Ludmila Ulitskaya, Una storia russa

Brèžnev e gli sparuti intellettuali

L’ennesima ricandidatura di Putin mi ha ricordato questo bel brano della Ulitskaya su Brèžnev.

Ad maiora

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Nel 1964 salì al potere Brèžnev. Nel partito ci furono rimescolamenti, alcuni vampiri prendevano il posto di altri. Il loro disastroso livello culturale dettava lo stile di vita del paese e fissava limite che era pericoloso superare. La produzione letteraria e culturale destinata al popolo metteva angoscia. Restava un pugno di uomini, insignificante sotto tutti punti di vista: sapientoni sopravvissuti, rintanatisi nella matematica e nella biologia, fra i quali non mancavano un paio di accademici, ma molti di più erano gli emarginati che campavano di incarichi modesti, nascosti in istituti di ricerca di terza categoria; e poi due o tre geniali studenti delle facoltà di chimica e fisica o del conservatorio. Questi invisibili con esigenze spirituali esistevano illegalmente.
Ma quanti potevano essere costoro, che senza conoscersi si incrociavano nei guardaroba delle biblioteche e delle sale da concerto, nel silenzio dei musei deserti? Non era un partito, ne è un circolo, né una società segreta, e neppure un’accolta di persone che condividevano un ideale. Forse il loro unico denominatore comune era la versione per lo stalinismo. E, naturalmente, la lettura. Lettura avida, sfrenata, maniacale: hobby, nevrosi, droga. Per molti il libro, da maestro di vita si trasformava in suo sostituto.

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa, Bompiani, 2016

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa

Chruščëv

(Chruščëv) primitivo, poco istruito, ebbro di potere, governava lo smisurato paese come sapeva: aveva alzato la mano su Stalin, aveva buttato fuori il cadavere del Mausoleo, aveva liberato i detenuti, dissodato le terre vergini, seminato di granoturco la regione di Vologda, arrestato tutti i produttori di maglieria clandestina, i barzellettisti e i parassiti, soffocato l’Ungheria, lanciato lo Sputnik, reso gloriosa l’Urss con Gagarin. Distruggeva chiese e costruiva depositi di macchine e trattori, qualcosa fondeva, qualcosa smembrava, accorpava e frazionava. Inavvertitamente aveva regalato la Crimea all’Ucraina… Con un turpiloquio da scaricatore raddrizzava il cervello all’intelligencija creativa e aveva perfino quasi imparato a pronunciare quella parola complicata di un lessico estraneo. In compenso gli speaker alla radio imitavano la sua pronuncia, addolcendo la “s“ e di “comunismo“ e “socialismo“. Fiutando ovunque marciume, insidie e influenze borghesi, Chruščëv proponeva Lysenko (che riusciva a capire) E rimuoveva i genetisti, i cibernetici e tutti quelli che erano al di sopra della sua comprensione. Nemico della cultura e della libertà, della religione del talento, schiacciava tutti quelli che riusciva a distinguere col suo sguardo miope di ignorante… Non scorse i nemici principali: nella grande letteratura, nella filosofia, nella pittura. a maggior ragione non arrivo a Beethoven, si fece sfuggire Bach, mancò Mozart per semplicità d’animo. Invece avrebbe dovuto vietarli tutti!

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa, Bompiani, 2016

Che ho a che fare io con gli schiavi?

Non vogliono giornali, ma”focolari di fede”

Nuova citazione, poi smetto per non dare troppo spago, sempre del bel rapporto tra fascismo e giornalismo.

ad maiora 

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Occorre che i direttori facciano si’ che i giornali siano un punto fermo di fede, un focolare di fede. Agire in questo senso, con sentimento fascista, e poi adoperare la propria arma professionale, ossia il giornale, per diffondere questa fede nel popolo italiano.
Velina di Pavolini dell’11 dicembre 1940.

