Author Archives: Andrea Riscassi

Alberobello, trulli per Bari e altre squadre

La Bari

Chi tifa le grandi squadre non capisce noi tifosi delle piccole. Snobbati in dialoghi così: per che squadra tifi? “Bari”. “Ok, Bari e poi? L’alternativa è: ok, Bari, ma di serie A”: “Bari, solo Bari”. L’altro a quel punto fa due cose: o fa finta di niente, pensando che ostento paraculaggine, o appunto mi prende in giro. Allora sale la rabbia, ormai pienamente controllata da anni di esperienza. Perché c’è una cosa che il tifoso di una piccola squadra detesta più delle altre squadre: l’idea che ci siano altri che si spacciano per tifosi della sua squadra, ma che in realtà la usano per mascherarne un’altra. Grande, ovviamente. Doppiofedisti, che non sono diversamente tifosi. La verità è che non sono per niente tifosi. (…)

Oggi c’è un burrone, l’impotenza. E ora? Dove andiamo? Che facciamo? Chi siamo? Qualcuno metterà dei soldi, sì ma per cosa? E quale sarà il progetto? Chiedi perché non hai risposte. E infatti io non so niente di tutto questo e non so neanche se è importante, adesso. Qualunque sia il domani, senti solo l’ultima strofa di quella canzone: “Canto, vivo per te… io non mollerò… Sono biancorosso è mai ti lascerò “.

Beppe Di Corrado, Lamento del tifoso fallito, Il Foglio quotidiano, 21 luglio 2018

(letto su una spiaggia leccese, dove i ragazzini irridevano un coetaneo -barese, la cui squadra è appena fallita- al coro: Tanto già lo so che l’anno prossimo giochi con il Nardò”)

(Letto tutto il Foglio oggi. Davvero tanti spunti, approfonditi e interessanti. Checché ne dicano alcuni che attualmente si trovano a Palazzo Chigi)

Ad maiora

L’ultimo melograno curdo

Un padre che arrestato e sepolto nel deserto, ha come unica aspirazione uscire per poter vedere suo figlio. Ma ne troverà ben tre. Una trama d’altri tempi per un libro ambientato invece in questi giorni, nel martoriato Kurdistan. Bachtyar Ali, col suo L’ultimo melograno, racconta una fiaba amara, ma capace di far sognare speranze per il futuro. La prima parte del volume (edito da Chiarelettere) è un inno all’ascetismo, l’unico in grado di farti sopravvivere in un carcere in mezzo al nulla: “Il deserto è pieno di voci che l’uomo non potrà mai comprendere fino in fondo, ma giorno dopo giorno ero riuscito a decifrarne i mille geroglifici. Se sei costretto a vivere così a lungo in una cella in mezzo al deserto, devi imparare a riempirti la vita, a tenerti impegnato. E soprattutto a non pensare al tempo. Solo quando riesci a dimenticartene puoi dimenticare anche dove ti trovi”. E ancora: “Dopo ventun anni passati nel deserto, la sabbia è la sola cosa a cui riesci a pensare. (…) Le distese sconfinate del deserto ti rendono libero, e alla fine arriva il giorno in cui quella libertà è tutto ciò che ti serve”.

La sintesi di questa vita forzatamente monastica di questo ex guerrigliero curdo si condensa in due sentenze:

“Chi pensa soltanto all’universo è libero dalla paura“.

“Il deserto e la politica sono la stessa cosa: due campi nei quali non cresce nulla”.

Ovvio che Muzafari nella sua cella insabbiata abbia imparato l’assoluta arte della pazienza: “Non c’è nulla di più difficile che dover imparare a non aspettare. L’uomo è una creatura debole, sempre in attesa di qualcosa. Aspetta fino al giorno del giudizio la ricompensa promessa, che non arriva mai, perché non esiste. Questa notte, però, posso dirvi questo: senza attesa l’uomo non è più nulla, è destinato a crollare. Senza attesa l’uomo è perso per sempre”.

Fuori dal carcere l’ex combattente farà molte scoperte, tante quanti gli anni in cui è stato rinchiuso. Troverà nuovi amici, nuovi fratelli, nuovi figli. Perché “esiste un solo tipo di fratellanza: quella che nasce dalla vita e dall’amore. Tutto il resto è solo menzogna”.

