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Bandiera Polonia

Lettere dalla Polonia

L’amico Matteo Cazzulani, già presidente di Annaviva, da qualche anno vive in Polonia, interessante cartina di tornasole anche per il nostro disastrato paese. Qui le sue riflessioni sulla scena politica polacca.

ad maiora 

 

Essere invitato a scrivere sul blog di uno dei miei pochissimi Maestri di giornalismo (oltre che di attività associazionistica: Anna è sempre Viva!) è sia un immenso onore che un grande onere, sopratutto considerato la necessità di adattarsi allo stile breve, diretto ed essenziale che caratterizza questo blog. Farlo in un pezzo che tratta della situazione politica in Polonia rende il compito ancora più complicato. Per questo, procederò per 3 sequenze: cause, fatti e conseguenze del governo conservatore del partito Diritto e Giustizia (PiS).

La causa prima della nascita del governo PiS è legata al precedente esecutivo guidato dalla cristiano-democratica Piattaforma Civica (PO) la cui supponenza politica (leggasi la convinzione di avere la vittoria in tasca) ha spinto la formazione dell’ex-Premier Donald Tusk a condurre una campagna elettorale blanda, sicura di un successo che, però, non è arrivato.
La seconda causa è legata allo stesso Tusk. Unico premier della storia della Polonia capace di ottenere una rielezione (nel 2011), oltre che fautore di una crescita economica di notevole importanza, Tusk ha abbandonato in fretta e furia il Paese per ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio Europeo senza, tuttavia, preparare una successione degna di lui. Bravo Premier sì, Tusk, ma scarso leader: una debolezza che l’elettorato polacco ha punito, votando Presidente e Governo di marca PiS nel 2015 (e che, con tutta probabilità, punirà ancora qualora, come sembra, Tusk dovesse tornare sulla scena politica polacca come sfidante del Presidente Andrzej Duda).
Per quanto riguarda i fatti, il governo conservatore si è distinto per misure molto controverse che hanno indebolito la Corte Costituzionale e, nel complesso, ha posto la magistratura sotto uno stretto controllo da parte dell’Esecutivo.
In economia, il governo PiS ha approvato un programma di sussistenza finanziaria a famiglie con più di due figli, il 500 +: una misura che ha inasprito il controllo su datori di lavoro e contribuenti al fine di reperire le risorse necessarie per realizzare tale manovra.
Il governo PiS ha anche approvato una legge che vieta, pena multa o addirittura il carcere, la negazione pubblica dei casi di collaborazionismo che i polacchi avrebbero compiuto durante e dopo l’occupazione nazista. Casi che invece, come altrove in Europa, sembrano purtroppo essere esistiti: leggere i testi di Jan T Gross e del buon Gabriele Nissim sulla Shoah in Europa per farsi un’idea.
A fare discutere, e tanto, è anche la proposta di una legislazione restrittiva del diritto all’aborto, che ha dato vita ad un movimento di protesta ben partecipato (seppur circoscritto alle grandi città) capace di raccogliere sia donne che uomini.
In politica estera, il governo PiS ha compattato il Gruppo di Vyšegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) attorno ad una posizione fortemente contraria al programma di redistribuzione forzata dei migranti voluta dalla Germania.
Per quanto riguarda le conseguenze, la Polonia rischia un inasprimento del braccio di ferro con le Istituzioni Europee. Mentre Bruxelles ritiene che la democrazia sia a rischio in Polonia (curiosità: una simile preoccupazione non è stata mai mossa nei confronti della Spagna, che tratta i manifestanti non violenti in Catalogna con cariche di polizia e persecuzione politica), Varsavia accusa Bruxelles di infrangere la sovranità della Polonia (prontamente dimenticando il tema della sovranità quando si tratta di accaparrare i cospicui fondi europei).
Sul piano economico, la politica di redistribuzione della ricchezza compatterà l’elettorato PiS, leggasi popolazione rurale e proletariato delle grandi città (oltre al clero), che è il maggiore beneficiario del programma 500 +.
Sul piano della politica estera, UE a parte, il governo conservatore gioca un poker diplomatico: da un lato, esso rischia di compromettere le tradizionali relazioni di amicizia con Ucraina e Lituania; dall’altro, pone la Polonia come leader regionale e portavoce dei Paesi dell’Europa Centro Orientale, ossia un attore scomodo, ma imprescindibile con cui Merkel e Junker debbono fare i conti.
Lecito, infine, sottolineare come la situazione politica in Polonia, in cui il PiS mantiene sia la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, che una predominanza indiscutibile nei sondaggi, sia dovuta ad una situazione di politica interna priva di equilibrio. Vi è, infatti, la pressoché totale assenza di una sinistra seria che bilanci, con proposte ben marcate sopratutto sul tema dei diritti civili, sia i conservatori oggi al governo, che i cristiano-democratici all’opposizione.
Quest’ultima considerazione, preso atto della situazione politica italiana e dell’imminente nascita del governo giallo-verde nel nostro paese, frutto dello scarso risultato elettorale riscosso dalle forze moderate (PD e Forza Italia), può tranquillamente valere anche per la non più politicamente moderna Italia.
Ad maiora,
Matteo Cazzulani
@MatteoCazzulani

