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Parassiti sociali

Il 4 giugno del 1972 Iosif Brodskij, all’età di 32 anni, atterrò a Vienna con un aereo proveniente da Leningrado. Non era mai uscito dal gigantesco territorio russo. Dal chiuso del furgoncino che lo portava verso l’uscita dello scalo viennese, non appena intravide il volto dell’amico Carl Proffer fece rapidamente, con l’indice e il medio, il segno della vittoria. Che tipo di vincitore poteva essere un uomo spedito in esilio? A quale vittoria faceva riferimento il poeta che ora si trovava lontano dai riverberi baltici che tanto amava della sua Leningrado? Quelle dita alzate, viste da lontano, dall’al di là del vetro del furgone, testimoniavano coraggio, il gesto di chi chiede costantemente a se stesso una certa presenza d’animo. Anche quando si è stati appena accompagnati fuori dalla propria terra, fuori dalla Russia, anche quando si è stati appena esiliati. “Meglio non concedersi lo status di vittima”. Queste parole pronunciò ad Ann Arbor qualche anno dopo, davanti agli studenti dell’Università del Michigan. Ma c’e da credere che le pensasse già quel giorno, dietro al finestrino del furgone. Le parole in cui credeva, le parole che pronunciava, in fondo, erano tutto quello che aveva. Erano la capsula in cui viaggiava una volta che era stato gettato via dalla Russia di Breznev semplicemente per quel che faceva, per l’eccentrica occupazione che si era scelto: scrivere poesie. Per questo tipo di regime, un poeta era un parassita sociale.

Federico Pace, Controvento, Einaudi, 2017

 

Un saluto a tutti i poeti e a tutti quelli che si opponevano ieri al regime di Breznev e oggi al regime di Putin. Qui come là.

Ad maiora

 

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa

Brèžnev e gli sparuti intellettuali

L’ennesima ricandidatura di Putin mi ha ricordato questo bel brano della Ulitskaya su Brèžnev.

Ad maiora

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Nel 1964 salì al potere Brèžnev. Nel partito ci furono rimescolamenti, alcuni vampiri prendevano il posto di altri. Il loro disastroso livello culturale dettava lo stile di vita del paese e fissava limite che era pericoloso superare. La produzione letteraria e culturale destinata al popolo metteva angoscia. Restava un pugno di uomini, insignificante sotto tutti punti di vista: sapientoni sopravvissuti, rintanatisi nella matematica e nella biologia, fra i quali non mancavano un paio di accademici, ma molti di più erano gli emarginati che campavano di incarichi modesti, nascosti in istituti di ricerca di terza categoria; e poi due o tre geniali studenti delle facoltà di chimica e fisica o del conservatorio. Questi invisibili con esigenze spirituali esistevano illegalmente.
Ma quanti potevano essere costoro, che senza conoscersi si incrociavano nei guardaroba delle biblioteche e delle sale da concerto, nel silenzio dei musei deserti? Non era un partito, ne è un circolo, né una società segreta, e neppure un’accolta di persone che condividevano un ideale. Forse il loro unico denominatore comune era la versione per lo stalinismo. E, naturalmente, la lettura. Lettura avida, sfrenata, maniacale: hobby, nevrosi, droga. Per molti il libro, da maestro di vita si trasformava in suo sostituto.

Ludmila Ulitskaya, Una storia russa, Bompiani, 2016