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Gli ultimi anni dell’Urss nella stampa sovietica (1990-1991) (tesi)

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La tesi di Fiorenzo Ebbene, in discussione in questi giorni alla Statale di Milano, si occupa di un momento centrale nelle recente storia umana: la scomparsa dell’Unione sovietica (e del PCUS che l’ha guidata nei suoi 70 anni di vita).
Essendo una tesi (magistrale) in comunicazione, il punto d’osservazione è mediatico ed è davvero particolare: gli avvenimenti di quei clamorosi anni visti attraverso le lettere dei lettori ad alcuni quotidiani. Gli anni gorbacioviani (malgrado il persistente odio della stragrande maggioranza dei russi per l’inventore di glasnost e perestrojka) sono considerati – dalla compianta e tanto rimpianta Anna Politkovskaja – gli unici anni di stampa libera da quelle parti.
E le lettere, molte delle quali critiche, altre preoccupate, tante indignate, sono lì a dimostrarlo.
Ad maiora

La mia Mosca, tra Anna e Piero

Sempre 1937Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.

Ad maiora

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Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che  abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.

Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.

Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.

La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna)  che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa.  E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili.  Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi)  comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa.  Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San  Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).

Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline  e comunicati stampa.

La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto  questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita).  Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931.  Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.

Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.

L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.

Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.

Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.

Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.

Boris Nemtsov

L’arresto di Nemtsov non ferma la Strategia 31

La polizia russa ha arrestato questo pomeriggio Boris Nemtsov, esponente di spicco dell’opposizione, durante una manifestazione di protesta a Mosca. Le forze di sicurezza hanno fermato anche altre persone  che chiedevano un ‘Parlamento libero e aperto anche alle opposizioni’ e distribuendo volantini critici nei confronti di Putin. Decine di manifestanti hanno poi urlato lo slogan:’La Russia senza Putin’.

Ieri d’altronde il primo ministro era stato chiaro: manganellate a chi manifesta oggi in nome della libertà di riunione.

Ma chi è Boris Nemstov, diventato uno dei più critici oppositori del governo Putin? Nato a Soci nel 1959 da una famiglia ebraica venne battezzato dalla nonna, diventando ortodosso. Laureatosi in Fisica, guidò nel 1986 le manifestazioni di protesta contro il nucleare dopo la tragedia di Chernobyl. Attivo politicamente nella fine dell’Unione sovietica si schierò con Eltsin durante il fallito golpe, ottenendo in cambio la nomina a vice primo ministro tra il 1997 e il 1998. Liberale, nel 1999 è tra i fondatori dell’Unione delle forze di destra, partito politico che non otterrà mai grandi successi elettorali, forse anche per i brogli. Di quel movimento divenne anche il leader e partecipò alle trattative per la liberazione degli spettatori del Nord-Ost  (insieme ad Anna Politkovskaja), poi risolto brutalmente dalle forze di sicurezza russe.

Nel 2004 Nemtsov si scava la fossa da solo con un appello alla maggioranza della Duma per evitare i rischi di una dittatura putiniana. Sostiene pure Yushenko nella sua rivoluzione arancione in Ucraina, divenendone consigliere economico. Scompare dalle scene televisive e politiche. Per ricomparire solo quando lo prelevano gli Omon.

L’arresto di oggi non è infatti il primo. Era già finito in cella nel 2007 sempre per quella che da noi si chiama “adunata sediziosa” (la stessa contestata agli ultrà di Alzano Lombardo).

È tra i primi firmatari dell’appello “Putin via di qui”.

Stasera in solidarietà con i democratici che a Mosca e San Pietroburgo ogni 31 del mese manifestano per il diritto alla libertà di riunione e di parola, Annaviva fa un presidio a Milano. Manifestazioni davanti alle ambasciate russe sono in corso in tutto il mondo.

Questo il blog russo che spiega la “strategia 31”:

http://strategy-31.ru/

Le persone arrestate oggi a Mosca sono 70 (settanta). Un nuovo record per la Russia di Putin.

