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Storia (anche sociale) del calcio

Nel mio tempo libero cerco di evitare i libri “sportivi” visto che passo gran parte delle ore a guardare video di partite o a seguire gli account social di un po’ di giocatori. In questo caso ho fatto una eccezione leggendo “Storia del calcio” di Paul Dietschy. E non me ne sono pentito. Al di là degli aspetti tecnici, infatti, il volume racconta la nascita e la diffusione su gran parte della terra di questo incredibile gioco. Il cui impatto va ben oltre il rettangolo verde: “Il pallone aveva contribuito alla nazionalizzazione delle masse dalla fine del XIX secolo. In molti Paesi, le partite della nazionale fanno vivere la narrazione di uno Stato-nazione almeno per novanta minuti”. E questo è anche uno dei motivi per i quali il calcio è stato utilizzato da tante dittature per cementare il consenso intorno ai regimi.

Il football è un gioco nato in Inghilterra “con la rivoluzione industriale” e “cresciuto con l’espansione della cultura di massa”. Nel Regno Unito ci sono state forti resistenze a che questo sport fosse praticato da professionisti. Ma quello fu l’unico modo per poter far diventare calciatori anche operai o rappresentanti della middle class (anche se ciò comportò, nel 1925, a un divorzio dal Giochi Olimpici). Proprio sull’isola britannica nascono comunque i primi club calcistici “laboratori della socialità dell’organizzazione e della regolamentazione sportiva”. Come è noto, furono proprio gli inglesi a introdurre anche in Italia il concetto del club calcistico (basti pensare al Genoa Cricket and Football Club). E ovviamente sull’isola venne creata la prima squadra di football al mondo: lo Sheffield Football Club (da cui nacque la Sheffield Association, cui aderirono 17 club, embrione delle leghe calcistiche, fondamentali per creare delle regole del gioco condivise). Sempre in Inghilterra si hanno le prime tifoserie organizzate e, fin dal 1880, i primi hooligans. La globalizzazione del football porterà nel mondo oltre al pallone, anche il tifo organizzato. Anche nell’Italia del Ventennio: “C’è stata senza dubbio una contaminazione della violenza squadrista nei vandalismi dei tifosi, soprattutto quelli di Bologna, i quali, all’uscita di una finale di campionato disputata a Torino nel luglio del 1925, spararono nella stazione di Porta Nuova sui loro rivali del Genoa”.

La diffusione a macchia d’olio del calcio troverà ostacoli solo negli Stati Uniti (dove non soppianterà il baseball) e in Francia e Italia, unite dalla passione per il ciclismo. Il football è comunque made in England: “La maggior parte dei primi europei che adottarono il calcio erano in effetti rappresentanti se non dell’anglomania, almeno di un’anglofilia che rappresentava il Regno Unito come il Paese della libertà, della modernità e – per la sua popolazione maschile upper class – del nuovo ideale sportivo”.

Il volume racconta poi nel dettaglio le prime partite internazionali e i grandi tornei, continentali e intercontinentali (sia a livello di nazionali che di club). L’arrivo delle telecamere sui rettangoli di gioco ha poi cambiato la prospettiva, mettendo sull’altare gli dei del calcio: “Senza dubbio la leggenda, e soprattutto l’icona Pelé – scrive Dietschy – hanno beneficiato della lente d’ingrandimento del piccolo schermo. Le imprese di un Alfredo Di Stefano, un calciatore dal talento certamente grande come quello di Pelé, non sono state riportate che da alcune fotografie che lo mostrano mentre si produce in riprese al volo acrobatiche o da documentari d’attualità”. Ma la tv ha fatto ancora di più: “È diventata l’elemento centrale del sistema: ha trasformato la logica economica del gioco e modellato le sue forme di strumentalizzazione politica. Ha finalmente innalzato il calcio al rango di spettacolo totale, nel quale spettatori e giocatori compongono un teatro in cui il posizionamento delle telecamere e le scelte del regista fissano i ruoli”.

Il calcio è stato infatti anche una grande sponda per la politica, molto prima di Berlusconi: “Per alcuni, come Achille Lauro, l’armatore napoletano, l’investimento nel calcio rivestiva anche un senso politico. Presidente del Napoli dal 1936 al 1940, Lauro riprese la carica nello stesso momento in cui accedeva alla testa del Comune di Napoli. Uno dei suoi primi atti consistette nell’acquisire l’attaccante svedese Hasse Jeppson, comprato dall’Atalanta di Bergamo per più di 105 milioni di lire. “Un grande Napoli per una grande Napoli”, era lo slogan lanciato da Lauro”. Oggi toccherebbe forse ai (sempre più ricchi e potenti) procuratori dei calciatori impegnarsi in politica, anche solo per capire quanto seguito popolare possano avere le loro gesta…

Ad maiora

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Paul Dietschy

Storia del calcio

paginauno

Palestrina 2016

Traduzione di Sabrina Campolongo

Pagg. 554

Euro 22

 

L’Infotainment in televisione: dalla tv del dolore a un giornalismo consapevole

Come è cambiato il ruolo della tv nel nostro paese: da quello educativo (del sempre citato Maestro Manzi) a quello per lo più incentrato sull’intrattenimento. Di questo si occupa la tesi di laurea specialistica di Elisabetta Pistoni in discussione oggi all’Università degli studi di Milano.
La laurenda ha analizzato gli esordi dell’elettrodomestico, il cui ruolo ha cominciato a cambiare anche prima dell’arrivo della tv commerciale, già ai tempi della tragedia di Vermicino (la diretta che diede il là alla tv del dolore, mai più tramontata). Con il moltiplicarsi dei canali e dei programmi di “approfondimento” la situazione è andata peggiorando.

