Avendo come regista (e co-produttore) Danny Boyle era ovvio che il film su Steve Jobs non potesse essere una banale esaltazione dell’inventore del Mac. E infatti la pellicola si fa guardare durante le sue due ore, andando a cercare aspetti meno noti della vita di Jobs, come la storia della prima figlia (nata nel 1978 e riconosciuta solo nell’86). Dei rapporti tesi con i suoi collaboratori (da cui pretendeva ben più che il massimo) invece si sapeva. E’ il modo in cui il film li racconta che rendono la storia davvero interessante.

Il regista ci mostra sempre il protagonista nel momento in cui sta per andare in scena a presentare una qualche (più o meno grande) invenzione. Jobs nel film si paragona a un direttore d’orchestra. Ecco, è come se Barenboim, poco prima di prendere la bacchetta, fosse distratto da mille problemi.

Il film ha in più la capacità di non soffermarsi sui successi di Jobs, ma di farli solo intravedere.

Michael Fassbender è uno Steve Jobs che diventa sempre più credibile con il passare delle scene. Dubito però possa strappare l’Oscar a Di Caprio che col suo Revenant ha fatto qualcosa di più (anche battendosi contro un orso…).

Penso invece che un’ottima Kate Winslet possa ambire davvero a conquistare la sua seconda statuetta, come migliore attrice non protagonista.

Ad maiora

 

 

 

22 Gennaio 2016