Tag Archives: India

Maestro zen

9 marzo 2000, Bisnar. Ieri sera mi ha colpito il cielo. Uscendo da cena alle otto, nel buio più completo della luna nuova, m’è parso che non lo avevo mai visto così pieno di stelle e che non m’ero mai veramente meravigliato della sua bellezza. Il cielo stellato è davvero una cosa inusitata e noi abbiamo perso gli occhi per guardarlo.
Stamattina, un piccolo uccellino grigio con delle penne rosse e nere e una bella crestina di penne nere viene sul mio piede e di mette a tirar via fili di lana, parte, torna e sta sul mio piede senza paura, senza esitazione e si riempie il bello della mia bella lana dei miei grossi calzini per il suo nido.
Vivek mi tiene la mano, siamo estasiati.
“Siamo diventati così indifferenti alla natura, così indifferenti alla vita!” dice, e gli viene in mente la storia del maestro zen che al tramonto sta per cominciare il suo sermone con tutti i discepoli allineati davanti a sé quando un uccellino si posa sul davanzale della finestra aperta. Si guarda attorno, si mette a cantare per un mezzo minuto e riparte.
“Per oggi il sermone è finito” dice il maestro zen.

Tiziano Terzani, Un’idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi, Milano, 2014

D’Alessandro resta in cella in Russia. Ma in Italia a pochi sembra interessare

Cristian-DAlessandro
Mattinata tranquilla all’ambasciata russa di Roma. Chi si occupa di tradurre i pezzi dei giornali italiani non avrà molto faticato.
Ieri il tribunale di Murmansk ha respinto la richiesta di rilascio su cauzione degli attivisti di Greenpeace, accusati di pirateria dopo una manifestazione nonviolenta contro le trivellazioni nell’Artico.
Tra i trenta attivisti c’è anche l’italiano Christian D’Alessandro, ma la notizia si risolve in qualche breve sui quotidiani. Molti la ignorano.

Eppure sono tutti in cella, in carcerazione preventiva dal 19 settembre. Rischiano 15 anni di carcere. Per un’azione forte ma pacifica.
Durante l’arrembaggio la guardia costiera russa ha persino sparato contro gli ambientalisti.
La Farnesina sta lavorando (in sintonia con le altre diplomazie europee) per arrivare a una rapida soluzione del caso.
Ma l’opinione pubblica italiana sembra distratta. Per non parlare della politica (con l’eccezione di qualche parlamentare pd e cinque stelle).
Eppure a favore dei due marò arrestati in India si sollevò un grande polverone.
Perché ora, salvo Greenpeace e la madre di D’Alessandro, nessuno si muove?

Ad maiora

Danno d'immagine per salvare i #marò

Non pensiamo al duplice omicidio dei due pescatori indiani.
Disinteressiamoci del diritto internazionale, che non avrebbe dovuto portare a un processo indiano per i due marò.
Freghiamocene del rispetto del patto sottoscritto dal rappresentante della Repubblica Italiana quando le autorità indiane hanno concesso ai due militari di tornare in patria a votare (dopo aver fatto loro fare le vacanze a Natale).
Dimentichiamoci che i due presunti assassini non sono mai stati messi in carcere, in attesa del processo.
Pensiamo solo al danno d’immagine che la mossa del governo Monti (dimissionario da mesi) ha arrecato all’immagine del nostro paese.
Si leggano i commenti a questo articolo su The Times of India per capire come siano scattati tutti i pregiudizi (mondiali) nei confronti dell’Italia.
Forse chi (senza incarico popolare diretto, peraltro) ha governato in questi mesi il paese non ha capito quale sia, al di là di tutto, l’elemento chiave dell’era 2.0: l’immagine.
Il danno che che questa operazione sconsiderata sta creando è dunque enorme. In aree del mondo decisive, peraltro.
Non stupiamoci quindi se, nel disinteresse generale, a New Delhi circoli l’ipotesi che domani il nostro ambasciatore possa essere arrestato.
Non è mai successo si dirà.
Il mondo sta cambiando, se qualcuno non se ne è accorto.
Ad maiora

20130317-082024.jpg

#India. Pena di morte commutata in ergastolo

il presidente della repubblica indiano Pranab Mikherjee ha commutato in ergastolo la pena di morte a cui era stato condannato Atbir Singh. L’uomo era stato condannato per omicidio plurimo.
Il 21 novembre l’India aveva interrotto la moratoria sull’esecuzione delle condanne a morte con l’impiccagione del pachistano Ajmal Amir Kasab, condannato per l’attacco terroristico di Mumbai del 2008.
Singh, che si trovava nel braccio della morte insieme ad altri 15 detenuti che ora sperano in una grazia, era stato condannato nel 2004 per l’uccisione di matrigna, sorellastra e fratellastro a causa di un diverbio su una
proprietà terriera.
La commutazione della pena decisa dal capo dello stato era stata sollecitata dal Ministero dell’interno perchè il delitto
è stato commesso in un ambito socio-economico complesso.
In India sono sempre detenuti i due marò.
Ad maiora

20121204-115749.jpg

India, sospesa l’esecuzione dell’estremista Sikh

Mentre arriva dal Giappone la notizia di tre esecuzioni eseguite (le prime dopo il 2010, una delle tre per impiccagione) dall’India arriva una buona notizia. E’ stata infatti sospesa la condanna a morte di Balwant Singh Rajoana, militante di un’organizzazione estremista Sikh.