La Pisoni nelle parti finali del lavoro cita, per sollevare un po’ e sorti della categoria, giornalisti icone – Indro Montanelli, Enzo Biagi, Tiziano Terzani e Ryzard Kapuscinski – dei quali purtroppo dobbiamo però parlare al passato.
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Tg polacchi e italiani: somiglianze e differenze

Come si sono organizzati i tg polacchi dopo la caduta del Muro di Berlino e della dittatura sovietica? E’ il tema al centro dell’attenzione di vin discussione alla Statale di Milano.

La studentessa analizza la storia dell’informazione televisiva polacca per arrivare ai giorni nostri. Anche in Polonia c’è un sistema misto pubblico-privato per quanto riguarda le emittenti tv e anche in questo paese europeo i programmi di informazione sono ormai abbastanza standardizzati. Da un sistema super centralizzato si è passati ad uno policentrico.

Le principali differenze con i tg italiani, oltre che le edizioni sono minori, consistono nell’assenza di meteo e di sport. La più grande somiglianza è che anche i tg polacchi sono invasi di politica. E, come i nostri, solo di politica nazionale. Difficile costruire un’identità europea se ognuno si interessa solo al proprio orticello.

Ad maiora

La serialità televisiva: protagonisti gli antieroi

Ecco una tesi che analizza una delle più interessanti novità della tv di questi anni: le serie televisive che, soprattutto negli Stati Uniti, hanno cambiato (e stanno cambiando) la narrazione televisiva.

Di questo si occupa la tesi di Martina Lattuada che analizza le serie televisive che in questi ultimi anni hanno avuto maggior successo: da Grey’s Anatomy a House of Cards, da Game of Thrones a Breaking BadIl meccanismo di racconto passa per protagonisti che sono antieroi, personaggi non perfetti e spesso con una morale tutta loro. Molti di questi eroi hanno anche dei lati oscuri che emergono puntata dopo puntata, serie dopo serie. Non sono racconti reali, ma rappresentazioni realistiche nelle quali ci si può confrontare e, perché no, immedesimare.

La tesi si conclude con l’analisi di Once Upon a Time, serie che rappresenta appieno la nuova serialità televisiva per “raccontare la vita segreta dei personaggi delle fiabe”, come spiegano gli autori. Insomma, come spiega la studentessa, la serie riesce ad attualizzare- senza stravolgere- le più note narrazioni fiabesche, intramontabili trampolini di crescita per tutti noi.

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Turismo dell’orrore: le gite sui luoghi di delitti e disastri

Cosa unisce il piacere di viaggiare alla voglia di andare a vedere il luogo dove è avvenuta una tragedia? E’ questa la domanda da cui è partita Martina Sangiovanni per la sua tesi alla Statale di Milano. Perché in tanti vanno a scattare foto delle case nei quali si sono consumati delitti molto mediatizzati? O vanno a farsi selfie con lo sfondo il relitto di una nave?

La Sangiovanni affronta questa tematica complessa in modo non banale. Partendo dall’attrazione che la morte da sempre esercita sull’essere umano, ricordando quanto accadeva al Colosseo, ai tempi dell’Impero romano. Nell’analisi su quanti oggi intraprendono il turismo dell’orrore vengono proposti varie categorie di persone: presenzialisti, persone a caccia di nuove emozioni e semplici curiosi, che vogliono “toccare con mano” quanto hanno visto in tv. La studentessa divide ulteriormente il turismo dell’orrore, tra quello del disastro e quello dei delitti. Nel primo caso c’è più spesso mera curiosità morbosa. Nel secondo, una sorta di partecipazione a un lutto. Magari solo mediatico. Ma mediatica è la società nella quale viviamo.

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Le Olimpiadi (estive ed invernali) come evento mediatico

Ecco una tesi dalla quale ho imparato molte cose. Il lavoro di Stefano Urbano, in discussione in questi giorni alla Statale di Milano, offre infatti una duplice strada di analisi: la prima è quella relativa ai Giochi Olimpici, alla loro storia, al loro ruolo nello sviluppo dello sport mondiale. La seconda è invece il loro aspetto mediatico: sia di chi ha voluto farne uno strumento di terrore (Monaco) sia di quanti li hanno trasformati in un evento spettacolare, finalizzato a catalizzare l’attenzione mediatica mondiale ogni quattro anni.

