È vero che Clint Eastwood è stato uno dei pochi vip (non russi) a fare endorsement per la sciagura elettorale – vincente – di Donald Trump, ma parecchi dei suoi film sono stati spettacolari. Di qui la scelta di andare a vedere Sully (proiettato in una sala milanese come l’Anteo che, di solito, fa scelte oculate).

Beh, avremmo potuto risparmiare soldi e freddo. 

La trama è nota: è la storia dell’aereo in avaria ammarato nell’Hudson, di fronte a New York. La freddezza del pilota (ben interpretato da un Tom Hanks sempre più dedito a film catastrofisti) e del suo assistente ha salvato la vita a tutti i 155 passeggeri (e personale di bordo).

Questa vicenda resta sullo sfondo visto che la trama si sviluppa sul simil-processo che Sully subisce per aver scelto l’ammaraggio anziché un atterraggio di emergenza in aeroporto.

La ciccia sta tutta lì: l’eroe americano contro la burocrazia. Con contorno l’efficienza a stelle e strisce per recuperare tutti i superstiti in soli 24 minuti.

La scena dell’aereo in difficoltà dura 200 secondi e nel corso del film viene mandata in onda più e più volte. Ben fatta, ma inconsistente per reggere questa storia (lunga comunque un’ora e trentasei minuti).

La parte più bella è forse quella che si vede durante i titoli di coda quando compaiono il vero protagonista e i veri superstiti. Ma anche in questo caso scene già viste (da Schindler’s List in poi).

Per lo storytelling trumpiano servirà altro.

Ad maiora

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12 Dicembre 2016