Le notizie relative all’assassinio di Ashley Olsen a Firenze in queste ore danno idea di come l’influenza degli Stati Uniti abbia sempre più contagiato la nostra informazione, il nostro stesso modo di ragionare. L’americana strangolata aveva 35 anni, un tempo il “mezzo del cammin di nostra vita” oggi invece terra di limbo tra un’adolescenza infinita e una maggiore età che non si sa quando si conquista. Quando si diventa “donne” se non a 35 anni?

Perché dunque insistere sul concetto di “giovane americana”, oggi l’ho letto sul Corriere e sentito al Tg2 (ma se googlate appena scrivete “giovane americana” vi suggerisce “uccisa a Firenze”, fatto che non succede se scrivete “donna americana”)?

Succede da un lato perché molti di quelli che scrivono hanno più di 35 anni e quindi quella età sembra ancora giovanile.

Ma soprattutto, più o meno inconsciamente, per rispettare quella regola cronachistica del giornalismo americano riassunta nell’acronimo MWWS, Missing white woman syndrome,  ossia Sindrome da donna bianca scomparsa. Significa che per ottenere, a lungo, l’attenzione dei media bisogna essere una donna bianca. Se si è o si viene catalogati come giovani è ancora meglio. In questo caso la vittima è una straniera, anzi una extracomunitaria, ma essendo americana (e avendo scelto di vivere in Italia) viene equiparata alle “nostre donne”. Inserisco queste ultime parole tra virgolette perché ne ho letto sempre sul Corriere odierno, nel box che parlava del compagno della donna, colui che ne ha scoperto il cadavere viene scritto: “Fiorentini racconta a fatica e ha quasi un tremito quando descrive di aver salito le scale del soppalco con il cuore in gola e di aver trovato la sua donna nuda distesa sul divano”. Corsivo e grassetto sono miei. Siamo nel 2016…

Ad maiora

12 Gennaio 2016