È una vera e propria autobiografia che ripercorre 76 anni di vita e e i 51 dell’azienda che porta il suo nome (anzi, il suo cognome). Sto parlando di Ernesto Pellegrini e del libro “Una vita, un’impresa” che viene presentato questa mattina a Milano.
L’elemento interessante (lo sottolinea anche Ferruccio De Bortoli nella bella introduzione) è che non è un libro scritto da un giornalista e firmato da Pellegrini. Ma è proprio una sua produzione. Cosa rara.
Un grande volume (330 pagine di grandi dimensioni) che contiene tantissime foto e nel quale Pellegrini non nasconde nulla della sua vita: né la sua iscrizione al Partito Monarchico (c’è pure la foto della tessera) né le tensioni con suo fratello per la gestione dell’azienda che l’Ernesto ha inventato dal nulla.
La parte sull’Inter è quella finale, ma su quella si è già letto è scritto tanto e quindi non riserva grandi novità (anche se ribadisce lo stile di una persona davvero d’altri tempi). Salvo il sottotitolo che spiega come grazie alla squadra nerazzurra Pellegrini abbia “trovato il senso vero della fede“.
La prima parte è quella sulla nascita della catena di mense e rivela le capacità imprenditoriali di un uomo figlio di ortolani che ha costruito un vero e proprio impero della ristorazione. Senza mai dimenticarsi delle sue origini. E quindi aprendo un ristorante (Ruben, nome di una persona morta di freddo cui Pellegrini era particolarmente legato) con pasti a un euro per chi vuole uscire a mangiare con la sua famiglia ma non ha i soldi per farlo. L’ultimo capitolo del libro è dedicato alla fede, alla religione cattolica cui Pellegrini è particolarmente devoto (con ripetuti viaggi a Lourdes).
Pellegrini è insomma figlio di quella Lombardia contadina e produttiva (e bianca) che ha coronato il suo sogno di presiedere la squadra del cuore e di fare del bene. La foto finale – di lui con Thohir – ricorda , plasticamente, come i tempi siano davvero cambiati. E non in meglio.
Ad maiora

21 Novembre 2016