Malaussène è georgiano

Recita una vecchia barzelletta sovietica:

“Una delegazione georgiana è giunta a Mosca per far visita a Stalin. I delegati entrano nel suo studio, parlano con lui e poi se ne vanno. Non appena sono spariti lungo il corridoio, Stalin comincia a cercare la sua pipa, ma non riesce a trovarla. Chiama dunque il capo della polizia politica, Lavrenti Beria. «Compagno Beria,» esclama «ho perso la pipa. Insegui la delegazione georgiana e vedi se riesci a scoprire se uno di loro me l’ha presa.» Beria corre via. Intanto Stalin continua a cercare la sua pipa. Dopo cinque minuti, guarda sotto il tavolo e scopre che la pipa era caduta sul pavimento. Chiama di nuovo Beria. «Tutto a posto,» gli dice «ho ritrovato la pipa, puoi lasciare liberi i georgiani.» «Troppo tardi,» ribatte Beria «metà delegazione ha ammesso di aver preso la pipa e l’altra metà è morta durante l’interrogatorio»”.

Sorriso amaro per un anekdot  che ha nel mirino i georgiani (anche Stalin e Beria lo erano, ma questa è un’altra storia). Un mirino che non sembra essersi spostato nemmeno finita l’Unione sovietica. Lo abbiamo visto due anni fa con la guerra contro la Russia per il controllo della provincia secessionista dell’Ossezia meridionale. Molti si concentrarono più si chi avesse sparato il primo colpo che su una razione sproporzionata, arrivata quasi alle porte di Tiblisi.

Lo abbiamo visto in queste tristi Olimpiadi di Vancouver. Una settimana fa duemila persone (presidente della Georgia Saakashvili compreso) hanno partecipato ai funerali di Nodar Kumaritashvili, campione di slittino che ha perso la vita schiantandosi contro un palo che qualche mentecatto aveva messo sul fondo della pista. La colpa? Ovviamente del ventenne georgiano, si sono affrettati a dire le organizzazioni olimpiche.

Salvo modificare il percorso per ridurne la velocità.

Qualche ora fa un altro georgiano è finito nel mirino. È Kakhaber Kaladze, giocatore del Milan (e della nazionale del suo paese, di cui è capitano) che non gioca da tempo e che sostiene che «quello che sta succedendo intorno a me al Milan è veramente una cosa molto sporca». La squadra di Berlusconi annuncia quindi che agirà contro il giocatore, che dopo qualche ora come nella migliore tradizione di Football manager) chiede scusa a tutti. Oggi comunque, come sempre, il georgiano (cui dieci anni fa, in madrepatria. rapirono e uccisero il fratello ventunenne) guarderà la partita dei suoi compagni di squadra dalla tribuna. Magari l’ha presa lui la pipa a Stalin…

Malaussène ora può riposarsi. Mica è georgiano lui.

Ad maiora

Una statua al giorno toglie la democrazia di torno

Nel 2006, alla morte per infarto del “padre dei turkmeni” Saparmyrat Niyazov, si era pensato che sarebbe finito anche il culto della personalità legato a questo vecchio oligarca comunista riciclato al nazionalismo sarebbe stato archiviato. Quanti hanno letto Bandiera arancione ricorderanno il mitologico libro scritto da Niyazov, il Ruhnama, poema epico diventato (a forza) la Bibbia (da affiancare al Corano) del Turkmenistan. Questo testo scientifico (“Libro dell’anima”) secondo il quale i turkmeni erano i protagonisti di tutte le principali scoperte della storia umana, era diventato libro di scuola, ma anche testo obbligatorio per diventare medici o per passare la prova (teorica) di scuola guida. Niyazov aveva cambiato i mesi dell’anno e della settimana, inserendo i nomi dei suoi parenti. E soprattutto questo genio della comunicazione (Piretto col suo volume Gli occhi di Stalin può suggerirvi il perché) aveva riempito il paese di sue statue. La principale della quali alta 12 metri e ruotante (segue il sole), nella capitale Ashgabat. Gli occhi di Niyazov, insomma. Mai fermi però.

Ma da queste parti, morto un dittatore se ne fa un altro. Con gli stessi difetti del primo.

