Category Archives: Pensieri

Milano non è (più) una città per pedoni

Salvo per le mie frequente gite fuoriporta, sono cinquant’anni che cammino per Milano. Mia madre, fin da quando sono piccolo, mi ha sempre fatto fare parecchia strada a piedi e quando sono invecchiato (colpito come tanti da una -tardiva- crisi di mezza età) mi sono messo a correre. Preparo le cosiddette tapasciate e percorro circa un centinaio di chilometri al mese, per preparare gare più o meno competitive.

Milano, a differenza di altre città, è perfetta da attraversare camminando: è piccola, pianeggiante e con marciapiedi grandi. E se poi siete stanchi o avete fretta, potete sempre far ricorso ai mezzi pubblici, davvero efficienti.

In una città che va di corsa (ma non nel modo che intendo io -per preparare mezze maratone – ma proprio per l’ansia di fare soldi o l’ansia di spenderli) i pedoni sono sempre stati l’anello debole della catena alimentare meneghina. Ma in questi anni i predatori sono aumentati in maniera esponenziale.

Prima infatti c’erano solo gli automobilisti a contendere i marciapiedi ai pedoni.

È una vecchia tradizione milanese (subito adottata da chi ha scelto questa città per viverci): per gli automobilisti il marciapiede viene considerato una estensione della strada. E quindi, sopratutto di sera, è terra di conquista. Come le strisce pedonali.

A questi ostacoli i pedoni milanesi sono ormai abituati. Chi ha difficoltà a deambulare sa che dovrà cercare di evitare tutti coloro che, per una ragione o per l’altra (“solo 5 minuti”) parcheggiano in luoghi che in qualunque altra città europea sarebbero off limits anche per 5 secondi.

A questi avversari dicevo che ormai ci siamo abituati: quelli che rendono difficile camminare sono ora i nuovi ostacoli. Come le moto. L’aumento delle auto ha spinto molti milanesi a scegliere le due ruote a motore per spostarsi. Moto che dopo essere state acquistate e usate per zizzagare nel traffico, devono poi essere parcheggiate. Se possibile sotto casa.

Anche dove ci sono (rari e insufficienti) appositi spazi per le moto, alcuni centauri decidono di proteggere la loro beneamata piazzandola in quella che i vecchi milanesi chiamavano l’ombrello dei cani: ossia quella parte di marciapiede protetta dai terrazzini. Così, ora, se piove (e quest’anno piove sempre), la moto sta all’asciutto e ilpedone si bagna

C’è anche chi, incurante della logica, piazza la moto in modo che chi cammina debba per forza scendere dal marciapiede o diventare una sardina per poter procedere.

C’è stato un tempo nel qualche chi viveva a Milano non comprava la bici perché era quasi certo che gli sarebbe stata rubata. E non sparivano solo le Bianchi. Anche misere Grazielle attaccate ai pali della luce si volatilizzavano e poi forse se eri fortunato le potevi trovare tra gli abusivi della Fiera di Sinigaglia, magari riverniciate. Erano state rubate, ai tempi di Pillitteri, persino le bici del comune (antichi avi di BikeMi). Questo l’altro ieri. Ora la sharing economy ha fornito all’enorme massa di consumatori milanesi un nuovo strumento per spostarsi velocemente: le bici che si controllano con l’app e che si possono lasciare dove si vuole. Ossia, quasi sempre, sul marciapiede. Dove a volte, come qui sotto, contendono la strada alle auto (parcheggiate – neanche a dirlo- a cazzo) o all moto.

Sono comode e pronte all’uso, ma hanno ulteriormente ridotto gli spazi per chi cammina.

Come d’altronde fanno anche certe bici private, spesso piazzate in marciapiedi, che il Comune di Milano è costretto a proteggere dalle auto come fossimo a Belfast nel periodo delle autobombe. Anche in questo caso, complimenti per chi piazza i suoi ingombranti qui…

Chiudo con una considerazione su una moda del momento che vede crescere a dismisura la grandezza dei passeggini. La natalità non è granché di moda a Milano, ma chi procrea ora si prende una specie di suv a spinta manuale, che anche in questo caso rende difficile l’incrocio sullo stesso marciapiede.