C’era una volta (?) il Minculpop

Ci riporteranno a quei tempi?

ad maiora

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I ministri danno per scontato che i giornalisti non siano persone al servizio di un’informazione corretta e completa, bensì, sempre e a tutti gli effetti, fascisti militanti tesi a servire il regime e il Duce e a nascondere senza esitazioni le informazioni che potrebbero nuocere all’immagine idilliaca e trionfale della dittatura all’interno come all’esterno dell’Italia. Al contrario, essi devono esaltare quegli elementi che giovano a una visione dell’Italia fascista corrispondente ai desideri e alle illusioni del gruppo dirigente e in primo luogo del dittatore.

Nicola Tranfaglia, Ministri e giornalisti, Einaudi, Torino, 2005.

Un rapporto serio (nel corso della riunione)

Dacci oggi il nostro phishing quotidiano…

Ad maiora

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Ciao!

Mi scusi per una lettera improvviso, ma sto scrivendo a voi per incontri!

Mio nome e Sofi. Per me i 34 anni! Sono Russo.

Mi sento solo, e non hanno figli! Sono romantico, tipo, cura e donna gentile! Io amo i bambini, animale sport, cucina, viaggi di pic-nic e campeggio, e mi piace il mare mi piace ascoltare la musica e guardare i film!

Ho l’opportunita di venire in Italia! Ma prima, voglio incontrare una bella persona! Nella speranza che la nostra corrispondenza sara di buona amicizia e di comprensione reciproca, e, naturalmente, la migliore speranza per un rapporto serio nel corso della riunione Se siete soli e hanno desideri simili per la datazione, si prega di scrivere a me! Sinceramente sarei molto felice di iniziare datazione con te!

Scrivo a voi per non barare, io sono onesto e voglio iniziare una relazione seria! Non ho intenzione di giocare con i tuoi sentimenti, e prometto che saro onesto al 100% con te!

Vi aspetto per la risposta da voi!

Con grande speranza!

Sofi!

Louisa, ragazza solitaria (in un ragazzo)

Soliti mail spam e phishing. Con terribili traduzioni automatiche.

Ad maiora

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Saluti!
Mi chiamo Louisa. Sono una ragazza solitaria in un ragazzo che sta cercando una notte.
Ora sono in vacanza in Italia. Mi piacerebbe davvero passare una notte con un buon uomo italiano.
La mia vacanza sta finendo presto. Ma non ho ancora trovato un ragazzo. Così ho deciso di cercare su Internet.
Ho creato una pagina con le mie foto e i miei video, il mio nickname è louisabb. Spero di piacere a te.
Il mio numero di telefono è elencato sul mio profilo. Se sei interessato, chiamami e organizzeremo un incontro.
Aspetterò la tua chiamata.
Louisa