Urbano racconta il legame ormai indissolubile che si è stabilito tra Olimpiadi e televisione che viaggiano a braccetto, approfittando l’una delle altre. Per completare la sua analisi, lo studente affronta anche tutti i film che hanno trattato il tema olimpico, da Olympia in avanti. A testimonianza di quanto questa manifestazione sportiva attragga le telecamere.

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Dall’infotainment all’analisi del gradimento televisivo tramite i tweet

La televisione ha in questi hanno scelto la strada della spettacolarizzazione, per non dire dello spettacolo. Ciò non è avvenuto solo nei programmi di puro intrattenimento ma anche nei più seriosi tg. Il tutto per attirare ascolti. Che ora vengono analizzati non solo con le rilevazioni Auditel ma, dagli ultimi mesi, anche con le analisi dei tweet, effettuate dalla Nielsen e da The Fool.

E’ questo il tema al centro dell’attenzione della tesi di Calogero Inguanta, in discussione in queste ore all’Università degli studi di Milano. Lo studente parte dall’analisi della recente storia dell’elettrodomestico più amato dagli italiani, verificando come l’infotainment la faccia ormai da padrone. Ci sono programmi che ormai vivono solo grazie a questa commistione. Con un buon successo di pubblico. Come dimostra l’ultimo capitolo della tesi che racconta la “social tv” ossia l’interazione tra i social network e i programmi tv. Non si tratta di un semplice conteggio dei tweet, ma anche un’analisi della reputazione di alcuni programmi sulla rete.

La tv sta riuscendo quindi a cavalcare anche i social network. Dove, tra critiche (tante) e applausi (non forti) il piccolo schermo è sempre al centro dell’attenzione.

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Come Sanremo è sopravvissuto all’era dei talent

E’ una delle trasmissioni più antiche della Rai eppure continua a riscuotere un grande successo. Sto parlando di Sanremo, manifestazione canora al centro dell’attenzione del lavoro di Marta Criscione che in questi giorni ha discusso la sua tesi all’Università degli studi di Milano. Il lavoro racconta ovviamente il passato di questa kermesse che ha sempre affascinato il pubblico italiano. Un tempo fondamentalmente per le canzoni, poi anche per i cantanti. Ora, in questa fase di cross-medialità, per il suo essere uno dei media event attesi da varie fasce di pubblico. Grazie ai social network infatti è cresciuto intorno a Sanremo un largo sostegno giovanile. Consolidato dal fatto che molti dei candidati provengono dai talent show e possono andare avanti grazie alla marea di interazioni create.

Insomma una nuova vita per uno spettacolo che catalizza l’attenzione del paese per una settimana. Tanto che qualche anno fa si era ipotizzato addirittura di spostarlo per mantenere l’attenzione sulla campagna elettorale. Fatto che, per fortuna, fu scongiurato. Perché Sanremo è Sanremo.

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Il futuro del reality dopo il Grande Fratello

Una delle tesi in discussione in questi giorni alla Statale di Milano analizza come il reality abbia modificato il modo di fare televisione. Benedetta Marchesin, nel suo lavoro, analizza il tutto con una cartina di tornasole quale il Grande Fratello. E’ attraverso il successo iniziale e il successivo declio i questo format che la tesista racconta come questa trasmissione abbia cambiato la storia della televisione, concludendo secondo i critici la fase della neotelevisione ed entrando in quella della transtelevisione.

Il Grande Fratello è stato infatti qualcosa di più di un nuovo programma tv, trasformandosi in un evento mediatico capace di introdurre nel piccolo schermo la crossmedialità, che ora impera ovunque.

Dalla crisi di quel genere sono nati dei sottogeneri come i talent che ora vanno per la maggiore, nei quali è sempre centrale il ruolo del pubblico anche se cambia la scelta dei personaggi. La vetrinizzazione del corpo umano, iniziata col reality ha ormai invaso anche altri settori, quali il calcio (da ultimo: Podolski che gioca a bocce) e la politica (avete l’imbarazzo della scelta.

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Pay Tv e ufficio stampa: le ragioni di un successo

Le novità apportate da Sky nel panorama televisivo italiano e il ruolo dell’ufficio stampa della Tv satellitare nell’ottenere l’evidente successo dei canali di Murdoch. Di questo si occupa la tesi di Anna Lisa Bongermino in discussione oggi alla Statale di Milano. Il lavoro parte raccontando l’evoluzione dell’elettrodomestico più amato dagli italiani. Arrivando fino allo sbarco dei canali del tycoon australiano nel nostro paese, con il successo ottenuto grazie al calcio (che si è adattato all’emittente, perdendo pubblico fisico) e consolidato dai restanti prodotti (Masterchef ma anche Sky Arte). La tesi analizza il ruolo dell’ufficio stampa di Sky Italia, con il quale la stessa candidata ha collaborato. E si conclude analizzando i metodi di persuasione verso i media e verso il pubblico.

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