Tg polacchi e italiani: somiglianze e differenze

Come si sono organizzati i tg polacchi dopo la caduta del Muro di Berlino e della dittatura sovietica? E’ il tema al centro dell’attenzione di vin discussione alla Statale di Milano.

La studentessa analizza la storia dell’informazione televisiva polacca per arrivare ai giorni nostri. Anche in Polonia c’è un sistema misto pubblico-privato per quanto riguarda le emittenti tv e anche in questo paese europeo i programmi di informazione sono ormai abbastanza standardizzati. Da un sistema super centralizzato si è passati ad uno policentrico.

Le principali differenze con i tg italiani, oltre che le edizioni sono minori, consistono nell’assenza di meteo e di sport. La più grande somiglianza è che anche i tg polacchi sono invasi di politica. E, come i nostri, solo di politica nazionale. Difficile costruire un’identità europea se ognuno si interessa solo al proprio orticello.

Ad maiora

Da oggi anche Varsavia ha il suo Giardino dei Giusti

Alle 12, se la Lot non mi avesse stoppato a Malpensa, avrei partecipato, in qualità di fondatore dell’associazione Annaviva, alla cerimonia per la nascita del Giardino dei Giusti a Varsavia, in Polonia. Tra gli alberi piantati uno sarà dedicato ad Anna Politkovskaja. E uno anche per l’italiana Antonia Locatelli, missionaria uccisa in Ruanda.

Questo che segue è, anzi, sarebbe stato, il mio intervento di saluto.
Ricordando sempre che tutti sono importanti. Ma nessuno è indispensabile. Men che meno io…!
Ad maiora

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È con entusiasmo e con fiducia nel futuro che come fondatore dell’associazione Annaviva di Milano partecipo all’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Varsavia.

La nostra associazione, nata nel 2008 per ricordare Anna Politkovskaja e portare avanti le sue battaglie, è stata – nel suo piccolo – protagonista di tante iniziative. Molte delle quali per preservare la Memoria, quella com la M maiuscola.

Per questo abbiamo collaborato con Gariwo per non dimenticare la Politkovskaja e gli altri Giusti che sono finalmente commemorati nel Giardino dei Giusti di Milano.

Abbiamo voluto fare di più e, con una raccolta firme, siamo riusciti a ottenere, nel 2013, un Giardino per Anna Politkovskaja. Chi il prossimo anno verrà a Milano per Expo potrà, in fondo a corso Como, sedersi in uno spazio verde dedicato alla grande giornalista russa, uccisa per il suo lavoro. Di denuncia. Di coraggio.

Lo stesso coraggio che si commemora il 5 giugno a Varsavia, in questo nuovo Giardino dei Giusti che sorge nel distretto di Wola, nell’area in cui si trovava il Ghetto. Rivoli di (drammatiche) storie che si uniscono. Per dare forza a chi è ancora qui a lottare.

Credo infatti che la Memoria di cui parlavo, quella contro i totalitarismi, contro le dittature, contro i fanatismi, sia il bene più prezioso da tutelare da noi e da chi verrà dopo di noi. L‘Europa, per la quale c’è chi combatte e muore in queste ore in Ucraina, non può e non deve essere solo quella legata a freddi criteri economici. Ma è soprattutto quella dei cittadini, del loro spirito, della loro dignità.

Da Milano a Varsavia. Senza dimenticare Kiev e chi coltiva un sogno europeo. Di pace e dignità.

 

Ad maiora

Mario Mauro: "Ecco perché ho lasciato il Pdl"

Mario MAUROHo conosciuto Mario Mauro nel 2007. Quando stavamo organizzando il primo convegno per ricordare a Milano Anna Politkovskaja a un anno dal suoi assassinio, ci accorgemmo di avere, tra gli ospiti politici, solo radicali o esponenti della sinistra. Invitammo quindi Mauro che, oltre a essere di Forza Italia, era uno dei principali rappresentanti di quel partito nell’ambito del Parlamento europeo.