Ad maiora

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Bachtyar Ali,

L’ultimo melograno

Chiarelettere,

Milano 2018

Pagg 272

Euro 17

Parassiti sociali

Il 4 giugno del 1972 Iosif Brodskij, all’età di 32 anni, atterrò a Vienna con un aereo proveniente da Leningrado. Non era mai uscito dal gigantesco territorio russo. Dal chiuso del furgoncino che lo portava verso l’uscita dello scalo viennese, non appena intravide il volto dell’amico Carl Proffer fece rapidamente, con l’indice e il medio, il segno della vittoria. Che tipo di vincitore poteva essere un uomo spedito in esilio? A quale vittoria faceva riferimento il poeta che ora si trovava lontano dai riverberi baltici che tanto amava della sua Leningrado? Quelle dita alzate, viste da lontano, dall’al di là del vetro del furgone, testimoniavano coraggio, il gesto di chi chiede costantemente a se stesso una certa presenza d’animo. Anche quando si è stati appena accompagnati fuori dalla propria terra, fuori dalla Russia, anche quando si è stati appena esiliati. “Meglio non concedersi lo status di vittima”. Queste parole pronunciò ad Ann Arbor qualche anno dopo, davanti agli studenti dell’Università del Michigan. Ma c’e da credere che le pensasse già quel giorno, dietro al finestrino del furgone. Le parole in cui credeva, le parole che pronunciava, in fondo, erano tutto quello che aveva. Erano la capsula in cui viaggiava una volta che era stato gettato via dalla Russia di Breznev semplicemente per quel che faceva, per l’eccentrica occupazione che si era scelto: scrivere poesie. Per questo tipo di regime, un poeta era un parassita sociale.

Federico Pace, Controvento, Einaudi, 2017

 

Un saluto a tutti i poeti e a tutti quelli che si opponevano ieri al regime di Breznev e oggi al regime di Putin. Qui come là.

Ad maiora

 

Bandiera Polonia

Lettere dalla Polonia

L’amico Matteo Cazzulani, già presidente di Annaviva, da qualche anno vive in Polonia, interessante cartina di tornasole anche per il nostro disastrato paese. Qui le sue riflessioni sulla scena politica polacca.

ad maiora 

 

Essere invitato a scrivere sul blog di uno dei miei pochissimi Maestri di giornalismo (oltre che di attività associazionistica: Anna è sempre Viva!) è sia un immenso onore che un grande onere, sopratutto considerato la necessità di adattarsi allo stile breve, diretto ed essenziale che caratterizza questo blog. Farlo in un pezzo che tratta della situazione politica in Polonia rende il compito ancora più complicato. Per questo, procederò per 3 sequenze: cause, fatti e conseguenze del governo conservatore del partito Diritto e Giustizia (PiS).