Azzurri davanti alle telecamere

Italia fuori dai Mondiali, a perderci sono i giovani. Tifosi

Ho lasciato che l’imbarazzante eliminazione dell’Italia sedimentasse prima di scriverne. Alla fine, dopo un fiume di articoli letti sui giornali, non la menerò più di tanto. Serve un ricambio generazionale a tutti i livelli. Ma questo riguarda il Paese non solo il suo calcio.
Ciò che mi amareggia è che mia figlia Marta si perderà la magia di seguire i Mondiali estivi. I prossimi saranno tra nove anni. Una vita.
E allora in queste ore mi si è aperto l’album dei ricordi e la mia mente mi ha ripresentato vecchi file, con dolci sensazioni.
La prima è datata 1978. Ero poco più di un bimbo e meno di un ragazzino. Avevo un età che comunque non mi consentiva di stare in piedi oltre una certa ora (il limite dettato dalle previsioni di Bernacca era tramontato alle Elementari). Eppure mi ricordo la notte passata in piedi con mio padre a seguire la vittoria dell’Italia contro quella Argentina che (con la compiacenza dei terribili militari che tenevano in pugno il Paese e che grazie a quel successo consolidarono il regime) poi avrebbe trionfato a Buenos Aires. L’esultanza, silenziosa, alla incredibile rete di Bettega (davanti alla tv in bianco e nero) mi fa ancora battere il cuore (e ricordare papà).
Quattro anni dopo gli azzurri, in Spagna, dopo un incerto girone di qualificazione, finiscono in un gruppo assurdo, con Brasile e Argentina. Una solo squadra sarebbe passata. E a sorpresa fu proprio l’Italia (che vinse i Mondiali, con una intera nazione che si riversò in piazza a festeggiare). Contro i sudamericani si giocava di pomeriggio e io saltavo da solo sul divano a ogni gol di Paolo Rossi (papà era al lavoro e gli amici erano dai nonni). Ero in preda a una esaltazione sportiva che non ho più provato. Perché inaspettata, totalizzante. Ricordo che mia madre, appassionata di libri non di calcio, si sedette al mio fianco a farmi compagnia di fronte alla tv, un monitor diventato a colori, ma lontanissimo parente di quello che ha trasmesso la débâcle azzurra lunedì.
Ecco, a Ventura e chi l’ha scelto, imputo sopratutto questo: che ci sarà una generazione di ragazze e ragazzi che la prossima estate non si potrà ritrovare a casa di qualche amico a guardarsi l’Italia mondiale. O anche da solo a casa con genitori e fratelli. A costruirsi ricordi aggregativi che non torneranno più. E, calcio a parte, non è mica poco!
Ad maiora

La copertina di Tatty

Tatty e quell’Irlanda da film

Leggendo questo libro in più di una occasione mi sono immaginato le scene, la loro trasposizione in pellicola. Forse perché dell’Irlanda degli anni ‘60/70 abbiamo potuto vedere anche in Italia parecchi film.

Tatty di Christine Dwyer Hickey racconta la storia della piccola Carrie, da tutti chiamata appunto Tatty (gioco di parole che deriva da Tell-tale-tattler, spia pettegola) seconda figlia di quattro con genitori che si alternano tra alcol e depressione, tra birra e scommesse sui cavalli.

La piccola a un certo punto viene mandata in collegio, posto che per lei finisce per essere una specie di salvezza, dove trova amiche e suore che le vogliono bene.

Nella sua scuola, mentre le altre vanno a casa, Tatty la domenica resta alla finestra in attesa che il padre la venga a prendere. Non sempre lo fa e se non la trova al portone a volte gira la macchina e torna indietro senza neanche salutarla. Costringendola a giornate festive nella scuola deserta, che la Dwyer Hickey (e la traduttrice Sabrina Campolongo) descrive mirabilmente: «La scuola posto è un buffo la domenica. Puoi camminare dove ti pare e non incontri quasi nessuno, puoi sentire tutti quei rumori che negli altri giorni della settimana non noti. Come i tic-tac diversi dei vari orologi, i tubi dell’acqua che gorgogliano nei muri, la stanza della caldaia che ha un attacco d’asma. O i rumori che provengono dalla piccola suora bruna quando sale le scale; il flipflop della sua tonaca, il leggero ticchettio del rosario, i tintinnii furtivi delle chiavi della sua scatola di dolciumi, pensando che sono favolosi. Puoi sentire i passi che vengono verso di te dalla distanza di due spazio corridoi e poi quando incontri i passi salta fuori che sono tuoi».

Un romanzo che parla di altri tempi. Ma con vicende che non riguardano solo i dublinesi di quegli anni.

Ad maiora

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Tatty

Christine Dwyer Hickey

paginauno

Vedano al Lambro, 2017

Pagg. 178

Euro: 15

L’Aquila Zona Rossa

A trovare zia L’Aquila

Sul percorso della mia trasferta oggi sono passato da L’Aquila. E mi sono fermato a vedere come sta. Come si fa quando si va a trovare un’amica che non sta bene, o una zia che è stata male.

