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Conflicto

Para despejar cualquier duda y para que no me escondo detrás de una cortina de argumentos complicados, les diré que antes de venir (al Festival della Letteratura di Segovia, Ndr) voté per correo y que no voté a favor de la indipendencia. (…)Para bien o para mal, soy un hombre descreído. Quiero creer que tengo principios, pero no creo en ninguna religión ni en ninguna patria. (…)

Sencillamente voté en contra porque considero que la indipendencia no sería una cosa buena per los catalanes. (…)

Un conflicto es un fenómeno peculiar, porque el meollo del conflicto no es nunca el factor económico ni político ni juridico, ni siquiera el elemento emocional. El meollo del conflicto es el conflicto. (…)

Sin embargo, cuando comienza la Ilíada, el motivo fundamental de la guerra de Troya sólo es la guerra de Troya.
Eduardo Mendoza, escritor, El Pais, 30 de septiembre de 2015
Ad maiora 

Murales rivoluzionario a L'Avana, Cuba

Visitare Cuba: Centro Habana

Secondo giorno di viaggio qui a Cuba. Il primo dedicato alla visita della sua capitale.

Mi sveglio alle 5 del mattino (le 10 in Italia) perché il mio corpo non si è ancora adattato al nuovo fuso orario. Marta invece ronfa di gusto. Buon per lei. 

La colazione da Lazaro è buona. Perché, come mi ricordavo da Haiti, il sapore della frutta che si trova qui non è rinvenibile altrove. Ottimo anche il caffè cubano.


Rinfrancati dal cibo ci lanciamo alla visita del centro de L’Avana, dove ci troviamo. Avevamo letto nel guest-post di Fraintesa come sarebbe stato l’approccio di tanti cubani alla vista di due stranieri che passeggiano per strada. I cosiddetti jineteros ci hanno offerto taxi-sigari-alcol-ristoranti ogni minuto e mezzo e chiesto soldi ogni cinque. Ce la siamo cavata con qualche peso convertibile (Cuc).

La città è di una bellezza decadente. Il traffico è però micidiale e la puzza di benzina di scarsa qualità ti accompagna ovunque. Le vie laterali (quelle che dal mare vengono verso il centro) sono meno trafficate. E quindi migliori da percorrere a piedi (sempre evitando, a fatica, l’offerta dei taxi).


Il caldo è opprimente. Troviamo refrigerio in un bar e soprattutto un po’ di tranquillità nella chiesa (neogotica) del Sagrado Corazon de Jesus.


Ci sono palazzi maestosi, anche se molti sono chiusi per ristrutturazione, come il Capitolio Nacional. Nessuno sa dire quando verrà riaperto questo edificio (più alto di quello di Washington cui si ispira). Questa, a quanto dicono gli habaneros con cui abbiamo parlato, sembra dovrà diventare la sede del parlamento cubano.


A pranzo mangiamo una discreta pizza, pietanza che si trova praticamente ovunque in giro per L’Avana (“La pissa, la pissa” si sente spesso gridare per strada dai venditori porta a porta). Due pizze e due bottiglie d’acqua 8 Cuc.
Costano un poco di più i vestiti che ho dovuto comprare per sopravvivere in attesa dell’arrivo della valigia che ieri non mi hanno consegnato al mio arrivo a L’Avana. Da Air France fanno sapere che è rimasta a Parigi.

CHINA TOWN SENZA CINESI
Sempre in Centro Habana visitiamo anche il quartiere cinese (Barrio Chino), uno dei più grandi delle Americhe, con una caratteristica: i cinesi se ne sono andati (in Canada e Usa) dopo la vittoria della rivoluzione socialista. Gliene era evidentemente bastata una…


A proposito di rivoluzione guevarista, in giro si trovano dei murales davvero bellissimi. A parte quelle ufficiali comunque, difficilmente ci sono altre scritte, o tag.