La causa prima della nascita del governo PiS è legata al precedente esecutivo guidato dalla cristiano-democratica Piattaforma Civica (PO) la cui supponenza politica (leggasi la convinzione di avere la vittoria in tasca) ha spinto la formazione dell’ex-Premier Donald Tusk a condurre una campagna elettorale blanda, sicura di un successo che, però, non è arrivato.
La seconda causa è legata allo stesso Tusk. Unico premier della storia della Polonia capace di ottenere una rielezione (nel 2011), oltre che fautore di una crescita economica di notevole importanza, Tusk ha abbandonato in fretta e furia il Paese per ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio Europeo senza, tuttavia, preparare una successione degna di lui. Bravo Premier sì, Tusk, ma scarso leader: una debolezza che l’elettorato polacco ha punito, votando Presidente e Governo di marca PiS nel 2015 (e che, con tutta probabilità, punirà ancora qualora, come sembra, Tusk dovesse tornare sulla scena politica polacca come sfidante del Presidente Andrzej Duda).
Per quanto riguarda i fatti, il governo conservatore si è distinto per misure molto controverse che hanno indebolito la Corte Costituzionale e, nel complesso, ha posto la magistratura sotto uno stretto controllo da parte dell’Esecutivo.
In economia, il governo PiS ha approvato un programma di sussistenza finanziaria a famiglie con più di due figli, il 500 +: una misura che ha inasprito il controllo su datori di lavoro e contribuenti al fine di reperire le risorse necessarie per realizzare tale manovra.
Il governo PiS ha anche approvato una legge che vieta, pena multa o addirittura il carcere, la negazione pubblica dei casi di collaborazionismo che i polacchi avrebbero compiuto durante e dopo l’occupazione nazista. Casi che invece, come altrove in Europa, sembrano purtroppo essere esistiti: leggere i testi di Jan T Gross e del buon Gabriele Nissim sulla Shoah in Europa per farsi un’idea.
A fare discutere, e tanto, è anche la proposta di una legislazione restrittiva del diritto all’aborto, che ha dato vita ad un movimento di protesta ben partecipato (seppur circoscritto alle grandi città) capace di raccogliere sia donne che uomini.
In politica estera, il governo PiS ha compattato il Gruppo di Vyšegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) attorno ad una posizione fortemente contraria al programma di redistribuzione forzata dei migranti voluta dalla Germania.
Per quanto riguarda le conseguenze, la Polonia rischia un inasprimento del braccio di ferro con le Istituzioni Europee. Mentre Bruxelles ritiene che la democrazia sia a rischio in Polonia (curiosità: una simile preoccupazione non è stata mai mossa nei confronti della Spagna, che tratta i manifestanti non violenti in Catalogna con cariche di polizia e persecuzione politica), Varsavia accusa Bruxelles di infrangere la sovranità della Polonia (prontamente dimenticando il tema della sovranità quando si tratta di accaparrare i cospicui fondi europei).
Sul piano economico, la politica di redistribuzione della ricchezza compatterà l’elettorato PiS, leggasi popolazione rurale e proletariato delle grandi città (oltre al clero), che è il maggiore beneficiario del programma 500 +.
Sul piano della politica estera, UE a parte, il governo conservatore gioca un poker diplomatico: da un lato, esso rischia di compromettere le tradizionali relazioni di amicizia con Ucraina e Lituania; dall’altro, pone la Polonia come leader regionale e portavoce dei Paesi dell’Europa Centro Orientale, ossia un attore scomodo, ma imprescindibile con cui Merkel e Junker debbono fare i conti.
Lecito, infine, sottolineare come la situazione politica in Polonia, in cui il PiS mantiene sia la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, che una predominanza indiscutibile nei sondaggi, sia dovuta ad una situazione di politica interna priva di equilibrio. Vi è, infatti, la pressoché totale assenza di una sinistra seria che bilanci, con proposte ben marcate sopratutto sul tema dei diritti civili, sia i conservatori oggi al governo, che i cristiano-democratici all’opposizione.
Quest’ultima considerazione, preso atto della situazione politica italiana e dell’imminente nascita del governo giallo-verde nel nostro paese, frutto dello scarso risultato elettorale riscosso dalle forze moderate (PD e Forza Italia), può tranquillamente valere anche per la non più politicamente moderna Italia.
Ad maiora,
Matteo Cazzulani
@MatteoCazzulani

Gli anni della lotta armata

La Nuova edizione aggiornata di Gli anni della lotta armata inizia con la stessa frase di Erri De Luca che apriva anche il volume del 2013: “Qualcuno in una cella e in un esilio sconta il Novecento anche per me”. Una citazione che è anche la base su cui si fonda il lavoro di Davide Steccanella, avvocato e caro amico, sulla diffusione popolare di quella che definisce una “rivoluzione mancata“.

Steccanella ha voluto ridare alle stampe questo volume che rappresenta una attenta cronologia di quanto accaduto dal 1969, anno della Strage di Piazza Fontana che segnò in maniera indelebile la storia repubblicana e quella di tante generazioni fino al 1988, anno dell’ultimo omicidio targato Brigate rosse. La cronaca prosegue con il 1989 (la caduta del Muro di Berlino) e arriva – in maniera aggiornata – fino al 2017, raccontando gli strascichi politici e giudiziari di quelli che vengono chiamati gli Anni di piombo (anche se Davide spiega bene come quella definizione derivi dal film di Margarethe Von Trotta che si riferiva in realtà al post-nazismo tedesco).

Se siete interessati a capire cosa sia accaduto in Italia in quegli anni terribili, il libro di Steccanella potrà essere una buona base di partenza. E anche se avete seguito le vicende, qui troverete tutti gli avvenimenti, molti dei quali, giocoforza, saranno usciti dalla vostra memoria.

L’autore credo sia tornato a pubblicare Gli anni della lotta armata anche per reagire alle “novità” che spesso emergono sulla vicenda di Aldo Moro, punto nodale dal quale inizia anche la premessa del volume.

Ad maiora

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Davide Steccanella

Gli anni della lotta armata

Bietti

Milano, 2018

Pagg. 541

Euro 17

Val di Susa

Estremista

Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione.

Italo Calvino, Quattro risposte sull’estremismo, Nuovi Argomenti, gennaio-febbraio 1973

25 aprile

Ciao zio Ermanno.

74 anni fa, insieme ad altri tre partigiani piacentini, fosti fucilato da fascisti e tedeschi. Tu di anni ne avevi solo 18, con tutta la vita davanti a te.

Oggi, anche grazie al tuo sacrificio, l’Italia è libera. E migliaia di persone, come ogni anno, sono in piazza a Milano e in tutto il paese.