Fece un intervento bello e appassionato.

E devo dire che non mi ha stupito la sua scelta di lasciare (praticamente da solo) il Pdl per seguire Mario Monti. In questa lettera aperta che pubblico, Mauro spiega il perché della sua decisione.

Ad maiora

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Carissime e Carissimi, la rottura con il mio partito è frutto della storia di questa legislatura che ha visto consumare l’illusione che l’alleanza PDL-Lega fosse garante di riforme capaci di cambiare l’Italia.

Destra e Sinistra si sono alternate negli anni della transizione senza anteporre il dovere di riformare la vita pubblica italiana alla rendita politica che deriva da una cultura del conflitto. La lista Monti è fatta da chi si è stancato di questa guerra di parole e vuole una pace duratura.

Non mi stancherò mai di ricordare l’esempio della scuola, quattro volte in teoria è stata riformata la scuola in questi anni: Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini. Io tornerò a fare l’insegnante senza che in realtà nulla sia cambiato. Sono riforme dette, non fatte e a cui si aggiunge la beffa mediatica di migliaia di giovani in piazza a protestare contro qualcosa che non è mai stato attuato.

Ancor più grave è lo scenario macroeconomico del nostro Paese. Da anni in Europa si attua il cosiddetto rigore, cioè vigorosi tagli alla spesa pubblica per sostenere gli sforzi di famiglie e imprese. Negli anni della transizione italiana ciò si è tradotto in più tasse per più spesa pubblica con il risultato di veder esplodere il nostro debito e renderlo insostenibile al punto da minacciare l’intera eurozona. Anche la caduta del governo Berlusconi avrebbe potuto essere però un’occasione positiva se avessimo avuto la forza di riconoscere i nostri errori. Ma passata la crisi finanziaria, per recuperare fiducia agli occhi degli italiani, si è scelta l’incredibile scorciatoia di addossare ogni responsabilità ad un presunto quanto assurdo complotto europeo condito di banchieri e massoni ad uso di una opinione pubblica bramosa di scaricare su tedeschi e francesi l’incapacità di risolvere i nostri problemi.

Da quando avevo vent’anni ho toccato con mano come la convivenza pacifica all’interno del progetto europeo sia per la storia del nostro tempo la sola piattaforma in grado di aiutarci a risolvere le tante difficoltà in cui ci dibattiamo. Il coraggio dei padri fondatori, che ha ottenuto per noi attraverso la pace lo sviluppo, è la certezza da cui ripartire. Che tristezza, dopo aver contribuito a far cadere il comunismo, riunificato l’Europa dell’est, aver sostenuto lo sviluppo di Polonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia, Malta, Cipro,… sentire dire che la causa delle mancate e storiche riforme che il nostro Paese attende da decenni è frutto di un complotto europeo in cui Monti interpreta il ruolo di “utile idiota” al soldo della “perfida” Merkel.

Monti non è l’uomo della Provvidenza, ma la scelta del PDL di far cadere quel governo per riproporre oltre che la candidatura di Berlusconi, la logica che mira a tenere in ostaggio ancora per una legislatura l’Italia in concorso con Bersani, non è condivisibile.

Non ho promesse da fare, anzi. Il rigore in Italia non è ancora stato applicato fino in fondo. La voragine finanziaria è frutto dell’irresponsabilità di classi dirigenti che hanno sopperito la mancanza di decisionismo e di coraggio con più tasse e più spesa.

Sono serviti quindi ulteriori sacrifici promossi dal governo tecnico per spegnere l’incendio della speculazione a nostro danno e ottenuta la possibilità di veder dimezzati i  nostri interessi sul debito (da 80 a 40 miliardi l’anno in 14 mesi) vanno affrontate le emergenze del lavoro e della crescita. Per farlo occorrono riforme strutturali che destra e sinistra rifiutano di fare insieme.

Mettersi in discussione, ammettere i propri errori e favorire la nascita di una proposta politica che aiuti PD e PDL a continuare il percorso di tregua sostenendo riforme magari impopolari ma necessarie per dare lavoro e pensioni anche ai giovani, mi sembra il contrario del trasformismo.

Per anni abbiamo rivendicato l’intelligenza di saper andare oltre gli schieramenti alla ricerca del bene comune. Non ho cambiato nessuna delle mie idee, sono e resto politicamente un popolare, ma non accetto di ridurmi a essere un populista per inseguire un consenso a metà tra i ragionamenti di Grillo e l’antieuropeismo di maniera della Lega.

