Category Archives: Pensieri

Azzurri davanti alle telecamere

Italia fuori dai Mondiali, a perderci sono i giovani. Tifosi

Ho lasciato che l’imbarazzante eliminazione dell’Italia sedimentasse prima di scriverne. Alla fine, dopo un fiume di articoli letti sui giornali, non la menerò più di tanto. Serve un ricambio generazionale a tutti i livelli. Ma questo riguarda il Paese non solo il suo calcio.
Ciò che mi amareggia è che mia figlia Marta si perderà la magia di seguire i Mondiali estivi. I prossimi saranno tra nove anni. Una vita.
E allora in queste ore mi si è aperto l’album dei ricordi e la mia mente mi ha ripresentato vecchi file, con dolci sensazioni.
La prima è datata 1978. Ero poco più di un bimbo e meno di un ragazzino. Avevo un età che comunque non mi consentiva di stare in piedi oltre una certa ora (il limite dettato dalle previsioni di Bernacca era tramontato alle Elementari). Eppure mi ricordo la notte passata in piedi con mio padre a seguire la vittoria dell’Italia contro quella Argentina che (con la compiacenza dei terribili militari che tenevano in pugno il Paese e che grazie a quel successo consolidarono il regime) poi avrebbe trionfato a Buenos Aires. L’esultanza, silenziosa, alla incredibile rete di Bettega (davanti alla tv in bianco e nero) mi fa ancora battere il cuore (e ricordare papà).
Quattro anni dopo gli azzurri, in Spagna, dopo un incerto girone di qualificazione, finiscono in un gruppo assurdo, con Brasile e Argentina. Una solo squadra sarebbe passata. E a sorpresa fu proprio l’Italia (che vinse i Mondiali, con una intera nazione che si riversò in piazza a festeggiare). Contro i sudamericani si giocava di pomeriggio e io saltavo da solo sul divano a ogni gol di Paolo Rossi (papà era al lavoro e gli amici erano dai nonni). Ero in preda a una esaltazione sportiva che non ho più provato. Perché inaspettata, totalizzante. Ricordo che mia madre, appassionata di libri non di calcio, si sedette al mio fianco a farmi compagnia di fronte alla tv, un monitor diventato a colori, ma lontanissimo parente di quello che ha trasmesso la débâcle azzurra lunedì.
Ecco, a Ventura e chi l’ha scelto, imputo sopratutto questo: che ci sarà una generazione di ragazze e ragazzi che la prossima estate non si potrà ritrovare a casa di qualche amico a guardarsi l’Italia mondiale. O anche da solo a casa con genitori e fratelli. A costruirsi ricordi aggregativi che non torneranno più. E, calcio a parte, non è mica poco!
Ad maiora

L’Aquila Zona Rossa

A trovare zia L’Aquila

Sul percorso della mia trasferta oggi sono passato da L’Aquila. E mi sono fermato a vedere come sta. Come si fa quando si va a trovare un’amica che non sta bene, o una zia che è stata male.

Sono rimasto molto legato a questa città. Sono stato qui, quando lavoravo alla Tgr, per dare una mano ai colleghi abruzzesi nel 2009, pochi giorni dopo il terremoto. E ogni volta che in macchina mi avvicino a questo borgo ferito, sento lo stesso peso sul cuore che provai quando, insieme a Ermanno Generali, arrivammo qui per la prima volta. Non ho conosciuto L’Aquila intatta e mi dispiace tanto.

Il blog che state leggendo prese il via proprio in quei giorni dell’aprile 2009. Pur facendo tanti servizi per i tg, sentii l’esigenza di mettere per iscritto le sensazioni che provai. Per non tenermele tutte dentro.

Tornai pochi mesi dopo nel cratere, quando ormai mancava poco al primo Natale. E ci portai molti studenti del primo biennio del Master di giornalismo. Fu una esperienza ancora più forte. E chissà se a loro quella prima “trasferta” è servita nel loro percorso.

Ci sono stato anche anche tre anni fa, con Francesca, che pure sulla sua pelle un terremoto l’ha vissuto.

E oggi eccomi qui. Con le lacrime che ogni tanto si presentavano a vedere le macerie. O a osservare i restauri alla magnifica Basilica di Collemaggio. O i cartelli con scritto (ancora)Zona Rossa, non entrare.

Una cosa ho notato sul Corso, ancora con tanti cantieri e la maggior parte dei negozi chiusi. In tanti, il sabato mattina erano ancora lì a fare la vasca, a trovare anche loro l’amica malata. Che, ne sono certo, presto tornerà a rialzarsi.

Lascio il resto alle foto che ho scattato.

Ad maiora

Non volevo flirtare

Mail di phishing arrivata poco fa.

Dalla Mia nuova fidanzata. (I grassetti sono miei)

Ad maiora 

……………..

