In questi giorni di isolamento e di #iorestoacasa ho ovviamente, come tutti, più tempo di leggere libri. E di consigliarli a quanti seguono questo blog. Ho così appena finito il volume di un collega, uno dei più bravi operatori con cui abbia lavorato in Rai: Sergio Calabrese.
In questo suo gustosissimo “Oui, je suis terùn. Storia di un migrante in patria”, Sergio ripercorre la sua vita iniziata in Sicilia e proseguita a Vigevano (sua seconda patria). Racconta di un’Italia che non c’è più, ma anche di una Rai tanto cambiata in questi anni (ma devo dire che in questi giorni di emergenza, si sente proprio l’orgoglio di fare servizio pubblico).
Il suo lavoro (tecnicamente telecineoperatore, ossia giornalista con la telecamera anziché la penna) è descritto in maniera perfetta quando parla di un altro grandissimo collega, Antonio Mutarelli: «Tu non hai mai lavorato, non hai mai provato l’annientamento della catena di montaggio, tu sei uno dei pochi privilegiati (forse lo sono tutti coloro che svolgono questo mestiere) che hanno avuto la possibilità di far coincidere la vita con la professione. Lavorano i minatori, gli operai, le lavandaie, gli impiegati del catasto, i vigili urbani, gli operatori ecologici, i dirigenti d’azienda, lavorano con o senza fatica, ma comunque e sempre senz’anima. I Mutarelli non lavorano, vivono faticosamente ogni momento della loro vita, e poi ringraziano chi ha offerto loro questa preziosa opportunità, e sopravvivono alle angherie che l’occulta regia della vita gli ha riservato». Righe che mi hanno ricordato una scena di qualche anno fa: in una Pontida, aggressiva e sotto il diluvio, col collega Ubaldo Bonotti (altro top della categoria) cui viene impedito di fare le riprese da simpatici sbandieratori di simboli padani. Alle sue rimostranze, gli rispondono, in stretto dialetto: sarà mia laurà chel lì… (non so se si scrive così, ma avrete capito).
Per tornare al libro, Sergio (o Sergino come veniva chiamato in redazione dal mitico Mario Sacchi, altro operatore più volte citato nel volume, dato che ha fatto la storia della tv italiana) non nasconde il suo pensiero politico che non l’ha fatto troppo amare dai vertici redazionali: «Fu quella la mia unica intervista “face to face” fatta durante i diciotto anni del Berlusconi politico».
Ma per (sua e nostra) fortuna, Sergio era appassionato di sport, e di calcio sopratutto. Ed è stato testimone dei momenti più belli per la Nazionale pallonara: «Palla al centro e pronti via! Anche per chi vi narra queste note è difficile trasmettere il Niagara di emozioni vissute durante quella partita e in quegli interminabili tempi supplementari. Infine i rigori. Quei maledetti rigori che tante volte ci hanno fatto disperare. E poi? E poi, tutto il resto gioia. Una gioia infinita! Il 9 luglio dell’anno del Signore 2006, gli operai di Lippi Marcello di Viareggio scalano la vetta del mondo. Da quella notte: “Il cielo è azzurro sopra Berlino” Marco Civoli dixit». Questa citazione del grande Marco è stata peraltro scippata nel libro di Bella Zio di Bergomi -che dice che la gridò Caressa- ma d’altronde da quando Sky ha ri-sonorizzato le storiche telecronache degli azzurri fatte della Rai, mi aspetto la qualunque.
Insomma, avete capito che tipo di volume interessante e curioso sia. Perché, come specificato nel finale, «fatti, luoghi e personaggi narrati in questo volume sono reali». Pezzi di vita e di storia, insomma.
Ad maiora

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Sergio Calabrese
Oui, je suis terùn. Storia di un migrante in patria
P&V edizioni
Vigevano, 2018
Pagg 101
Euro 14 (ma online l’ho visto a 11,90, 3.49 come eBook)

16 Marzo 2020