Aspettiamo invano un amico cubano di Marta e poi decidiamo di uscire per fare la spesa. Domani ci aspetta un lungo viaggio in bus, destinazione: Trinidad. A L’Avana, o almeno nel suo centro, non ci sono “supermercati” come li intendiamo noi, ma tanti piccoli negozi (tiendas) che vendono alcuni prodotti. Preparatevi a lunghe code, spesso infruttifere. Spesso quando entrate (siete stranieri, immediatamente riconoscibili) c’è qualcuno che vi cerca di aiutare a ordinare e poi immancabilmente vi dice che ha il bambino che sta male e ha bisogno di soldi. Anche comprare l’acqua comporta quindi un esborso doppio. La frutta (salvo le mele, ma ne parleremo tra poco) costa davvero poco: è però molto matura e quindi va mangiata praticamente subito


Sulla Lonely planet indicano un negozio dove si può trovare di tutto, ma non troviamo il posto! Nel frattempo, camminando sotto il sole, siamo passati da Centro Habana a Habana Vieja. Se nella prima ci sono case diroccate e tanti cubani, qui le case sono tutte in ordine e incrociamo turisti a frotte. Malgrado questi segnali di allarme, incappiamo nella prima fregatura cubana: compiamo cinque mele che ci vengono fatte pagare 5 pesos convertibili. Cinque euro al chilo, praticamente. Manco in Montenapoleone! Va beh, ci consoliamo pensando che quello dovrebbe essere il costo del pranzo di domani (insieme a qualche snack).


A cena seguiamo pedissequamente la Lonely e andiamo da Hanoi ristorante di cucina cubana nella Habana Veja. Troviamo quattro inglesi tutti muniti, come noi, della stessa guida inglese (praticamente ne conteremo decine di copie al giorno, stessa foto in copertina, qualcuna col titolo Kuba, alla tedesca). Mangiamo bene, ascoltando musica cubana.

I prezzi sono onesti (12.50 Cuc, più mancia per camerieri e musicisti) e nel menù c’è una parte vegetariana. Miracolo!  Marta entusiasta della salsa ai pomodori che accompagnava i gamberetti.


Usciamo dal locale (che di Vietnam ha solo il nome) e andiamo a fare due passi in Plaza Veja (visiteremo con calma il resto della città vecchia al nostro ritorno, tra una settimana). È un posto davvero magico… Ma sembra di stare in Spagna! Tutto è perfetto, assolutamente in dissonanza col resto dell’Avana.


Forse anche per questa ragione, la maggioranza di quanti passeggiano qui sono turisti stranieri. Torniamo subito nel “nostro” quartiere (Centro Habana). Lo si riconosce dalle strade dissestata e dalla gente che cammina senza la guida turistica in mano (semmai con della frutta).


Si vedono anche ragazzini che giocano a pallone per strada (scena da noi scomparsa negli anni ’70) e altri che giocano a basket, in mezzo al traffico (scena da noi mai vista, ma negli States sì).


Andiamo a dormire abbastanza presto ma veniamo svegliati (il plurale qui è maiestatis) da Lazaro che ci invita ad alzarsi perché dall’aeroporto hanno riportato la valigia. Miracolo. Firmo al buio un foglietto che mi pone il tassista e riporto il mio bagaglio disperso in camera. Non lo apro nemmeno e mi rimetto a dormire. Soddisfatto. Domani affronterò il viaggio coi miei vestiti.

Ad maiora.

Gli “spaghetti western” non sono scotti

Ricevo e volentieri pubblico questo nuovo contributo dell’amico e collega Sergio Calabrese. Che compare anche in foto mentre riprende Sergio Leone.

Ad maiora

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“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. Sergio Leone dixit. E’ una frase che fa parte ormai della storia del cinema mondiale. “Per un pugno di dollari” 50 anni fa uscì nelle sale cinematografiche italiane e tracciò la via a un genere che ancora oggi fa scuola: il western italiano. Giovanni Amati (il re degli esercenti) quando gli fu proposto di programmare “Per un pugno di dollari” decise di proiettarlo in una sala cinematografica della periferia romana. Una di quelle sale dove si vedevano soltanto film di serie “b”.  “Tanto – aveva detto il patron della distribuzione – il film sarà destinato a sparire dalla circolazione in un paio di giorni”. I critici, da parte loro, come spesso accade, spararono sul film senza pietà massacrandolo. Anche il vate dei critici Tullio Kezich non fu tenero con il regista romano. In seguito, contrariamente alle previsioni, gli “spaghetti western”, così erano chiamati tutti i film western che non erano made in Hollywood, faranno boom. Il pubblico, contro ogni previsione, ne decreterà un grande successo.