Ma quando ho visto far cadere un governo senza motivi, con l´unico scopo che non fossero le scorciatoie di una presa di distanza dalle scelte di responsabilità indispensabili per salvare il valore dei soldi di milioni d’italiani ho giudicato necessario fare un passo avanti piuttosto che continuare a sognare un passo indietro di Berlusconi o dei comunisti.

E se qualcuno vuole nascondersi dietro un approccio al tema dei valori non negoziabili, forse dovrebbe misurarsi oltre che con le piattaforme elettorali e spesso strumentali di questo o quel partito anche con il profilo politico di una persona, che non si definisce in trenta giorni di campagna elettorale, ma che si può valutare solo attraverso il lavoro di una vita.

Vita, famiglia, educazione, lavoro, ricerca non sono temi da aggiungere all’economia. Sono il fondamento delle domande da cui partire se si vuol fare politica. Devono essere le basi di un sistema economico, educativo, di giustizia-

Come deve essere infatti un sistema educativo, pensionistico, di produzione industriale, sanitario, che voglia rispettare fino in fondo ciò che l’uomo é?

Per questo si fa politica e non c’é spazio in questa visione per riduzioni ideologiche. Soprattutto nel partito di Monti che nasce dalla volontà di far incontrare culture politiche differenti, nel nome della dignità della persona umana.

A presto,
Mario Mauro

#Euro2012 In rete Salpigidis, dal Paok rifiutò il trasferimento all’Olympiakos

Dimitris Salpigidis l’attaccante della Grecia, classe 1981, in rete contro la Polonia ha sempre giocato in madrepatria:
http://it.wikipedia.org/wiki/Dimitris_Salpigidis
Originario di Salonicco (seconda città greca, nella Macedonia ellenica) è un’idolo della focosa locale tifoseria del Paok:

Salpigidis è passato alle cronache sportive per essersi rifiutato di trasferirsi dal Paok agli avversari ateniesi dell’Olympiakos. Si accasò dal Panathinaikos prima di tornare al Paok.
Qui un bel pezzo sulla storia dei suoi tifosi, nemici dei colonnelli e amici degli ultrà del Partizan Belgrado:
http://laltrocalcio.blogspot.it/2012/01/salonicco-gli-ultras-in-nome-del-paok.html

Qui invece un recente gol di Salpigidis contro i suoi ex compagni del Pana:

Ad maiora

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#Euro2012 Lewandowski, torna profeta in patria

Il primo gol dell’Europeo 2012 lo segna, nella sua Varsavia, un polacco emigrato in Germania, Robert Lewandosski: http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Lewandowski
Era già un osservato speciale dopo l’ottimo campionato disputato nel campionato tedesco con Borussia Dortmund:
http://it.eurosport.yahoo.com/blog/euroscout-it/osservato-speciale-robert-lewandowski-100301619–sow.html
Il 12 maggio, con una tripletta, ha consentito alla sua squadra (in quel di Berlino) di conquistare la Coppa di Germania, battendo il Bayern Monaco. Questo uno dei suoi gol:

Ma soprattutto, grazie alle reti di Lewandowski, miglior giocatore della Bundesliga, il Dortmund ha vinto quest’anno il secondo scudetto di seguito (con una striscia di 26 risultati utili).
Ad maiora

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Solidarnosc, trent’anni dopo

Una delle mostre allestite al Meeting di Rimini riguarda “Danzica 1980” e ha come sottotitolo “Solidarnosc”, un nome che richiama alla mente una stagione di rivolta contro il regime comunista di Varsavia.

Scoppiò proprio nell’agosto di trent’anni fa. Un volantino fatto circolare nelle fabbriche chiedeva di protestare contro il licenziamento di Anna Walentynowicz. In diciassettemila risposero all’appello e la storia cambiò il suo corso. Anna Walentynowicz è morta poche settimane fa, nella tragedia aerea di Smolensk.

Alla mostra fotografica (curata da Sandro Chierici, Annalia Guglielmi e Daria Rescaldani, con foto di Chris Niedenthal, fotoreporter anglo-polacco che ha vinto il World Press Photo grazie a un ritratto dell’ex leader comunista ungherese Janos Kadar) si viene accolti da un grande cancello sul quale è esposto uno striscione del movimento sindacale guidato da Walesa (di cui c’è un bel ritratto giovanile).