Certo, il nuovo presidente Gurbanguly Berdymukhammedov non compare su tutte le banconote turkmene come il suo predecessore. Ma si sta dando da fare per sostituire il culto di Niyazov col suo e con quella della sua famiglia. Mettendo ad esempio, una statua di suopadre all’Accademica militare turkmena. Berdymukhammedov non è peraltro nuovo al culto (della personalità, anzi, delle personalità) dei parenti, culto pubblico ovviamente. A settembre una statua dedicata a suo nonno è stata scoperta nel villaggio natale di Yzgant. Alcuni grandi cartelloni pubblicitari di Niyazov sono stati sostituiti con quelli di Berdymukhammedov che ormai invade giornali e tv con le storie della sua vita (e di quella della sua famiglia). Non ha ancora eretto sue statue, ma ha dato alle stampe libri di medicina e di storia turkmena.

Finita l’Unione sovietica, il Partito comunista turkmeno è stato sostituito dal Partito democratico turkmeno. Il paese è formalmente una repubblica presidenziale, ma la carica è a vita. Il marxismo leninismo è stato sostituito dall’imposizione delle tradizioni: è vietato portare barbe e acconciature non tipiche del Turkmenistan (paese a larga maggioranza musulmana). Inutile dire che il paese è al centro dell’attenzione di tutte le organizzazioni che si occupano dei diritti umani per le ripetute violazioni. Lo scorso novembre Berlusconi ha annunciato, visti i buoni rapporti economici tra i due paesi, l’intenzione di aprire una nostra ambasciata in loco.

Ad maiora.

Ucraina: un bivio lungo 90 anni

Tra qualche ora 46 milioni di ucraini saranno chiamati a decidere chi guiderà il paese per i prossimi cinque anni. La scelta è tra Viktor Yanukovich, filo russo e uomo del passato e Yulia Tymoshenko, che rappresenta l’Ucraina più rivolta a Occidente. A chi voglia farsi un’idea dello scontro (non solo politico) che attraversa le due ucraine consiglio la lettura di una libro di due docenti tedeschi dell’università di Ratisbona, Katrin Boeckh e Ekkehard Völkl, da poco tradotto in italiano: Ucraina: dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione (Beit, Trieste, 2009, 24 euro).

Il volume ripercorre la storia dell’Ucraina moderna incentrandosi sul rapporto con la vicina Russia che di fatto caratterizza anche la decisione di queste ore su chi sarà il presidente, su chi prenderà il posto del deludente Yushenko. Il libro si sofferma a lungo sull’identità ucraina, sulla difficoltà di «articolare in senso nazionale l’autonomia, cioè favorire l’espressione di una coscienza nazionale ucraina e far radicare nella popolazione l’idea dell’ukrainizacija».