Sono rimasto molto legato a questa città. Sono stato qui, quando lavoravo alla Tgr, per dare una mano ai colleghi abruzzesi nel 2009, pochi giorni dopo il terremoto. E ogni volta che in macchina mi avvicino a questo borgo ferito, sento lo stesso peso sul cuore che provai quando, insieme a Ermanno Generali, arrivammo qui per la prima volta. Non ho conosciuto L’Aquila intatta e mi dispiace tanto.

Il blog che state leggendo prese il via proprio in quei giorni dell’aprile 2009. Pur facendo tanti servizi per i tg, sentii l’esigenza di mettere per iscritto le sensazioni che provai. Per non tenermele tutte dentro.

Tornai pochi mesi dopo nel cratere, quando ormai mancava poco al primo Natale. E ci portai molti studenti del primo biennio del Master di giornalismo. Fu una esperienza ancora più forte. E chissà se a loro quella prima “trasferta” è servita nel loro percorso.

Ci sono stato anche anche tre anni fa, con Francesca, che pure sulla sua pelle un terremoto l’ha vissuto.

E oggi eccomi qui. Con le lacrime che ogni tanto si presentavano a vedere le macerie. O a osservare i restauri alla magnifica Basilica di Collemaggio. O i cartelli con scritto (ancora)Zona Rossa, non entrare.

Una cosa ho notato sul Corso, ancora con tanti cantieri e la maggior parte dei negozi chiusi. In tanti, il sabato mattina erano ancora lì a fare la vasca, a trovare anche loro l’amica malata. Che, ne sono certo, presto tornerà a rialzarsi.

Lascio il resto alle foto che ho scattato.

Ad maiora

Lincoln nel Bardo. A me non è piaciuto. A voi?

Ho comprato e letto Lincoln nel Bardo sull’onda di una serie di recensioni entusiastiche lette su vari giornali italiani. L’ho comprato subito ma letto a fatica, o meglio: ho faticato a finirlo e l’ho trascinato più del dovuto. È più forte di me: non riesco ad abbandonare i libri in corsa anche se non mi piacciono. Anche se non li capisco. Come questo primo romanzo del saggista George Saunders e racconta il triste passaggio tra la vita e la morte del piccolo figlio di Abramo Lincoln. Il Bardo, nella cultura tibetana, è quel passaggio intermedio della mente, quando la coscienza si separa dal corpo. E nel libro Saunders (che recentemente col suo Lincoln ha vinto il Booker Prize come migliore romanzo inglese) racconta proprio quel momento, con la figura del Presidente americano, del piccolo Willie e di altre sconosciuti defunti. Ma è un racconto tutto spezzettato:

«Mr Lincoln non udiva nulla di tutto questo, ovviamente.

Per lui era solo una cripta silenziosa a notte fonda.

il reverendo everly thomas

Poi giunse il momento critico.

roger bevins III

Padre e figlio dovevano interagire.

hans vollman

L’interazione avrebbe illuminato il bambino; lo avrebbe autorizzato o incoraggiato ad andare.

roger bevins III

Altrimenti tutto era perduto.

il reverendo everly thomas».

Il testo è scritto e tradotto molto bene ed è forse questo il suo principale merito, oltre a quello di affrontare un tema scomodo come quello della morte e dei morti:

«Eravamo stati madri, padri. Eravamo stati mariti per molti anni, uomini importanti, che erano giunti qui, in quel primo giorno, accompagnati da folle così immense e affrante che, ondeggiando per udire l’orazione funebre, avevano danneggiato le siepi senza rimedio. Eravamo state madri, dirottate qui durante il parto, private della nostra soavità del nudo dolore in quella circostanza, che si lasciavano dietro mariti innamorati, così tormentati dal dolore di quegli ultimi istanti (il pensiero che il dolore ci aveva precipitato in quell’orribile buco nero separandoci da noi stesse) da non essere più riusciti ad amare».

Insomma, lo avete capito. Un libro interessante e ben scritto ma che francamente esce troppo dai miei standard di lettura. E dai vostri?

Ad maiora

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Lincoln nel Bardo

Feltrinelli

Milano, 2017

Pagg. 352

Euro: 18.50