Le camionette avevano targhe di città vicine e abbastanza grandi da avere un comando Omon: Voronez, Lipeck, Tambov. Illarionov immaginò cosa dovessero pensare quegli agenti di Voronez, Lipeck, Tambov del perché erano stati fatti venire a Mosca di sabato a barricare le strade di una città tranquilla. Probabilmente durante il viaggio erano stati istruiti dagli agenti dei servizi segreti assegnati all’Omon, i quali avevano spiegato loro che per le strade di Mosca si aggiravano i nemici, complici dell’imperialismo americano al soldo di una cospirazione internazionale che manovrava dietro le quinte. E quei ragazzi ci credevano, perché non si possono disperdere cittadini pacifici facendo uso di equipaggiamenti antisommossa se non si è fermamente convinti che siano nemici.

Molti manifestanti tenevano in mano una rosellina. Le distruibiva Marina a uno degli incroci, come a voler rievocare la Rivoluzione delle rose in Georgia, o la famosa fotografia dei tempi della contestazione in cui una ragazza infila un fiore nella canna del fucile di un poliziotto. Illarionov pensò che i militari dovessero aver ricevuto istruzioni anche riguardo alle rose: erano stati chiamati a difendere la città dai provocatori che volevano fare la rivoluzione come in Georgia o in Ucraina. Pensò che le loro sarebbe stato molto più facile colpire un uomo disarmato e com una rosa in mano, piuttosto che un uomo disarmato e basta.

Vicino a Benetton Illarionov vide finalmente Garri Kasparov. Guidava un gruppetto di un centinaio di persone. E teneva in mano una rosa. Si avviò verso un sottopassaggio, e gli uomini dell’Omon gli impedirono l’accesso. Illarionov pensò a quale spiegazione potessero dare gli agenti per non fare entrare nei sottopassaggi persone senza armi, senza bandiere e senza slogan. Forse il fatto che avevano una rosa in mano?

”Mi lasci passare per cortesia” disse gentilmente Kasparov.

”Qui non si passa” grugnì l’agente, seppure a disagio per dover opporre un rifiuto così netto al campione del mondo di scacchi.

“Mi lasci passare” ripeté Kasparov sempre in modo educato. “Non ha nessun motivo per bloccare la strada così. Di sabato, in centro. Non abbiamo più nemmeno il diritto di passeggiare?”.

”La vostra è una manifestazione non autorizzata” brontolò di nuovo il soldato. Sull’autobus gli uomini dei servizi segreti dovevano averlo ammaestrato dicendogli che andava dispersa una manifestazione non autorizzata.

”Non c’è nessuna manifestazione” ribatté il campionev di scacchi. “Non abbiamo striscioni, non stiamo gridando nessuno slogan. Stiamo semplicemente camminando sul marciapiede. O ci vuole un permesso speciale anche per questo?”.

Illarionov, un po’ distante, vide comparire sul viso del soldato segni di cedimento. Sentì l’ufficiale alle sue spalle gridare: “Eseguire l’ordine! Impedire il passaggio!”, Ma anche le sue urla suonavano poco convinte. Solo l’uomo in borghese con l’auricolare – di certo un agente dei servizi segreti- era sicuro del fatto suo: ordinava il colonnello dell’Omon di non permettere alla gente di passeggiare. Illarionov pensò che se Kasparov fosse rimasto tranquillo e non avesse lasciato trasparire segni di nervosismo, sarebbe sicuramente riuscito a far liberare la strada malgrado gli ordini così decisi di quel tipo. Non aveva nemmeno avuto il tempo di pensarlo che alle spalle del campione di scacchi comparvero due ragazzi (forse provocatori, forse sostenitori che non riuscivano a tenere a bada i nervi) con la bandiera nera di Limonov che urlavano: “Ci serve un’altra Russia!”. I soldati si rilassarono. “Russia senza Putin” gridarono ancora i due ragazzi. I soldati tirarono fuori i manganelli e si lanciarono sulla folla con la coscienza pulita.

Ormai avevano un motivo per picchiare persone disarmate a passeggio. Avevano di fronte i nemici sovvertitori dell’ordine costituzionale su cui avevano ricevuto istruzioni. Immobilizzarono prima quelli con le bandiere caricandoli sugli autobus, poi Kasparov, anche se non aveva fatto nulla, poi tutti quelli dietro con le rose in mano, poi quelli senza rose…

Valerij Panjuškin, 12 che hanno detto no, Edizioni e/o, Roma 2008 (un libro che consiglio ai tanti fan italiani della Russia di Putin)

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6 ottobre 2018