La politica senza politica di Marco Revelli è un libro che ti lascia sgomento perché mette in fila tutti i difetti della politica moderna, sia quella mondiale e ovviamente anche quella italiana. 

Il sottotitolo del volume edito da Einaudi racconta molto di quel che il docente piemontese pensa che sia la causa della degenerazione odierna: “Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite”. Già perché ad avviso di Revelli è stata proprio la crisi economica, ignorata da chi governava prima, a fare da detonatore a quel che sta accadendo: «Il popolo, di cui il populismo intende farsi paladino è inteso as a whole, come un tutto. È un’entità organica, indifferenziata, omogenea. Non conosce distinzioni interne, siano esse di interessi o culture. Per questo rifiuta la classica distinzione politica tra destra e sinistra (distinzione orizzontale), travolta dalla contrapposizione verticale tra alto e basso, o tra dentro e fuori, nella quale il nemico attraverso cui viene costruita, per contrapposizione, l’unità organica del popolo, e l’estraneo: il “non-noi“, l’usurpatore, il corrotto/corruttore moralmente proscritto della comunità, o lo straniero. Perché la costruzione morale del popolo inteso come unità etica presuppone l’esclusione. A ogni forma di populismo, dunque, è connessa, più o meno nel profondo, la costruzione morale dell’“altro“ come antitesi a confronto con la quale finiscono per rivelarsi valori costitutivi della comunità di riferimento-assunta come earthland (terra del cuore)-, al riparo dei cui confini le singole individualità, sfidate nella propria identità, possono trovare conforto collettivo. L’ultimo fattore comune ai molteplici populismi rinvia all’immagine del rovesciamento: alla cacciata dell’oligarchia usurpatrice e dell’intruso (la rimozione del corpo estraneo) e alla restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non più attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative, ma grazie all’azione di un leader (tendenzialmente carismatico o comunque legato emotivamente la propria “gente” attraverso meccanismi di transfert) in grado di fare il bene del popolo. O, come si suol dire, di farsi garante della salute pubblica. Ciò spiega perché in genere i populismi assumono un linguaggio e uno stile “rivoluzionario“, in alcuni casi addirittura visionario profetico (chiliastico), senza tuttavia necessariamente rinviare a radicali messe in discussione degli assetti sociali o proprietari, anzi spesso limitando la dimensione del mutamento al solo livello del personale di governo. E chiarisce, nel contempo, le ragioni per cui populismo, per attecchire e crescere, necessita di un contesto anomalo: di una congiuntura particolare, segnata da marcate linee di crisi delle istituzioni e dei loro rappresentanti, oltre che da un diffuso e tendenzialmente virulento malessere che si traduce in un in un pervasivo processo di delegittimazione e di sfiducia in ogni classe dirigente identificabile con lo stato di cose presenti. Senza una crisi di sistema, dunque, il populismo è privato del proprio habitat». 

Il libro dopo aver analizzato i nuovi populismi, spiega anche come si alimentino con le fake news, con quella che viene chiamata post-verità che crea psicosi collettive: «L’elenco delle distonie tra la dimensione reale dei fenomeni è quella percepita e dei disturbi mentali collettivi che ne conseguono potrebbe continuare a lungo. Ne è affetto anche quel 75% di italiani che crede che gli immigrati extra-comunitari nel nostro paese siano il 25% della popolazione quando in realtà non raggiungono il 7% (una sovrastima di quasi quattro volte); così come quelli convinti che i musulmani in Italia superino il 20% mentre non arrivano al 5%; oppure quella parte di elettorato sempre più preoccupato per la criminalità nonostante il numero di omicidi e rapine sia diminuito sensibilmente (…). A tutta questa massa di persone vanno aggiunte le nicchie -più estreme e irrazionali- degli ostili alle vaccinazioni, dei creduloni convinti che gli aerei disseminino scie chimiche, e persino dei terrapiattisti, tenacemente convinti che il pianeta sia piatto e che le immagini sferiche sia prodotte dagli effetti speciali di Hollywood. Ciascuno di questi è determinato a spendere le proprie ferree credenze nel circuito di un’opinione pubblica (per usare un eufemismo) segmentata è disseminata di “bolle”, e a giocare i propri gruzzoli di verità sul mercato politico». 

Ed è così che dalla democrazia dei partiti si è passati a quella del popolo dove sono gli umori fluttuanti delle masse a spingere i politici a seguire gli istinti, anche quelli più bassi: «Prodotto di un ambiente mobile e fluido, la democrazia del pubblico tende a sua volta ad assumere la mobilità e la fluidità come proprie caratteristiche strutturali. Perché si confronta con un elettorato volubile e imprevedibile, segmentato lungo linee di divisione mutevoli e plurime. Un elettorato ormai lontano mille miglia da quello che aveva costruito la base della precedente democrazia di partito, stabile è inquadrabile, fidelizzato, perché saldamente ancorato alle sottostanti aggregazioni sociali che ne rendevano trasparenti e prevedibili le domande e le aspettative. In questo nuovo tipo di democrazia il partito -ancora una volta, come l’impresa- deve galleggiare su una massa umbratile, in costante fibrillazione, animata da umori mutevoli e, sopratutto, opaca: difficile da interpretare e prevedere se non con un procedimento per prove ed errori, per successive approssimazioni».

I rischi di un meccanismo di questo genere per le democrazie occidentali sono abbastanza evidenti. La ricerca di un diverso su cui scaricare la propria rabbia allontana dall’obiettivo i veri colpevoli di quel che accade: una classe politica sempre più inadeguata.

Ad maiora

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Marco Revelli

La politica senza politica

Einaudi

Torino, 2019

Pagg.  224

Euro: 14

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5 Maggio 2019