È un film che aspettavo da mesi, da quando in radio avevo sentito che sarebbe uscito. I Queen fanno parte integrante della mia vita giovanile e la storia di Freddy Mercury mi ha sempre toccato. Ricordo perfettamente dove ero il 24 novembre del 1991, quando mi arrivò davvero inaspettata la notizia della sua morte: in piazza della Loggia a Brescia, per delle elezioni comunali del millennio scorso (in tutti i sensi). Si era appena saputo che era malato di AIDS e poi arrivò la notizia della sua prematura scomparsa.

Una tragedia che si rivive in questo film di Bryan Singer. Bohemian Rhapsody ha tanti meriti: quello di raccontare la meravigliosa storia musicale dei Queen e di non indugiare sulla malattia del suo leader. La pellicola si chiude in pratica con l’incredibile esibizione al Live Aid del 1985, una infilata di canzoni che mi lasciò a bocca aperta mille anni fa, come mi ha paralizzato ieri sera al cinema. Unico elemento di differenza rispetto a trent’anni fa: le lacrime che hanno solcato la barba imbiancata. Perché si entra a mani e piedi in questa storia, che non può lasciare indifferente chiunque abbia amato questa band che ha davvero segnato un’epoca e che ha lasciato dietro di sé una serie di canzoni indimenticabili.

Chiudo con una nota biografica. Quando qualche anno fa con Francesca siamo andati a Zanzibar non abbiamo voluto perderci una visita a casa di Freddy Mercury, all’anagrafe Farrokh Bulsara. L’edificio non è granché segnalato e sull’isola non sembra esserci grande interesse a pubblicizzare i natali (in larga parte rinnegati dallo stesso cantante) di questa star. Chissà se il bel Bohemian Rhapsody  porterà nuovi turisti alla casa natale e modificherà l’atteggiamento delle autorità locali. Come ha scritto qualcuno prima di me è davvero un tesoro non sfruttato. E qualcosa, aggiungo io, di cui andare davvero orgogliosi.

Ad maiora

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2 dicembre 2018