Non ti ho dimenticato.

Non vi abbiamo dimenticati. E mai lo faremo!

Buon 25 aprile a tutti!

Se c’è una cosa che ho imparato nella vita è che bisogna trovare la pazienza di aspettare i morti”. Bachtyar Ali, L’ultimo melograno (bel romanzo di Chiarelettere sui partigiani curdi).

Ad maiora

Ti aspetto bene!

Solita mail di phishing. Questa sostiene di avermi trovato su un sito di incontri… Tradotta, come sempre, alla cacchio.

Ad maiora

 

Ciao. Sono Aimee e voglio conoscerti. Ho visto il tuo indirizzo email sul sito di incontri.
È stato tanto tempo fa. Quindi non ricordo su quale sito fosse attivo. Per tutto questo tempo non ho osato scriverti.
Perché vivo in un altro paese. Ma mi hanno detto che mi avrebbero mandato alle trattative per lavoro.
E dal modo in cui questo evento accadrà nella tua città. Così ho deciso di scriverti nella speranza,
che non mi rifiuterai. Lo voglio davvero. Sai quando ho guardato le tue foto,
nella mia anima era così caldo e accogliente. E per molto tempo non potevo dimenticarti.
Voglio incontrarti se non ti dispiace.
Potremmo divertirci. Per quanto posso ricordare, hai anche cercato una relazione lunga.
Forse potremmo avvicinarci l’un l’altro. Spero che non mi neghi questo.
Penso che non abbia senso scrivere molti messaggi tra loro. Sarà meglio se ci incontriamo una volta.
Quindi possiamo parlare di molte cose. Sono libero ora, non ho una relazione.
Se non sei pronto ora per una relazione seria e non ti avrò fretta.
In ogni caso, potremmo semplicemente organizzare una vacanza insieme.
Ma vale la pena discutere in una riunione e non in una lettera.
Trascorro tutto il mio tempo al lavoro e non ho l’opportunità di riposare.
Ho un post importante e non posso organizzare un appuntamento con un uomo nella mia città.
Non voglio che nessuno lo sappia. Poiché è questo che quelli che mi invidiano diranno a riguardo.
Ho successo e molto bello. Penso che nella foto che ti ho mandato lo vedrai.
Voglio trovare un uomo e vivere una vita felice. Volevo che quest’uomo fosse te.
Ho un profilo su un sito di appuntamenti e c’è tutto di me che amo.
Clicca (ho rimosso il link ovviamente, NdA) e puoi vedere il mio profilo. A proposito, c’è anche il mio numero di telefono,
se hai voglia di chiamarmi Trascorri qualche minuto per registrarti,
L’ho fatto anche rapidamente. E chiamami Sarò molto felice se mi chiami.
Se mi rispondi con una lettera, probabilmente non potrò leggerla in breve tempo.
Pertanto, penso che tu come un uomo dovresti chiamarmi. Sto aspettando il nostro incontro.

Milano non è (più) una città per pedoni

Salvo per le mie frequente gite fuoriporta, sono cinquant’anni che cammino per Milano. Mia madre, fin da quando sono piccolo, mi ha sempre fatto fare parecchia strada a piedi e quando sono invecchiato (colpito come tanti da una -tardiva- crisi di mezza età) mi sono messo a correre. Preparo le cosiddette tapasciate e percorro circa un centinaio di chilometri al mese, per preparare gare più o meno competitive.

Milano, a differenza di altre città, è perfetta da attraversare camminando: è piccola, pianeggiante e con marciapiedi grandi. E se poi siete stanchi o avete fretta, potete sempre far ricorso ai mezzi pubblici, davvero efficienti.

In una città che va di corsa (ma non nel modo che intendo io -per preparare mezze maratone – ma proprio per l’ansia di fare soldi o l’ansia di spenderli) i pedoni sono sempre stati l’anello debole della catena alimentare meneghina. Ma in questi anni i predatori sono aumentati in maniera esponenziale.

Prima infatti c’erano solo gli automobilisti a contendere i marciapiedi ai pedoni.

È una vecchia tradizione milanese (subito adottata da chi ha scelto questa città per viverci): per gli automobilisti il marciapiede viene considerato una estensione della strada. E quindi, sopratutto di sera, è terra di conquista. Come le strisce pedonali.

A questi ostacoli i pedoni milanesi sono ormai abituati. Chi ha difficoltà a deambulare sa che dovrà cercare di evitare tutti coloro che, per una ragione o per l’altra (“solo 5 minuti”) parcheggiano in luoghi che in qualunque altra città europea sarebbero off limits anche per 5 secondi.