Il paese ha avuto inizialmente (ai tempi della Repubblica popolare ucraina) problemi a ovest con la Polonia che puntava ad espandersi ad oriente. Rapporti che negli anni sono radicalmente cambiati e che hanno spinto Varsavia (insieme ai tre paesi baltici) a essere tra i primi stati a riconoscere l’indipendenza ucraina nel 1991. L’amicizia polacco-ucraina (almeno con l’Ucraina occidentale) è ormai un dato di fatto. E come spiega l’ex dissidente polacco Jacek Kuròn, «non potrebbe esistere una Polonia indipendente senza un’Ucraina indipendente». Diverso e più complesso è il rapporto di odio e amore con gli ingombranti vicini orientali. Nell’Ucraina post-socialista si considera la fase sovietica come il male assoluto e ragionevolmente è così, come racconteremo fra breve. Boeckh e Völkl ricordano però che «nel primo decennio di vita dello Stato sovietico poté affermarsi un elemento di progresso, perché venne proclamato, perlomeno sotto un profilo formale, uno stato ucraino come parte federale dell’Unione sovietica». Ed è sotto l’Urss che (dopo la seconda Guerra mondiale) si ottiene la sobornist’, l’unione di tutti gli ucraini in uno stato. Nei primi anni dopo la rivoluzione d’Ottobre si diffonde anche la lingua ucraina, ma da lì a breve si imporrà il russo “la lingua di Lenin e della rivoluzione”. I problemi iniziano però quasi subito con l’arrivo di Stalin, quando il nazionalismo diventa il nemico da abbattere e si avvia da queste parti un opera di deucrainizzazione: «Le file dei funzionari e dei membri del partito, che erano state diradate dalle epurazioni, ricevettero rinforzi nel segno di una rinnovata russificazione del partito, in omaggio alla quale vi fu anche chi abiurò la propria cultura ucraina. La lingua russa ottenne la priorità in tutto il territorio dell’Unione. Questo si manifestò chiaramente nelle leggi scolastiche del 1938, che prescrivevano l’apprendimento del russo in tutte le scuole non russe. Il nuovo primo segretario del partito dell’Ucraina, Chruščёv, annunciò la svolta programmatica nel 1938, di fronte al XIV Congresso del Partito comunista ucraino: “Compagni, ora tutto il popolo impara la lingua russa perché gli operai russi hanno aiutato a innalzare la bandiera della rivoluzione. (…) I popoli di tutti i territori studiano la lingua russa e la studieranno per apprendere il leninismo e lo stalinismo e per imparare a distruggere i loro nemici”». La mannaia del Terrore staliniano, nel 1937, si abbatte su tutta l’Unione sovietica e ovviamente anche sull’Ucraina. I dati riportati in questo libro che è una sorta di guida turistica per chi voglia fare “turismo consapevole” sono drammatici ed eloquenti: «Gli arresti, a tutti i livelli del Partito, raggiunsero tali proporzioni che i vertici del politbjuro, del Comitato centrale e del Governo rimasero temporaneamente immobilizzati. Tutti i 102 membri e candidati del Comitato centrale persero la vita, a eccezione di tre; tutti e 17 i membri del governo ucraino vennero arrestati; i segretari provinciali vennero esonerati. Il capo del partito, Kosior, perse prima l’incarico (1938) poi la vita (1939). Nel corso dei quattro anni fra il 1934 e il 1938, circa il 37% dei membri del Partito, che annoverava 168mila persone, vennero “epurati”». La politica del terrore finirà per punire l’Ucraina più che altre nazioni sovietiche grazie a mirate carestie. Su questo punto il volume si sofferma per spiegare l’ostilità dei politici sovietici nei confronti dei contadini ucraini. Fin dal 1917 il “Decreto sulle terre e sui fondi” impone che tutte le terre siano proclamate proprietà dello stato. La reazione degli agricoltori ucraini si concretizza in atti di sabotaggio, uccisione del bestiame e distruzione di macchinari e attrezzature. Da qui parte la lotta di classe contro il piccolo proprietario terriero (kulaki, in un ucraino kurkuli), «contadino benestante che veniva accusato di fare incetta di cereali, di impiegare e quindi “sfruttare” gli operai giornalieri oltre che di offrire terre in affitto: per rientrare nella categoria bastava possedere due mucche e un cavallo o magari anche molto meno, oppure rientrare in criteri completamente diversi, come essere imparentati a un religioso». Nel 1929 al culmine della campagna persecutoria contro i kulaki (“liquidazione dei kulaki in quando classe”) ne vengono deportati un milione e seicentomila. In gran parte contadini ucraini. Inizia lo sfruttamento collettivo delle terre: non solo i terreni, ma anche i raccolti finiscono per appartenere allo Stato, anziché a chi li produce. È su queste basi che scatta una delle infamie del regime stalinista: quell’holodomor (termine ucraino che significa “morte per inedia”), la grande fame indotta degli anni 1932-33. La carestia colpisce le zone di sovrapproduzione agricola: la regione del Volga, il Caucaso settentrionale e soprattutto l’Ucraina. Spiegano Boeckh e Völkl: «La causa risiedeva nelle esagerate aspettative nei confronti della capacità produttiva dell’agricoltura e soprattutto del tradizionale granaio del paese: l’Ucraina. Venne reintrodotto l’obbligo di cedere i raccolti, in vista di un miglior rifornimento delle città e dell’esportazione dei cereali. Alla fine del 1932 era stato sottratto già il 94% dei 4,3 milioni di tonnellate di cereali che sarebbero stati prodotti in Ucraina nel 1932-33. Severe sanzioni e controlli rigorosi aggravarono la situazione all’estremo. Così la legge dell’agosto 1932 “Sulla tutela della proprietà socialista” prevedeva, in caso di furto anche in quantità irrisorie, pene che andavano dal carcere fino alla pena capitale. Sui treni i viaggiatori venivano perquisiti alla ricerca di generi alimentari; inoltre bisognava assolutamente impedire la fuga della popolazione dai territori colpiti dalla carestia verso le città e verso i territori meno disastrati e comunque fuori dall’Ucraina».