Cinquantanni fa, era il 1964, con “Per un pugno di dollari” nasceva il più clamoroso fenomeno commerciale del cinema italiano di tutti i tempi: la pellicola a basso budget, con una lavorazione a tratti disperata per mancanza di fondi (in Spagna ci fu addirittura un ammutinamento della troupe perché non percepivano la paga da un mese) ebbe un successo che in breve tempo varcò i confini italiani. Gli spocchiosi producer d’Oltreatlantico fanno marcia indietro e cominciano a tessere le lodi del regista italiano. Quelli che i critici dell’epoca avevano denunciato come difetti e approssimazione narrativa, furono proprio gli elementi che contribuirono al grande successo del primo “spaghetti western”. Nella storia il protagonista scardina tutte le convenzioni e gli schemi classici del film western dove vi è il bene e il male.

Nella pellicola di Sergio Leone il protagonista è l’antieroe che agisce esclusivamente per ragioni personali, anche se con nobili intenti. Questa originale chiave di lettura del western alla “romana” alla fine influenzerà molte pellicole western prodotte a Hollywood. Lui, “il Leone”, nel frattempo si gode il successo. E pensare che per fare leva sui mercati esteri “Per un pugno di dollari” Sergio Leone fu costretto a firmarsi con un nome americano, Bob Robertson. La produzione italiana riteneva che un flm western non poteva avere attori con nomi italiani. E fu così che anche Gian Maria Volontè, che nel film interpreta il ruolo del cattivone, Ramon Rojo, fu costretto ad assumere lo pseudonimo di John Welss.

Dopo il trionfo sui mercati americani del film, ci furono alcuni registi che furono invece costretti dalle major di Hollywood a firmare i loro film con nomi italiani. Il western “made in Ciociaria” tira e fa tendenza. I film girati da Sergio Leone in Lazio, Abruzzo e nelle Asturie sono ormai un fenomeno internazionale. Tra il 1966 e il 1968, sono ben 160 i film di ambientazione western. Questo è il cinema bellezza, è il cinema italiano! Sembra dire Leone ai suoi criticoni che lo avevano duramente accusato di aver plagiato per il suo “Pugno di dollari” il film del giapponese Akira Kurosawa “La sfida del samurai”. Cosa del resto vera che ammise pure – senza tanti imbarazzi- lo stesso regista. Ci fu anche una causa per plagio che il regista Kurosawa vinse. Una piccola ombra su uno dei capolavori del cinema western targato Leone: primo della trilogia con i film “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”. Film quest’ultimo, che nelle scuole americane di cinema si studia ancora oggi analizzando le inquadrature, i grandi totali, l’uso maniacale dei primissimi piani, e soprattutto gli sguardi e i silenzi dei protagonisti. Al successo di questi film contribuì il monumentale Clint Eastwood. L’uomo dal mantello e dall’eterno sigaro in bocca. Sigaro (toscano) che il protagonista del “Pugno di dollari” detestava. Lui non ha mai fumato in vita sua. Ogni scena col sigaro in bocca per lui era una tortura. Inizialmente il protagonista doveva essere Henry Fonda, ma il suo agente, al quale Leone aveva mandato il copione da leggere, gli rispose con un telegramma che Fonda non avrebbe mai interpretato una simile parte. Poi Leone scoprì che Fonda non aveva mai letto il copione. Ma tant’è. Al successo dei film di Leone contribuì, con le sue colonne sonore, un altro grande del cinema italiano: il Premio Oscar Ennio Morricone. Anche lui, all’epoca, costretto a firmare le musiche di “Per un pugno di dollari” con il nome di Dan Savio.

Sergio Leone visto da vicino                                                                                                 

Fine anni Settanta. Per gli speciali della Rai una troupe gira “Registi in vacanza”. L’appuntamento con il nostro protagonista dello speciale è di buon mattino, al molo di Fiumicino. A bordo dello yacht  ci accoglie un giovane allampanato collaboratore del regista che ci comunica che il “maestro” arriverà tra poco. Sergio Leone è il protagonista del nostro speciale. Ciak in campo e l’”omone”, che ci incute timore solo a guardarlo, ci mette subito a nostro agio. Si racconta e racconta momenti della sua vita familiare e professionale. La dura gavetta, i primi successi e poi la fama di regista universalmente riconosciuto. Il sogno della sua vita era quello di realizzare un film western da lui scritto. I sogni nel cinema, a volte si avverano. Sergio Leone con i suoi “Spaghetti western” e tanti altri memorabili film è ormai entrato di diritto nell’Olimpo della storia del cinema Mondiale. Per la cronaca, il giovane allampanato che ci accolse sulla barca del regista era (è) Dario Argento. Il regista di “Profondo rosso e di tanti altri thriller “made in Italy”. Argento con Bernardo Bertolucci collaborò alla stesura del soggetto di un altro grande film di successo di Leone “C’era una volta il West”.