L’esecuzione era prevista per sabato in un carcere del Punjab.

La decisione è stata presa in seguito alla pressioni delle autorità del Punjab, di Amnesty International e alla presentazione di una domanda di grazia alla presidente della Repubblica Pratibha Patil.

Ieri si erano verificate violente proteste di gruppi della comunita’ sikh contro l’impiccagione del 44enne Rajoana, condannato per omicidio e terrorismo.

Proteste, pacifiche, anche a Milano, come avevamo documentato lunedì (foto, piazza Fontana).

Sono otto anni che in India non ci sono condanne a morte.

Ad maiora

L’India, i Sikh e la politica estera a sei zampe dei governi italiani

Oggi sono incappato (andando in Statale) in questo presidio della comunità Sikh di Milano (nella tristemente nota piazza Fontana)
Comunità preoccupata per l’imminente esecuzione di un poliziotto Sikh accusato di un omicidio “politico”:
http://sikhiesikh.org/
A differenza di quel che sostengono i giornali italiani, i Sikh manifestando hanno voluto – anche ma non solo -solidarizzare con l’Italia per il caso di dei marò in stato di fermo in India.
Mentre tutto questo succedeva, Mario Monti proseguiva – senza soluzione di continuità – la politica estera dell’Eni (andando a trovare il primo ministro kazakho) che tutti i precedenti governi “politici” di centro destra e centro sinistra hanno – senza soluzione di continuità, solo con toni diversi – perseguito.
Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Pensare, ad esempio, in questi giorni, di fare un salto a Nuova Delhi?
A noi, si sa, piace più Tripoli, bel suol d’amore:
http://video.repubblica.it/dossier/libia-rivolta-gheddafi/l-autostrada-dell-amicizia-e-i-pozzi-dell-eni-gli-interessi-italiani/62605/61308
Ad maiora

20120326-181706.jpg

L'Onu farà la fine della Società delle Nazioni?

A leggere bene le carte, anche al momento del voto della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, si vedevano già ampiamente tutte le criticità che l’istituzione della “No fly zone” in Libia e l’autorizzazione di “tutte le necessarie misure” per proteggere i civili avrebbe provocato e che sono ora sotto gli occhi di tutti.

Tra i cinque Paesi che Consiglio di Sicurezza  – su 15 – che si sono astenuti (Brasile, Cina, Germania, India e Federazione Russa), due aveva soprattutto già capito la mala parata. I brasiliani (rappresentati da Maria Luiza Riberio Viotti – i Paesi all’avanguardia sono governati e rappresentati da donne) avevano dichiarato di “non essere convinti che l’uso della forza potesse garantire la realizzazione dei comuni obiettivi”, spiegando che “nessuna azione militare da sola porta alla fine di un conflitto”. I russi (rappresentati da Vitaly Churkin, ambasciatore attivo dai tempi della tragedia di Chernobyl) sottolineavano invece come “molte domande rimanessero senza risposta”, incluso “come” e “chi” e “con che limiti” si sarebbe messo in pratica la risoluzione. I dubbi sono ancora sul tavolo.

Poche ore dopo il voto, Sarkozy mostrava i muscoli in televisione, sollecitando i mai sopiti spiriti imperiali dei cugini d’Oltralpe. L’America del sempre più confuso Obama, inseguiva a breve distanza e dopo pochi giorni anche i nostri Tornado sfrecciavano per i cieli libici giusto per mostrare un tricolore che non fosse solo quello francese.

Ora tutti (salvo Sarkozy, cui distribuire le carte non era mai capitato e che sembra si stia divertendo) invocano l’intervento della Nato che – non si sa né chi né quando sia stato deciso – è diventato il braccio armato dell’Onu. L’Alleanza atlantica a mio giudizio avrebbe dovuto essere sciolta una volta vinta la battaglia con “l’impero del male”, una volta cioè collassato per implosione il suo avversario storico, il Patto di Varsavia. Così non è stato e i 28 paesi occidentali che compongono questa alleanza militare (che cerca di allargarsi a più Paesi possibili per mantenere una predominanza politico-militare) si incaricano di essere i soldati delle Nazioni Unite. Questa organizzazione internazionale, subentrata alla Società delle Nazioni ha già mostrato ampiamente i suoi limiti e mi auguro che venga superata non tanto dai vari G8, G20, G40 e chi più ne ha più ne metta (sorta di Rotary per Paesi ricchi dove si è cooptati), ma da una nuova organizzazione meno elefantiaca,  in grado soprattutto di rappresentare un mondo che cambia.

Ad maiora.