Chiudo con le cacche di cani che non ho fotografato ma che chi cammina per Milano conosce bene. Anche in Australia ci sono tanti quadrupedi, ma in tantissimi camminano a piedi nudi perché c’è il rispetto del prossimo. Che qui da noi manca e che non può essere imposto dall’alto. Non può esserci un vigile per ogni automobilista che parcheggia come capita o per il ciclista che scampanella se i pedoni non si fanno da parte (magari perché sta facendo una consegna di cibo e ha tempi stretti) o per gli amici dei cani che non raccolgono quel che i quadrupedi lasciano sul marciapiedi, in una città troppo asfaltata. Vietato vietare, doveroso vietarsi, dicevamo una volta. Un mantra ancora valido per la convivenza in una città tanto affollata.

Ad maiora

Follia maggiore, rimpianti e vecchi amori nel nuovo giallo di Robecchi

Di Alessandro Robecchi e della sua vena noir non mi perdo neanche un libro (anche se da saggista era davvero niente male: ogni volta che sento qualcuno dire “Sono sereno” ripenso al suo Piovono pietre, figlio di una sua fortunata trasmissione su Radio popolare). Questo Follia maggiore è l’ennesimo giallo che vede protagonista Carlo Monterossi, ormai ex autore televisivo, sempre – involontariamente – al centro di gialli ambientati a Milano. Una città che Robecchi descrive più grigia del solito, battuta da una incessante pioggia (alla Blade Runner: «Piove ancora, pioverà per sempre, vivremo le nostre vite e ci chiameranno all’ultimo appello a rendere conto di tutte le cazzate che abbiamo fatto, e starà ancora piovendo, e questo a Milano si chiama novembre»). È una storia dolce e amara quella descritta in Follia maggiore: una vicenda d’amore del passato che torna alla ribalta per un omicidio, che porta con sé tanti rimpianti. E come nel Gioco degli specchi camilleriano non sempre i colpevoli sono quelli che sembrano. C’è anche la musica, come in tutti i gialli di Robecchi: ma questa volta non solo Dylan ma anche musica operistica. Una apprezzabile novità.
E poi c’è il solito modo invidiabile di scrivere, di descrivere, di raccontare. Come sempre, ho preso decine di appunti. Ma ve ne regalo solo due.
Sulla tuttofare di Monterossi, la mitica Katrina, adoratrice della Madonna di Medjugorje: «Il sistema etico-oscillatorio di Katrina -una moldava alta come una betulla è un po’ più dura- non è di facile decrittazione. In questo momento gioca a fare il pendolo tra il suo tradizionale “Signor Carlo deve trovare brava ragazza” e l’altro estremo: “Signorine di oggi deve imparare a tenere mutande addosso”. Come faccia Carlo a trovare una brava ragazza se quella tiene le mutande addosso non si sa, ma Katrina non ammette troppo distinguo e soleva con due dita, per una spallina, come se scottasse, un reggiseno blu che ha trovato in bagno».
Su Ghezzi, poliziotto vecchio stampo, qui a colloquio con la moglie: «”Rosa, io ce l’ho un paio di scarpe vecchie?”. “Tu hai solo scarpe vecchie, Tarcisio…vai in giro vestito come un barbone, se non te le compro io le cose da mettere…”. Se foste in cucina con lui a bere il primo caffè della giornata, con ancora i pantaloni del pigiama e la canottiera, vedreste il sovrintendente Tarcisio Ghezzi alzare gli occhi al cielo. Ma siccome non ci siete, fidatevi, alza proprio gli occhi al cielo».
Insomma, avete capito lo stile, ironico e che fa pensare.
Un altro libro da leggere, prima che tornino a piovere pietre.
Ad maiora
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Alessandro Robecchi
Follia maggiore
Sellerio
Palermo, 2018
Pagg. 290
Euro 15

Felicita ed Ekaterina

Phishing che dovrebbe provenire dalla Russia. Con le solite traduzioni automatiche senza gli accenti e con frasi a caso.

Ad maiora

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Mi chiamo Ekaterina. Vivo e lavoro in Russia.

Adoro il mio paese, ma sfortunatamente qui in Russia non sono riuscito a trovare la mia felicita fino ad ora, quindi spero di trovare l’altra meta.

Sto solo cercando una relazione seria, quindi se anche tu sei sintonizzato, saro molto felice.