Grande attenzione è data ovviamente ai momenti religiosi che accompagnavano le manifestazioni di protesta e con foto di Jerzy Popieluszko, il sacerdote che diceva messa agli operai in sciopero e che venne assassinato da funzionari del ministero dell’Interno della Repubblica Popolare di Polonia. Proprio stasera qui a Rimini è stato proiettato il film sulla sua vita “Non si può uccidere la speranza”.

In uno dei pannelli, la rivolta di Solidarnosc è spiegata così da Jozef Tischner, altro prelato vicino al movimento sindacale: “La ribellione degli operai polacchi del 1980 è stata una ribellione contro la patologia del lavoro. In che cosa consisteva questa patologia del lavoro? Diremo brevemente che in Polonia si era verificato il fenomeno del lavoro senza senso. Restituire al lavoro una dimensione etica significa far sì che il lavoro serva alla comprensione tra uomo e uomo. Questo è l’ethos del lavoro. L’ethos del lavoro è per il lavoro ciò che il bello è per l’opera d’arte. Un’opera d’arte priva di bellezza non è un’opera d’arte. Un lavoro che non serve alla comprensione non è lavoro”.

L’ultima sezione è dedicata a “Solidarnosc e noi”, ossia come dall’Italia si appoggiò il sindacato di Walesa. Proprio l’ex presidente polacco nel 1990 venne al Meeting, accolto come un eroe.

L’ex Premio Nobel per la Pace (che ha 8 figli) ora ha un ruolo marginale nella Polonia moderna. È una cosa che però ha faticato ad accettare: l’ultima volta che si è presentato alle urne (nel 2000) non ha raggiunto l’1% dei voti. Ma queste foto raccontano come, in quella lontana estate polacca, fosse l’uomo giusto al momento giusto.

Hrw premia Natalia Morar

Human Rights Watch ha annunciato i vincitori del premio Hellman/Hammett riservato a scrittori e giornalisti per “il loro impegno per la libera espressione e di coraggio di fronte alle persecuzioni politiche”. Tra loro la giornalista Natalia Morari, moldava russofona, per anni residente a Mosca.

La Morari, giornalista investigativa, si occupa di corruzione e di riciclaggio di denaro. Ha pubblicato vari articoli sugli affari del clan putiniano e sui “fondi neri del Cremlino”. Pezzi che a Mosca non sono piaciuti. Nel 2007 alla Morari è stato vietato l’ingresso in Russia (stava tornando a casa dopo un viaggio in Israele) e un suo nuovo tentativo di rientrare in Russia, nel 2008, insieme al marito (giornalista russo, sposato forse solo per ottenere il visto) è stato respinto dalle autorità aeroportuali che l’hanno bloccata (insieme al collega) nella terra di nessuno prima di rimpatriarla in Moldova. La Morari è considerata infatti una minaccia alla sicurezza nazionale. Respinta anche la richiesta di cittadinanza russa, malgrado sia sposata con un cittadino della Federazione.

Neanche a Chisinau comunque la Morar (classe 1984)  sta tranquilla. Durante la rivolta contro i comunisti vincitori di contestate elezioni nel 2009, è stata arrestata (per due giorni). Anche in Moldova viene infatti considerata una minaccia alla sicurezza nazionale.

Questo il suo blog:

http://natmorar.livejournal.com/

Il premio di Human Rights Watch, ong con base a New York che si occupa di diritti umani, è andato anche a Musa Mutaev, scrittore ceceno che ora vive esule in Norvegia. Per i suoi articoli è stato arrestato e picchiato dai federali in Cecenia prima e in Inguscezia poi. Dal 2004 ha ottenuto l’asilo politico.

Premiato anche Almas Kusherbaev, giovane giornalista kazako che ha osato criticare il governo del suo paese in articoli su corruzione e scarsa democrazia. Un pezzo su un uomo d’affari impegnato in politica ha portato alla chiusura (per bancarotta) del giornale per cui scriveva.

Infine, sempre per l’area che seguo, va segnalato il premio ad Alikhan Kureishevich Timurziev, giornalista russo che si occupa di Cecenia, Inguscezia e Nord Ossezia per il quotidiano Ingushetija. Ha spesso accompagnato Anna Politkovskaja nei suoi viaggi nel Caucaso. Il suo lavoro non era gradito ed è statlo picchiato e avvelenato. Da due anni e mezzo vive in Polonia in attesa dell’asilo.

Per chi voglia vedere nomi e motivazioni dei /42) premi può cliccare qui: http://www.hrw.org/en/news/2010/08/04/banned-censored-harassed-and-jailed

Ad maiora