Sergio Leone

Figlio di Vincenzo Leone regista del cinema muto e dell’attrice Bice Valeran, esordisce come comparsa “volontaria” in “Ladri di biciclette” il capolavoro neorealista di Vittorio De Sica. Il suo primo lungometraggio è stato “Il colosso di Rodi” film mitologico che aveva avuto modo di esplorare collaborando come aiuto regista nel film “Ben Hur” (1959) Il regista muore per un infarto il 30 aprile del 1989 mentre nel suo studio stava lavorando alla sceneggiatura incentrata sulla storia e l’assedio di Leningrado.
Alè!
Sergio Calabrese

Risollevata la Concordia. Ce la farà anche l’Italia?

costa_concordia_01Ancora tanta Italia sui siti online stranieri, ancora e soprattutto per il raddrizzamento della Costa Concordia.
Il Guardian punta l’attenzione sui famigliari dei due dispersi che si augurano che l’operazione permetta il recupero dei corpi.
L’Indipendent punta invece più l’attenzione sull’abilità di chi è riuscito a raddrizzare il relitto.
La Cnn racconta del sollievo dell’Isola del Giglio.
Il Washington post sottolinea come sia l’operazione di recupero più cara della storia. Il Telegraph spiega (anche con un video, ma quello ce l’hanno più o meno tutti) come il raddrizzamento abbia mostrato i danni su un lato dello scafo. L’operazione di salvataggio ha fatto davvero – come dicono i provinciali che non hanno capito la forza della Rete – il giro del mondo. Campeggia anche su Chinadaily.
Dalle nostre parti si è parlato di riscatto italiano. E’ un tema che trova spazio su Le Monde che si chiede se si risolleverà anche l’Italia e sulla Taz che si chiede se ce la farà anche l’Euro
Lasciamo la Concordia ma rimaniamo in tema di acque. La macchia che si vede sul lago (italo-svizzero) di Lugano è causata dalle alghe. Lo scrive il Corriere del Ticino.
Voltiamo pagina. L’interesse del Qatar per Versace ha un buono spazio sul sito di Al Arabiya. La tedesca Zeit dedica invece un post sul raddoppio dei laureati all’Università di Bologna.
Chiudiamo con il basket. I campioni uscenti della Spagna si stanno leccando ancora le ferite dopo la sconfitta europea con l’Italia. El Pais parla di Gasol come di un campione irriconoscibile.
In attesa della sfida di domani con la Lituania, godetevi gli highlights:

Ad maiora

A zonzo per la Spagna

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Chiudo con questo post, i miei racconti di viaggio sulla Spagna (e la Francia).
Quasi 4000 chilometri percorsi per andare da Milano a Jerez della Frontera. Avendo come filo conduttore per lo più il caro Mediterraneo.
Che ha riservato delle sorprese. Come quella della foto che apre questo post: Playa de las Arenas, omonima di quella

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È un posto meraviglioso e deserto che abbiamo scoperto per caso, non percorrendo l’autostrada ma la statale che da Gibilterra porta a Marbella.

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L’acqua risente dell’Oceano ed è quindi bella fredda. Forse anche per quello intorno a voi non avrete mai nessuno. Io e Marta abbiamo giocato quasi un’ora coi piedi ammollo a racchettoni senza doverci mai interrompere per il passaggio di anima viva.

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Parto da questo aspetto perché quella spiaggia mi è rimasta nel cuore. La Spagna è un grande paese, perfetto da girare in macchina. Ha strade molto belle, per lo più gratuite. Una volta superata i Pirenei abbiamo impedito al navigatore di farci pagare pedaggi. È stata un’ottima scelta. Non solo per ragioni economiche (ah, il gasolio qui costa molto meno che da noi: 50 euro il pieno, contro le 70 che pago nel paese delle tasse, il mio).
Girare l’Andalusia in auto permette di vedere panorami davvero interessanti. Con tanti tori. Veri e finti.