Gli autori si domandano se questa carestia che provocò milioni di morti (80% delle quali ucraini) e che è uno dei fondamento del moderno nation-building dell’Ucraina post-socialista sia da considerare una deliberata scelta sovietica e staliniana contro il popolo ucraino. Scrivono che «resta difficile sottrarsi all’impressione che il paese sia stato oggetto di una pronunciata ostilità da parte dei vertici del partito e in particolare dell’egemonia di Stalin». Ma a giudizio dei due storici tedeschi, il fatto che a pagare fossero soprattutto gli ucraini non dipese da ragioni etniche: «La grande carestia colpì principalmente gli ucraini. Da qui deriva la considerazione che si sarebbe trattato di un incipiente genocidio, inteso a sterminare gli ucraini nel loro insieme. Ma non furono i popoli, né l’elemento etnico a essere bersaglio delle persecuzioni, bensì i “nemici”. Questi venivano ravvisati nella popolazione rurale ucraina, che in effetti aveva assunto un atteggiamento di riserva e addirittura di rifiuto nei confronti del bolscevismo». Su questo punto ci permettiamo di dissentire e fortunatamente ci viene in soccorso nella postfazione del libro una studiosa italiana come Giulia Lami. La docente di letteratura ucraina alla statale di Milano sottolinea questa contraddizione: «Gli autori, ricorrendo al concetto di grande fame per descrivere la carestia che ebbe il suo culmine nel 1932-1933, finiscono per coprire la dimensione artificiale di quella che fu, alla luce della più recenti acquisizioni storiografiche, una carestia voluta e perpetrata con ciniche e spietate decisioni da parte di Stalin e dei suoi agenti. Certo lo holodomor si salda alla collettivizzazione e al Terrore, fino ad apparirne una inevitabile, ma resta un evento distinto, cui si stenta, purtroppo ad attribuire, se non forse in sede politica ucraina, una dimensione specifica di sterminio». L’atteggiamento dei vicini russi può forse spiegare (ma non giustificare) anche l’entusiasmo di una parte della popolazione ucraina verso gli invasori nazisti. Hitler però era stato chiaro. Considerava gli ucraini «altrettanto pigri, disorganizzati e asiatico-nichilisti dei russi continentali». Ciò malgrado nacque un contingente di volontari ucraini nazisti, la divisione SS-Galizien: Degli 80mila giovani che si mettono in fila per mettersi la divisa degli assassini ne vengono arruolati 22 mila. E c’è oggi qualcuno a Kiev che vorrebbe far passare anche questa divisione nazista come parte del nation-building ucraino… Un aspetto ancora più agghiacciante se si pensa al fatto che la mannaia nazista ha fatto drammatica strage di ebrei anche da queste parti: ne vennero uccisi tra gli 850mila e i 900 mila. Il libro così descrive l’eccidio avvenuto a Babyn Jar, non lontano da Kiev: «Nel giro di appena due giorni, il 29 e 30 settembre 1941, vennero massacrate 33.771 persone. Il tentativo di occultare il crimine bruciando le salme fece fiasco: in seguito alla riconquista di Kiev nel novembre del 1943 vennero scoperte le proporzioni dell’eccidio. Tuttavia per molti anni l’Unione sovietica non fu disposta a erigere un monumento alle vittime ebree». L’atteggiamento antisemita dei sovietici proseguì praticamente fino a Gorbaciov: «Dopo la guerra, la rievocazione delle vittime del nazismo non doveva fare menzione del fatto che gli ebrei erano stati assassinati per la loro “razza”. Si preferiva trovare sempre una formulazione generica, come “pacifici cittadini sovietici”. La rimozione dell’importanza della shoah rimase un principio indiscusso fino alla fine dell’Unione sovietica. Persino la parola “olocausto” era tabù». A onore degli ucraini va ricordato che sono ben 1609 i “giusti tra le nazioni” riconosciuti da Israele. Il paese, durante la seconda guerra mondiale ha subito danni pesantissimi, anche se negli ultimi anni la mitologia putiniana, fa sembrare solo merito dei russi la vittoria contro i nazi-fascisti. Le vittime ucraine della guerra furono 5 milioni e mezzo e in nessun altra regione europea la guerra ha avuto effetti devastanti come in Ucraina, conquistata a turno da nazisti e sovietici. I danni di guerra subiti dall’Unione sovietica furono di 679 miliardi di rubli, 285 dei quali patiti dalla Repubblica socialista ucraina (contro i 249 miliardi di rubli della Russia sovietica). Puntualizzano però i due storici tedeschi: «Non si rivelò tuttavia che parte di queste distruzioni erano avvenute proprio per mano delle truppe sovietiche che, durante la loro ritirata di fronte alla Wehrmacht si erano lasciate alle spalle solo terra bruciata». La seconda guerra mondiale è stata per l’Unione sovietica un tema centrale della politica della memoria: nella sola Ucraina sovietica vennero eretti oltre 27mila monumenti in ricordo della guerra. Nel dopoguerra, anche grazie alla mitologica vittoria bellica, salgono le quotazioni del partito comunista ucraino. Gli iscritti passano dai 770mila del 1952 al milione e 300 mila compagni del 1959. L’elezione di Chruščёv a segretario generale del Pcus, trasforma gli ucraini in socio di minoranza dell’Urss. Si parla di supremazia russo-ucraina che chiaramente non piace alle altre popolazioni sovietiche. È in base a questa fratellanza che nel 1954 il presidium del Soviet supremo sancisce l’annessione della Crimea all’Ucraina. Il tutto nel nome di una “perenne ed eterna amicizia fra russi e ucraini” (oggi meno perenne di ieri). Il regalo della Crimena (penisola abitata per il 71% da russi e solo il 22% da ucraini) alimenta il ruolo ucraino nella gerarchia sovietica. Scrivono Katrin Boeckh e Ekkehard Völkl: «Gli ucraini non ebbero mai la posizione privilegiata di cui godevano i russi come popolo più numeroso dell’Unione sovietica, ma furono trattati da secundi inter pares. Venne comunque loro concessa una posizione migliore rispetto ad altri popoli. Il solo fatto di essere ucraini non comportava infatti persecuzioni di stato o l’esclusione da posizioni importanti». Ciò malgrado, la russificazione procede anche in Ucraina (come in tutti gli altri stati sovietici). E il tutto passa principalmente per l’imposizione della lingua di Lenin. Nel 1984 oltre il 72% dei libri e dei giornali pubblicati in Ucraina era redatto in lingua russa, solo il 24% era ucraino. «Negli uffici, nella vita pubblica e ovunque ciò fosse ritenuto opportuno, il russo era la lingua ufficiale. La condanna sociale, imposta dall’alto, che giungeva fino alla stigmatizzazione della lingua ucraina, ha continuato a persistere molto a lungo, tanto che il suo definitivo superamento risulta ancora oggi problematico». E infatti tutt’oggi anche tra i ragazzi di Kiev sentirete più parlare russo che ucraino. In ogni caso, la deucrainizzazione sovietica ha fallito il suo obiettivo: «Il censimento del 1970 aveva rivelato che il 91,4% dei cittadini che avevano origini ucraine, indicava l’ucraino quale propria lingua madre; appena il 2,1% in meno rispetto a quanto rivelato nel 1959. nel 1979 la quota era scesa all’89,1%».

