È uscita in questi giorni la biografia di Ottavio Bianchi, l’allenatore che nella stagione 1986/87 portò il Napoli a vincere il suo primo scudetto. Ma nel libro, scritto grazie alla pervicacia della figlia Camilla (giornalista non-sportiva dell’Eco di Bergamo), non troverete tanta aneddotica su quegli anni. E invece “Sopra il Vulcano” (edito da Baldini+Castoldi) vi racconta soprattutto la figura di questo uomo, figlio di un calcio (e di un paese) che non c’è più. Non a caso la prefazione del volume è di uno dei più grandi giornalisti sportivi, morto da pochi giorni: Gianni Mura.

Bianchi, nato a Brescia nel 1943 ma che ha scelto (insieme alla moglie) Bergamo Alta come base della propria vita, da uomo di calcio ha avuto, tra le altre cose, due fortune: in campo ha marcato Pelè e in panchina allenato Maradona. Mica male per un ragazzino cresciuto tirando calci in oratorio e che è sopravvissuto (e in quegli anni non era facile come oggi) a due pesanti infortuni alle ginocchia. Nella sfortuna, ha avuto il vantaggio di essere allenato da due grandi Mister come Pesaola e Rocco.

Uomo libero ha avuto duri scontri coi presidenti (Ferlaino lo vendette all’Atalanta perché faceva il “sindacalista” della squadra) ma anche coi giocatori (con un ammutinamento guidato da Garella che spinse la domenica successiva tutto il San Paolo a gridare “Ottavio, Ottavio“ quando allenava il Napoli, giornata che l’ha commosso più dei titoli vinti). Il nomignolo Sergente di Ferro non lo fa impazzire, ma senza quella sua rigidità quasi teutonica difficilmente avrebbe vinto uno scudetto, due Coppe Italia (una anche alla Roma) e una Coppa Uefa.

Il mondo del calcio, circondato da procuratori e social network, è così cambiato che Bianchi dice che oggi non potrebbe fare nemmeno il magazziniere

Eppure questo personaggio tutto di un pezzo, lombardo di altri tempi, è rimasto legato a doppio filo a una realtà così diversa (ma tanto bella e calorosa) come quella di Napoli. Quando, nel giorno della vittoria dello scudetto, sfuggendo al pressing delle meravigliose interviste di Galeazzi, si nasconde negli spogliatoi del San Paolo, la prima cosa che fa è cercare un telefono per chiamare casa. Risponde proprio la figlia Camilla: «La televisione è accesa, trasmette le immagini di Napoli in festa. Sento un gran fracasso in sottofondo e una voce che urla “Campioni”. Non lo riconosco, passo la cornetta a mia madre. La vedo commuoversi e capisco». Poche righe che raccontano un mondo. Lo stesso devastato in questi giorni dal coronavirus. Lo stesso che tornerà ad alzarsi presto in piedi. Perché a un popolo senza regole ha sempre bisogno di un sergente di ferro.

Ad maiora

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Ottavio Bianchi e Camilla Bianchi

Sopra il Vulcano

Baldini+Castoldi

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12 Maggio 2020