 

Come stai?  Vorrei parlare brevemente di me.
La mia eta e di 32 anni, sono una bruna, il mio corpusco e di 169 cm con tutto il mio 52 kg.
Sono sola. Non ho mai sposato e non ho figli. Se mi rispondete, ti inviero una photo nella prossima lettera.
Spero che sono interessato a loro. Se non sono interessati a me, ignora il mio messaggio. E non ti inviero piu lettere.
Come stai? Come e il tuo stato d’animo? Ti ho trovato in un sito di incontri.  Vuoi un rapporto serio? Lo sto cercando.
Spero che tu non sia interessato solo a flirtare. Non volevo flirtare. Vorrei trovare il vero uomo con cui posso avere un rapporto lungo e serio.
Molte volte ho incontrato l’uomo sbagliato, con cui non ero felice. Sono stanco di questi uomini!
Voglio trovare l’uomo giusto per creare una famiglia e un rapporto serio.
Sono gia stanco di sofferenza e sento il dolore nel mio cuore.
Ma spero che tu desideri trovare il tuo vero amore.
Mi e piaciuto. Spero che mi scriverai indietro.
Cordiali saluti  La tua nuova fidanzata.

Leggere

Estensione di memoria

Di tutti gli strumenti dell’uomo il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensione del suo corpo. Il microscopio… l’aratro e la spada… Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione. Che altro è, difatti, il nostro passato se non un insieme di sogni? Che differenza può esserci tra ricordare i sogniE ricordare il passato? Questa è la funzione cui assolve un libro.
Jorge Luis Borges, El libro, 1979

Murales milanese

Libri

Bisognerebbe leggere, credo, solo i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato in noi. Questo credo.

Franz Kafka, Lettere, Mondadori, 1988

 

Domani 50 anni.

E tanti libri che mi hanno morso, punto. E stimolato.

ad maiora

Gabbiano che vola

Non aio gana di parlari

Arrivò a Marinella che erano squasi le sei di sira. Era un bellissimo tramonto. Montalbano sintì che la tensione nirbùsa gli s’allintava appena che s’assittò supra alla virandina.

Ristò ‘mmobili a respirari, senza aviri manco la forza di ‘nfilari ‘na mano in sacchetti e tirari fora il pacchetto di sicarette. Era accusì ‘mmobili che ‘na palumma si vinni a posari supra alla ringhiera della virandina. Passiò tanticchia avanti e narrè, po’ si fermò a tagliarlo.

“Non aio gana di parlari” fici Montalbano mentre che sintiva che gli occhi accomenzavano a farigli pampineddra.

La palumma si nni volò via.

Montalbano chiuì l’occhi.

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Andrea Camilleri, L’altro capo del telefono, Sellerio, 2016

Granchio

Il grancio e l’Europa

“Chi nni pensi tu dell’Europa?” spiò al grancio che dallo scoglio allato lo stava a taliare.
Il grancio non gli arrispunnì.
“Prifirisci non compromittiriti? Allora mi compromitto io. Io penso che doppo il granni sogno di ‘st’Europa unita, avemo fatto tutto il possibili e l’impossibili per distruggirinni le fondamenta stisse. Avemo mannato a catafottirisi la storia, la politica, l’economia ‘n comuni. L’unica cosa che forse restava ‘ntatta era l’idea di paci. Pirchì doppo avirinni ammazzati per secoli l’uni contro l’autri non nni potivamo cchiù. Ma ora ce lo semu scordati, epperciò stamo attrovanno la bella scusa di ‘sti migranti per rimittiri vecchi e novi confini coi fili spinati. Dicino che tra ‘sti migranti s’ammucciano i terroristi ‘nveci di dire che ‘sti povirazzi scappano proprio dai terroristi”.
Il grancio che non voliva esprimiri la sò pinioni prifirì sciddricari nell’acqua e scompariri.

Andrea Camilleri, L’altro capo del filo, Sellerio, Palermo, 2016

Promessa di matrimonio

Lui continuò a leggere: «Nella malattia e nella malattia. È questo che vi auguro. Non cercate e non aspettatevi miracoli. Non ci sono miracoli. Non più. E non ci sono rimedi per le ferite che feriscono di più. C’è solo la medicina di credere nel dolore dell’altro e di esserci».

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, Milano, 2016

L’ultima volta

Nessun lattante sa che è l’ultima volta che gli viene tolto di bocca il capezzolo. Nessun bambino sa che è l’ultima volta che chiama sua madre “mami”. Nessun ragazzino sa che il libro si sta chiudendo sull’ultima fiaba della buona notte che gli sarà mai letta. Nessun fratello sa che la vasca si sta riempiendo per l’ultimo bagno che farà mai col fratello. Nessun ragazzo sa, la prima volta che arriva al culmine del piacere, che da quel momento tutto per lui sarà collegato al sesso. Nessuna donna, sulla soglia della pubertà sa, mentre dorme, che ci vorranno quattro decenni prima che si svegli di nuovo infertile. Nessuna madre sa che sta sentendo la parola “mami” per l’ultima volta. Nessun padre sa che il libro si è chiuso sull’ultima fiaba della buona notte che leggerà mai.

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, Milano, 2016