Il volume affronta poi la fine dell’Unione sovietica e l’inizio della fase di transizione che non è ancora finita. Si parla della dissidenza (che non ha mai assunto la forma di un movimento di massa) e dei movimenti ecologisti seguiti al disastro di Chernobyl, una tragedia tenuta nascosta, anzi considerata dalle autorità sovietiche “menzogna della propaganda borghese”. Su queste basi inizia quel movimento di disgregazione che era stato peraltro sancito da Lenin che aveva proclamato “il libero diritto di autodeterminazione dei popoli della Russia, ivi compreso il diritto alla secessione e alla formazione di uno Stato indipendente» (Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia, 2/15 novembre 1917). Un diritto di cui gli ucraini approfittarono nel 1991. Con uno smottamento politico che ha conseguenze anche sul voto di queste ore. Così descrivono quei momenti i due storici tedeschi: «Il parlamento avviò in modo sorprendentemente unanime e graduale il distacco dell’Ucraina dall’Unione sovietica. Il collateralismo tra “nazionalcomunisti” e il movimento d’opposizione portò alla proclamazione dello stato dell’Ucraina da parte del locale Soviet supremo il 16 luglio 1990, con la stragrande maggioranza di 355 voti a favore e 4 contrari. Il passaggio di molti comunisti tra le fila dei nazionalcomunisti contribuì alla fine pacifica del sistema comunista in Ucraina, che nel 1991 non fu quindi teatro di rivoluzioni, come lo era stato nel 1917. Contemporaneamente però le élite comuniste entrarono a far parte senza ostacolo dello stato post-socialista».

