Ci sono persone che scompaiono per anni e che poi riappaiono all’improvviso, stupendoti. In questi ultimi anni succede spesso grazie a Facebook che ci ti rimette in contatto con chi si è perso per strada. Nel caso che vi sto per raccontare il ritorno sulla scena non è avvenuto grazie a Zuckerberg ma tramite un libro (cartaceo!) che mi è stato recapitato in redazione: Exploding Africa.

A scriverlo Diego Masi, imprenditore che ho conosciuto qualche vita fa, dato che gli ho dato una mano nella (perdente) campagna elettorale in Regione, contro – non mi ricordo più quale dei tanti mandati di – Formigoni (diciamo prima delle giacche colorate e pure delle inchieste della magistratura).

Ebbene, se da qualche lustro ho perso i contatti con Masi, il motivo è spiegato a un certo punto del libro: l’ex parlamentare (e pure ex sottosegretario con la delega all’Immigrazione nel Governo D’Alema, anche se poi ha aderito al Pdl, prima di lascIare l’agone politico, scusate il linguaggio da élite) ora presiede l’ong Alice for Children by Twins International, che aiuta i bimbi di Nairobi, in Kenya. Da questa esperienza è nato il volume (e il relativo blog) Exploding Africa. Un testo che chi si occupa di cosa pubblica dovrebbe fare lo sforzo di leggere per capire le dinamiche del Continente Nero, che oggi conta 1,2 miliardi di persone. Una cifra destinata a quadruplicarsi entro la fine di questo secolo, quando -secondo le stime- un quarto della popolazione mondiale sarà africana, perché «fortunatamente le malattie iniziano a essere combattute con successo, la vita media si allunga, la medicina fa passi da gigante: l’Africa vedrà in questo secolo i primi anziani e allo stesso tempo il tasso di mortalità infantile andrà diminuendo fino ad azzerarsi quasi completamente entro il 2100».  Proprio a inizio del prossimo secolo, le stime prevedono che tra i paesi più popolosi al mondo, ben 11 saranno africani. Una vera e propria esplosione, che accelererà il desiderio di fuga, visto che il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e che già oggi il 60% dei giovani è senza lavoro e sembra desistinato a restare disoccupato per via dell’arrivo della robotica aziendale. Già oggi, come ci ricorda Diego Masi, l’Africa è totalmente irrilevante nel mondo globalizzato perché, tutta intera, ha un Pil inferiore a quello della sola Francia. Anche questo dato non è destinato a migliorare: «Oltre il 25% dell’export africane dipende dalle risorse naturali (ha il 15% delle risorse petrolifere globali, il 40% dell’oro e l’80% del platino) e l’economia di ben 20 paesi si mantiene esclusivamente grazie alla loro estrazione».  Dipendere solo da ciò può diventare presto un danno, senza considerare che «le entrate dovute alla vendita del greggio si fermano nelle mani di pochi, non vengono reinvestite in piani di sviluppo e poco contribuiscono alla qualità di vita delle comunità locali».

Nel capitolo nel quale Masi si chiede come aiutare l’Africa si evidenzia come purtroppo non siano soltanto i soldi del greggio a finire in poche mani, ma anche gran parte delle donazioni:  «È possibile affermare che in Africa fluiscono dai 130 ai 150 miliardi di dollari l’anno, cifra che equivale più o meno a 115 dollari per ogni abitante del continente. Una grande parte di questo flusso di denaro è stato inglobato dalle oligarchie politiche ed economiche che sono nate dopo il processo di decolonizzazione e che si sono sviluppate velocemente grazie ai problemi lasciati dall’assenza di valide autorità locali». Nonostante ciò, Diego Masi dice che non bisogna smettere di sostenere l’Africa perché «aiutare chi è in pericolo e ha fame è un dovere morale e si deve avere il coraggio di – conoscendo gli ormai noti dari demografici, di disoccupazione e di povertà – di affermare che aiutare l’Africa è utile, conveniente e necessario per la nostra salvezza politica ed economica».

Masi infatti conclude la sua analisi su quella che mediaticamente e politicamente è l’emergenza odierna, chiedendosi come si possa pensare di fermare il flusso di migranti verso l’Europa. Flusso che ad oggi ha ricadute impressionanti sul Continente di partenza: «Se si ha un’alternativa non si sale su una barca che fa acqua già in partenza, insieme a centinaia di connazionali, nella speranza di attraversare il Mediterraneo. Si rischia la vita solo se, guardandosi indietro, non si vede più nulla. Lo sforzo di quelli che ce la fanno vale il rischio, e loro lo sanno. Nel 2013 gli africani hanno inviato a casa ben 60 miliardi di dollari. Il denaro che torna nel continente da chi è emigrato e si è trovato un lavoro, dimostra che il meccanismo è vincente: partono i più forti e l’intero villaggio si mobilita per supportarli economicamente nel viaggio verso l’Europa. Sanno che, se arriverà dall’altra parte del Mediterraneo, il ragazzo su cui hanno puntato farà di tutto per restituire il favore. Con gli interessi».

Interessi che finiscono per aiutare anche noi: «Alla luce dell’andamento demografico degli ultimi decenni, nel 2050 si prevede una popolazione italiana composta da 56 milioni di abitanti, quattro in meno di oggi, prevalentemente anziana. Sottraendo le presenze straniere, il totale si andrebbe ad aggirare intorno ai 40 milioni, un po’ di più della metà della popolazione odierna. Se non avessimo gli stranieri, non potremmo più gestire il nostro paese come facciamo ora. Saremmo come una casa con soli anziani e senza figli».

Insomma, l’invito di Masi è di adottare l’Afica. Un pensiero positivo che nella caccia ai voti (e al migrante), chissà se qualcuno sarà in grado di raccogliere.

Ad maiora

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Diego Masi

Exploding Africa

Fausto Lupetti editore

Milano, 2017

pagg. 203

Euro 20 (i proventi vanno ad Alice for Children in Kenya)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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20 settembre 2018