A questi avversari dicevo che ormai ci siamo abituati: quelli che rendono difficile camminare sono ora i nuovi ostacoli. Come le moto. L’aumento delle auto ha spinto molti milanesi a scegliere le due ruote a motore per spostarsi. Moto che dopo essere state acquistate e usate per zizzagare nel traffico, devono poi essere parcheggiate. Se possibile sotto casa.

Anche dove ci sono (rari e insufficienti) appositi spazi per le moto, alcuni centauri decidono di proteggere la loro beneamata piazzandola in quella che i vecchi milanesi chiamavano l’ombrello dei cani: ossia quella parte di marciapiede protetta dai terrazzini. Così, ora, se piove (e quest’anno piove sempre), la moto sta all’asciutto e ilpedone si bagna

C’è anche chi, incurante della logica, piazza la moto in modo che chi cammina debba per forza scendere dal marciapiede o diventare una sardina per poter procedere.

C’è stato un tempo nel qualche chi viveva a Milano non comprava la bici perché era quasi certo che gli sarebbe stata rubata. E non sparivano solo le Bianchi. Anche misere Grazielle attaccate ai pali della luce si volatilizzavano e poi forse se eri fortunato le potevi trovare tra gli abusivi della Fiera di Sinigaglia, magari riverniciate. Erano state rubate, ai tempi di Pillitteri, persino le bici del comune (antichi avi di BikeMi). Questo l’altro ieri. Ora la sharing economy ha fornito all’enorme massa di consumatori milanesi un nuovo strumento per spostarsi velocemente: le bici che si controllano con l’app e che si possono lasciare dove si vuole. Ossia, quasi sempre, sul marciapiede. Dove a volte, come qui sotto, contendono la strada alle auto (parcheggiate – neanche a dirlo- a cazzo) o all moto.

Sono comode e pronte all’uso, ma hanno ulteriormente ridotto gli spazi per chi cammina.

Come d’altronde fanno anche certe bici private, spesso piazzate in marciapiedi, che il Comune di Milano è costretto a proteggere dalle auto come fossimo a Belfast nel periodo delle autobombe. Anche in questo caso, complimenti per chi piazza i suoi ingombranti qui…

Chiudo con una considerazione su una moda del momento che vede crescere a dismisura la grandezza dei passeggini. La natalità non è granché di moda a Milano, ma chi procrea ora si prende una specie di suv a spinta manuale, che anche in questo caso rende difficile l’incrocio sullo stesso marciapiede.

Chiudo con le cacche di cani che non ho fotografato ma che chi cammina per Milano conosce bene. Anche in Australia ci sono tanti quadrupedi, ma in tantissimi camminano a piedi nudi perché c’è il rispetto del prossimo. Che qui da noi manca e che non può essere imposto dall’alto. Non può esserci un vigile per ogni automobilista che parcheggia come capita o per il ciclista che scampanella se i pedoni non si fanno da parte (magari perché sta facendo una consegna di cibo e ha tempi stretti) o per gli amici dei cani che non raccolgono quel che i quadrupedi lasciano sul marciapiedi, in una città troppo asfaltata. Vietato vietare, doveroso vietarsi, dicevamo una volta. Un mantra ancora valido per la convivenza in una città tanto affollata.

Ad maiora

Libertà tra i Navigli

Libertà tra i Navigli

Un volume che racconta le storie della marea di lapidi di partigiani che punteggiano i caseggiati di gran parte di Milano. Questo bel libro (a cura del Coordinamento Anpi Zona 6) limita il suo raggio d’azione a storici quartieri popolari: Barona, Lorenteggio, Giambellino e Porta Genova.

Ogni lapide di un martire per la libertà racconta un pezzo di storia del nostro paese, e anche e sopratutto di Milano. Nel testo si ricorda di come, all’arrivo degli Alleati, la città non solo era già stata liberata dai partigiani, ma era già in piena funzione, seppure a livello e emergenziale.

Oltre al risveglio di una minoranza fascista nel nostro Paese, in questi ultimi anni più d’uno ha messo nel mirino l’Anpi, associazione che -giocoforza- è ora guidata non da partigiani, ma da quanti vogliono tenere desta la memoria della Resistenza (non solo portando fiori e corone alle lapidi ogni 25 aprile).

Questo “Libertà tra i Navigli” spiega – nero su bianco – come il lavoro dell’Anpi sia ancora vitale, ieri come oggi.

Ad maiora

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Libertà tra i Navigli

Coordinamento ANPI Zona 6 Milano

Pagg. 222

http://anpibarona.blogspot.it

anpibarona@fastwebnet.it