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Il toro nero che guarda fiero è diventato di fatto il logo della Spagna. Spesso negli adesivi viene messa al centro della bandiera nazionale.
Nel viaggio, oltre ai tori, abbiamo trovato molti volatili. Come questo, fotografato a Cordova.

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Tra i monumenti quello che mi ha affascinato di più è stata la Alhambra di Granada.

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Tra le città, quella per la quale avevo meno aspettative: Jerez de la Frontera.

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Il posto dove ho mangiato meglio il Las Piconeras di Cordova.

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Finisco con gli alberghi. Ne abbiamo provati parecchi, affidandoci sempre a Booking. Un sito che ha poteri “magici”.
È in grado di portare frotte di turisti nordici in una stamberga sopra un ristorante, come il Trabuco a Santiago della Ribera.

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Ma, va detto, grazie a Booking, abbiamo scoperto il b&b Aljibe del Albayzin a Granada.

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Ma soprattutto non ci saremmo mai fermati a Vinarós, e non avremmo scoperto il b&b Casa Amamos, posto davvero delizioso, a pochi metri da una bella spiaggia.

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Infine la radio che, salvo una vagonata di cd, ci ha accompagnato per tutto il viaggio: Europa FM (anzi, efeme). Passa musica pop (se volete sentire quella Rock, ce ne è una apposta: Rock FM).

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Ad maiora

Cordova, Mezquita e non solo

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Perdersi tra le assolate stradine del centro di Cordova è un’esperienza consigliabile a quanti visitino questa città andalusa.
Che ha un grande punto di attrazione: la Mezquita, ossia i resti di quella che fu la più grande moschea in Europa, trasformata dopo la “reconquista” nella cattedrale della città. Visitarla costa non poco: 8 euro per gli adulti e 4 per i minori di 12 anni.

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La parte islamica mantiene quasi intatto il suo fascino, anche se non si possono non notare gli interventi fatti dopo che è stata trasformata in una chiesa cattolica.

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Il mix architettonico può essere sconcertante, ma è anche la peculiarità di questo luogo di culto, dove all’interno di una gigantesca moschea si è costruita una cattedrale.

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L’effetto straniante è lo stesso che si prova nelle chiese di Cipro Nord, trasformate in moschee. Qui il procedimento è inverso, col campanile che sovrasta l’ex moschea.

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La commistione culturale sembra contraddistinguere Cordova, che ha dato i natali a due filosofi, uno musulmano, l’altro ebreo: Averroè e Maimonide.

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Le strade del centro di Cordova sono strette e affascinanti. I negozi vendono tutti la stessa cianfrusaglia (pure cara) e quindi potete evitarli o al più entrare anche solo per sfruttare un po’ di aria condizionata.

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Ah, anche se fa caldo, non perdetevi una passeggiata sul ponte romano.

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Non lontano da lì la Lonely indicava un ristorante vegetariano. Ma era misteriosamente chiuso. Abbiamo così optato per il Las Piconeras, dove abbiamo cenato con gazpacho e paella Veg, entrambi ottimi.

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Ad maiora

La mia Mosca, tra Anna e Piero

Sempre 1937Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.

Ad maiora

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Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che  abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.

Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.

Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.

La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna)  che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa.  E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili.  Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi)  comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa.  Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San  Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).

Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline  e comunicati stampa.

La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto  questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita).  Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931.  Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.

Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.

L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.

Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.

Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.

Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.

Il social gol di Di Natale

Solita corsa intorno al Parco Sempione. In giro non c’è nessuno. Ma non per la pioggia incessante.
Dopo qualche chilometro il silenzio viene rotto dalle urla di migliaia di tifosi. Qualcuno si affaccia alla finestra. Io mi avvicino a uno dei bar della Movida dal quale compaiono ragazzi festanti. Dentro solo (tanti) maschi, tutti con gli occhi incollati al monitor, tutti con la “droga socialmente ammessa”: la birretta.
Guardo con loro i replay della rete di Di Natale. “Altro che Balotelli” grida uno.
Torno a correre.
Nel parco, da solo a fianco alla sua bici buttata a terra nel prato, un ragazzo suona il sax, fregandosene della pioggia. Una ragazza corre con maglietta rossa, con l’effige stilizzata del Che. Io corro in senso inverso a lei e ne indosso una nera con effige rossa di Tito (del Tito’s bar di Sarajevo: sarà ancora aperto?).
Sulla via del ritorno trovo altri maschi chiusi nei locali a guardare Italia-Spagna. Al kebab solo turchi, al bar cinese solo cinesi.
Malgrado tutto il calcio ha mantenuto la sua funzione di arena. Anche se ognuno ha una tv a casa, la partita di pallone la si vede meglio se si sta tutti assieme. Allo stadio, in un bar o in una piazza pubblica.
La Spagna pareggia e rischia di vincere. La partita finisce.
Tra poco tornerà il traffico caotico di ogni domenica sera a Milano.
Ad maiora.