Penso che potremmo imparare molto di piu l’uno sull’altro. Penso di averti scritto, ho fatto la scelta giusta.

Non dimenticarti di mandarmi le tue foto, e saro anche lieto di inviarti alcune di loro.

Ekaterina.

Che mi fotte(rmi)

Dacci oggi il nostro primo phishing del 2018. Questo tradotto meglio che nel passato. Con qualche classico svarione. E l’assenza di accenti.

Ad maiora

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Ciao.

Mi chiamo Amelia. Ho 34 anni.

Sono nato in Ucraina, ma ora vivo in Italia. Mi piace viaggiare in Europa.

Sto cercando un uomo per attivita ricreative, sesso, intrattenimento. Non preoccuparti, sono finanziariamente sicuro e non ho bisogno di soldi.

Ti ho mandato la mia foto di nudo. Se sei veramente interessato, allora trovami sul sito su cui mi sono registrato.

Il mio soprannome e Amelialove. E assolutamente gratuito Ho allegato la mia pagina a questa lettera. Nel mio profilo vedrete piu delle mie foto e il mio numero di telefono.

Chiamami e parleremo al telefono. Per favore non scrivermi per posta, poiche questa e la mia email di lavoro.

Non ho fatto sesso per molto tempo. Sono una donna depravata e amo tutto nel sesso.

Voglio davvero che mi fottermi nel mio bel culo stretto.

Spero che ci divertiremo molto insieme.

Aspettero la tua chiamata.

Amelia

Penso di avere una specie di cuore

Dacci oggi il nostro phishing quotidiano, con la solita messe di errori da traduzioni automatiche.

Ad maiora

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Ciao. Vi prego di prestare riguardo a me. Il mio denominazione e Valentyna. Io vivo in Ucraina, nella citta di Donetsk. Ho 39 anni. Sono una donna amorevole allegra e divertente, sono socievole e amichevole. Penso di essere provetti e intelligente. Penso di avere una specie di cuore, io sono dischiusa , onesta e sincera. Io sono attiva ed vivace. Mi piace lo attivitа , vado a dare forma, Mi piace preparare. Mi piace viaggiare, fare conoscenza persone e vedere posti nuovi. Sto cercando un uomo di buon cuore e saggio. Apprezzo un buon senso dell’umorismo e mi piacciono gli uomini che possono essere grave nonche godere di divertirsi. Ho bisogno di un uomo per onestamente e affidabile vicino a me. Mi auguro che il mio profilo attirera la vostra attenzione e sara necessario il desiderio di arrivare a conoscermi meglio! Fare questo passo e io faro il prossimo! se siete coinvolti, potete scrivere una lettera al mio indirizzo e-mail:

Ti ho mandato la mia foto di nudo

Dammi oggi il mio phishing quotidiano…

Ad maiora

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Ciao.
Mi chiamo Patricia. Ho 36 anni dalla Grecia. Presto ho intenzione di partire per l’Italia.
Sto cercando un uomo per attività ricreative, sesso, intrattenimento. Non preoccuparti, sono finanziariamente sicuro e non ho bisogno di soldi.
Ti ho mandato la mia foto di nudo. Se sei veramente interessato, allora trovami sul sito su cui mi sono registrato. Il mio soprannome è Patricisexy. È assolutamente gratuito
La mia pagina e la mia foto sono state allegate alla lettera. Nel mio profilo vedrete più delle mie foto e il mio numero di telefono. Chiamami e parleremo al telefono.
Per favore, non scrivermi all’ufficio postale, perché mio marito può vedere la tua lettera. Sì, sono sposato, ma non è interessato a me e vivo separatamente da lui.
Non ho fatto sesso per molto tempo. Sono una donna depravata e amo tutto nel sesso.
Voglio davvero che mi fottermi nel mio bel culo stretto.
Spero che ci divertiremo molto insieme.
Aspetterò la tua chiamata.
Patricia

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa

Brèžnev e gli sparuti intellettuali

L’ennesima ricandidatura di Putin mi ha ricordato questo bel brano della Ulitskaya su Brèžnev.

