia individuale di tedescofona in Romania, la parabola di un paese che non si è mai liberato dalla tenaglia dei vecchi esponenti del regime: «Tranne che nella carriera diplomatica, oggi in Romania un ex informatore può trovarsi più o meno nella stessa posizione che occupava un tempo».

Una frase che ha un’eco nella bella intervista che qualche giorno fa Domenico Quirico de La Stampa  ha realizzato allo scrittore albanese Ismail Kadarè: «La dittatura, certo è caduta, ma ne restano le vestigia sempre: non quelle concrete ma quella di una certa mentalità generale».

La Müller è molto critica su come la Romania, ora nell’Unione europea, sia uscita dalla dittatura, che ha lasciato comunque i suoi strascichi (non solo un’orribile palazzone nel centro di Bucarest): «Dopo Ceausescu si è provveduto a trasformare la Securitate in un mostro astratto, le cui colpe non sono personalmente imputabili a nessuno».

Posso testimoniare che la paura dei terribili servizi segreti sia sopravvissuta alla loro fine. Qualche anno dopo la caduta del Muro, ero a Bucarest per una durissima manifestazione di minatori non pagati (erano arrivati a dar fuoco al Parlamento) contro il governo. A un certo punto partì una durissima carica e fuggirono tutti, giornalisti compresi. Il grido di paura che lanciavano i manifestanti era solo “Securisti, securisti!” e faceva tremare anche chi non aveva mai vissuto in una dittatura.

Che fare allora? Aprire gli archivi, in Romania, come in Russia, come nel Paese delle Aquile. L’obiettivo lo spiega sempre l’ottimo Kadarè: «Per liberarsi davvero del passato autoritario l’Albania ha bisogno della verità, del coraggio, che finora non ha avuto, di aprire gli archivi, di non farsi ricattare dall’alibi delle possibili vendette».

La Müller ricevette il Nobel per la letteratura perché capace di “rappresentare il mondo dei diseredati”.  Una capacità dimostrata anche in questo piccolo ma importante volume.

Herta Müller

Cristina e il suo doppio

Sellerio editore

Palermo, 2010

Euro 9