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Castro incontra Estulin, l’anti-Bilderberg

Le agenzie di stampa di tutto il mondo battono le dichiarazioni di Fidel Castro su Osama Bin Laden “nel libro paga della Cia”. Personalmente mi ha incuriosito l’interlocutore dell’anziano leader cubano: Daniel Estulin. Estulin, russo-spagnolo di origini lituane, si definisce giornalista e scrittore ed esperto di arcani segreti, ma dice anche di essere un ex agente del controspionaggio russo.

E’ noto per aver scritto un libro “Il Club Bilderberg, la storia segreta dei padroni del mondo”, pubblicato in decine di paesi e da poco anche in Italia (Arianna editrice, a Milano è stato presentato alla Libreria Esoterica).

A luglio Castro aveva scritto un lungo articolo per commentare – positivamente – il libro e per parlare di questo club “segreto” che influenzerebbe la politica e soprattutto l’economia mondiale.

Il Club risale al 1954 e prende il nome dal primo albergo nel quale si svolse il consesso: l’Hotel Bilderberg di Oosterbeck, cittadina dei Paesi Bassi.

Da allora i membri di questa organizzazione (sorella della Commissione Trilaterale) si incontrano una volta l’anno in posti sempre diverse e sempre off-limits. Non viene diffuso né l’elenco dei partecipanti, né i temi in agenda.

In Italia si è riunito nel 1957 a Fiuggi, nel 1965 e 1987 a Villa d’Este e nel 2004 a Stresa. L’ultimo incontro in Spagna, nel giugno di quest’anno a Sitges (a 20 chilometri da Barcellona).

Folta la delegazione italiana che in questi anni avrebbe partecipato agli incontri (l’elenco completo è su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Bilderberg): Gianni e Umberto  Agnelli, Franco Bernabè, Emma Bonino, Lucio Caracciolo,  Innocenzo Cipolletta, Ferruccio De Bortoli, Gianni De Michelis, Mario Draghi, John Elkann, Gabriele Galateri, Francesco Giavazzi, Giorgio La Malfa, Claudio Martelli, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Corrado Passera, Romano Prodi, Alessandro Profumo, Gianni Riotta, Virginio Rognoni, Sergio Romano, Carlo Rossella, Renato Ruggiero, Paolo Scaroni, Stefano Silvestri, Domenico Siniscalco, Barbara Spinelli, Ugo Stille, Giulio Tremonti, Marco Tronchetti Provera e Walter Veltroni.

Agli incontri partecipano membri permanenti dell’organizzazione e ospiti che vengono invitati o come relatori o come spettatori.

Daniel Estulin, oggi ospite di Fidel, qualche mese fa ha parlato Parlamento Europeo dove ha lanciato le sue accuse: “Nel mondo finanziario internazionale, ci sono quelli che conducono gli eventi e quelli che reagiscono agli eventi. Mentre gli ultimi sono più conosciuti, più numerosi, e più potenti in apparenza, il vero potere risiede nei primi. Nel centro del sistema finanziario globale c’è un’oligarchia finanziaria rappresentata dal gruppo Bilderberg. L’organizzazione Bilderberg è dinamica, nel senso che cambia con il tempo, assorbe e crea nuove parti mentre si disfa delle parti in declino. I suoi membri vanno e vengono, ma il sistema in sé non è cambiato. E’ un sistema che si auto riproduce, una ragnatela virtuale allacciata agli interessi finanziari, politici, economici ed industriali”.

Sull’influenza di questo gruppo, è intervenuto anche Mario Borghezio:

http://www.youtube.com/watch?v=O-ItxgltrLk&feature=related