L’Ucraina fatica ancora oggi a gestire le conseguenze del suo passato, a differenza di altri paesi dell’Europa centro-orientale. La ragione principale del rapporto sotto molti aspetti tormentato tra Kiev e Mosca. È vero quel che spiegano i due autori: «L’Ucraina fu un vassallo fedele, ma solo finché il Cremlino riuscì a tenerne strette le redini. Nel momento in cui la pressione centrale fu allentata, divenne sempre più palpabile il pericolo che in Ucraina si facessero strada correnti autonomiste e separatiste incontrollate, tali da indebolire l’impero nei suoi confini esterni. Molte delle difficoltà dell’Ucraina di oggi, anche se non tutte, sono riconducili al retaggio del comunismo sovietico». E molte vanno fatte risalire al fatto che in molti a Mosca e dintorni non considerino il paese degno di essere indipendente. Lo vedono come parte integrante della grande Russia. Per questo i politici putiniani si muovono così massicciamente nelle elezioni e negli affari interni di questa nazione sorella. Cinque anni fa, Putin partecipò direttamente alla campagna elettorale e perse, sconfitto dalla rivoluzione arancione. Oggi si è fatto furbo ed eliminato Yushenko a colpi di guerre del gas, si è fatto amico non solo del possibile presidente filo-russo, ma anche della pasionaria filo-occidentale. Il tutto è avvenuto con un’America obamiana distratta e un Europa che, come spiega Giulia Lami, «per sue ragioni economiche e politiche, non sembra prefiggersi né a breve, né a medio termine un’integrazione dell’Ucraina nel suo spazio effettivo». Come scrivemmo qualche anno fa, la “bandiera arancione” avrebbe trionfato solo se fosse stata raccolta da istituzioni politiche europee. Si è scelta invece la strada di un’integrazione dapprima commerciale e poi addirittura militare di Kiev (e Tiblisi), senza peraltro ottenerla e anzi provocando la reazione dell’orso russo. Il confronto elettorale di queste ore è solo un passaggio di un conflitto che, caduto il Muro, si è spostato un po’ più ad est. Dove finisce l’Europa? È una domanda che gli ucraini in questi anni si stanno facendo. La stessa domanda che ci piacerebbe si facessero anche a Bruxelles. Facendo magari attenzione a quelle enormi bandiere blu con le stellette d’oro che sventolano sulle istituzioni di due paesi come Ucraina e Georgia che, purtroppo, sono oltre il muro di Schengen.

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Katrin Boeckh e Ekkehard Völkl

Ucraina. Dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione

Beit

Trieste, 2009

24 euro