Ad maiora

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Nel 1964 salì al potere Brèžnev. Nel partito ci furono rimescolamenti, alcuni vampiri prendevano il posto di altri. Il loro disastroso livello culturale dettava lo stile di vita del paese e fissava limite che era pericoloso superare. La produzione letteraria e culturale destinata al popolo metteva angoscia. Restava un pugno di uomini, insignificante sotto tutti punti di vista: sapientoni sopravvissuti, rintanatisi nella matematica e nella biologia, fra i quali non mancavano un paio di accademici, ma molti di più erano gli emarginati che campavano di incarichi modesti, nascosti in istituti di ricerca di terza categoria; e poi due o tre geniali studenti delle facoltà di chimica e fisica o del conservatorio. Questi invisibili con esigenze spirituali esistevano illegalmente.
Ma quanti potevano essere costoro, che senza conoscersi si incrociavano nei guardaroba delle biblioteche e delle sale da concerto, nel silenzio dei musei deserti? Non era un partito, ne è un circolo, né una società segreta, e neppure un’accolta di persone che condividevano un ideale. Forse il loro unico denominatore comune era la versione per lo stalinismo. E, naturalmente, la lettura. Lettura avida, sfrenata, maniacale: hobby, nevrosi, droga. Per molti il libro, da maestro di vita si trasformava in suo sostituto.

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa, Bompiani, 2016

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa

Chruščëv

(Chruščëv) primitivo, poco istruito, ebbro di potere, governava lo smisurato paese come sapeva: aveva alzato la mano su Stalin, aveva buttato fuori il cadavere del Mausoleo, aveva liberato i detenuti, dissodato le terre vergini, seminato di granoturco la regione di Vologda, arrestato tutti i produttori di maglieria clandestina, i barzellettisti e i parassiti, soffocato l’Ungheria, lanciato lo Sputnik, reso gloriosa l’Urss con Gagarin. Distruggeva chiese e costruiva depositi di macchine e trattori, qualcosa fondeva, qualcosa smembrava, accorpava e frazionava. Inavvertitamente aveva regalato la Crimea all’Ucraina… Con un turpiloquio da scaricatore raddrizzava il cervello all’intelligencija creativa e aveva perfino quasi imparato a pronunciare quella parola complicata di un lessico estraneo. In compenso gli speaker alla radio imitavano la sua pronuncia, addolcendo la “s“ e di “comunismo“ e “socialismo“. Fiutando ovunque marciume, insidie e influenze borghesi, Chruščëv proponeva Lysenko (che riusciva a capire) E rimuoveva i genetisti, i cibernetici e tutti quelli che erano al di sopra della sua comprensione. Nemico della cultura e della libertà, della religione del talento, schiacciava tutti quelli che riusciva a distinguere col suo sguardo miope di ignorante… Non scorse i nemici principali: nella grande letteratura, nella filosofia, nella pittura. a maggior ragione non arrivo a Beethoven, si fece sfuggire Bach, mancò Mozart per semplicità d’animo. Invece avrebbe dovuto vietarli tutti!

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa, Bompiani, 2016

Che ho a che fare io con gli schiavi?

Non vogliono giornali, ma”focolari di fede”

Nuova citazione, poi smetto per non dare troppo spago, sempre del bel rapporto tra fascismo e giornalismo.

ad maiora 

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Occorre che i direttori facciano si’ che i giornali siano un punto fermo di fede, un focolare di fede. Agire in questo senso, con sentimento fascista, e poi adoperare la propria arma professionale, ossia il giornale, per diffondere questa fede nel popolo italiano.
Velina di Pavolini dell’11 dicembre 1940.

C’era una volta (?) il Minculpop

Ci riporteranno a quei tempi?

ad maiora

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I ministri danno per scontato che i giornalisti non siano persone al servizio di un’informazione corretta e completa, bensì, sempre e a tutti gli effetti, fascisti militanti tesi a servire il regime e il Duce e a nascondere senza esitazioni le informazioni che potrebbero nuocere all’immagine idilliaca e trionfale della dittatura all’interno come all’esterno dell’Italia. Al contrario, essi devono esaltare quegli elementi che giovano a una visione dell’Italia fascista corrispondente ai desideri e alle illusioni del gruppo dirigente e in primo luogo del dittatore.

Nicola Tranfaglia, Ministri e giornalisti, Einaudi, Torino, 2005.